È questo il testo più noto di Cusin; scritto con la guerra ancora in corso subito dopo l’8 settembre, fu però pubblicato da Einaudi nel 1948, a causa di vicissitudini editoriali, come dice l’autore nella sua nota alla prima edizione. Nel 1970 lo ripubblicò Mondadori con buon successo editoriale facendone nei due anni successivi diverse edizioni, anche economiche, e ristampe. Questo e-book è ricavato dalla III edizione Mondadori del 1971.

Scritto quindi di getto durante l’occupazione tedesca e con scarsa e nulla possibilità di documentazione sulle fonti, le disavventure editoriali a cui già si è fatto cenno impedirono però la pronta uscita nelle librerie e sullo stesso tema fu preceduto da Goliath, the March of Fascism che Borgese aveva scritto in inglese per un pubblico italo-americano e che fu immediatamente tradotto in italiano, e da Il fantasma liberale di Giulio Colamarino pubblicato postumo nel 1945 con prefazione di Corrado Alvaro, e che rappresenta un atto di accusa verso la furberia ignorante vigliacca e miope della borghesia italiana che sotto vari aspetti ha non poche attinenze e riscontri con questa Antistoria di Cusin. Che, chiariamo subito, parte sì dalle “origini” medievali con lo sviluppo dei comuni, ma si incentra quasi subito sul problema dell’avvento del fascismo, transitando brevemente su una interpretazione certamente atipica del periodo risorgimentale. La ricerca nel passato è finalizzata all’individuazione delle radici delle nefandezze dell’appena trascorso ventennio fascista. Il percorso delle responsabilità da ricercarsi molto indietro nel tempo era già stato battuto: gli americani sbarcati in Sicilia avevano approntato una lista di libri il cui studio e lettura andava eliminato nelle scuole, tra questi Il Principe di Machiavelli coerentemente con l’idea anglosassone che ha sempre identificato in quello scrittore il “maestro dei tiranni”.

Per ogni epoca Cusin ha le sue figure di riferimento: per il Risorgimento la trova in Cattaneo. Fatica non poco a dare vita e consistenza alle voci dissonanti con la visione prevalente di stampo “sabaudo” e questo suo sforzo è supportato appunto dalle tematiche care a Cattaneo. Mentre le attinenze più evidenti per l’epoca a lui contemporanea si rintracciano nell’ambiente che fu influenzato da Gobetti, e successivamente da Salvemini, visto in contrapposizione forse più con Giolitti che non con lo stesso Mussolini – chiamato il Capo e quasi mai per nome, quasi per una forma di ripugnanza che gli impedisca di nominarlo espressamente – e infine con Rosselli, forse l’unico sulla cui figura, in questo libro, l’autore trovi che valga la pena di dilungarsi un poco di più.

Cusin sottolinea con insistenza l’intersecarsi delle tendenze giacobine e clericali che finiscono per consentire lo scaturire dell’autoritarismo che trova facile substrato anche nella tradizione di generica rivolta (dinamismo anarchico, la definisce Cusin) propria e caratteristica delle campagne. Substrato facile in quanto fermentato in un’Italia “liberale” ma “non democratica” come disse Parri durante il dibattito all’interno della Consulta, suscitando ire di molti tra i quali, ovviamente, Benedetto Croce, strenuo difensore delle caratteristiche dell’Italia prefascista.

Molti dei temi affrontati da Cusin in questo suo lavoro sono simili anche a quelli presenti in una delle opere più interessanti di critica al fascismo scritte nell’immediatezza del suo crollo cioè Lettere a John. Cosa fu il fascismostampato a Napoli nel 1946 e scritto, sotto forma di scambio epistolare da Corrado Barbagallo. Ma persino lo storicista e crociano Carlo Antoni parla del fascismo come di naufragio avvenuto con “coerenza storica” e si pone il problema di valutare se il Risorgimento possa essere stato “impresa effimera”; questo nel saggio pubblicato clandestinamente nel 1943 Della storia d’Italia. Tuttavia l’impostazione di Cusin è comunque originale sia come impostazione che come metodo seguito. Ed è anche moderna, capace, come appare, di raccogliere elementi e stimoli dall’antropologia, dalla psicologia e dalla psicanalisi, e si puntella egregiamente su questi strumenti atipici per lo storico tradizionale. E armata di questi strumenti la sua polemica con le scuole storiografiche di maggior seguito e prestigio appare tanto più efficace. In base a tutto questo il fascismo non appare come una parentesi episodica e contingente della vita italiana, né la semplice conseguenza delle vicende di classe della fine del XIX secolo.

Oltre quindi alle caratteristiche tipiche dell’italiano (ne abbiamo già fatto cenno nella nota biografica) gli elementi che conducono alle vicende del ventennio trovano le loro radici in epoche più antiche. Questi elementi sono i già ricordati giacobinismo e clericalismo per mezzo dei quali si giunge al compromesso autoritario e al soffocamento delle antitesi più vitali. Sono gli elementi che occorrono a Cusin per scrivere questa Antistoria che, essendo poi in pratica una storia del fascismo, si trova costretto a muoversi contro la cultura ufficiale che esita a scrivere di storia del proprio tempo: «la storia la saprà scrivere solo quando i potenti di domani gli avranno indicato le rime obbligate da seguire». Così scrive Cusin nella sua introduzione.

Il rapporto tra storia d’Italia e storia del fascismo è reciproco e reversibile: non solo la storia d’Italia ci spiega il fascismo ma è il fascismo stesso che proietta una luce diversa sulla storia precedente. La forza di questo studio, sfrondata da alcune fastidiose sottolineature in merito a diversità etniche e climatiche tra nord e sud d’Italia, e da una certa enfasi farraginosa della quale sembra che l’autore non possa fare a meno, è forse riscontrabile nella ricerca del filo rosso rappresentato dalla “mentalità italiana” che è sostenuta poi soprattutto dagli intellettuali italiani. Il tema viene poi sviluppato (ma pubblicato precedentemente) nell’opera L’Italiano del quale abbiamo fatto cenno nella nota biografica. Cusin descrive in maniera straordinariamente efficace questa vecchia Italia e i suoi riti ossequienti al clericalismo più becero e superficiale:

«…tra odore di pulci e di cimici nella casa dove la donna è custodita gelosamente e l’uomo si mette il cappello sulle ventitré per darsi aria di comandare e la domenica si va in chiesa non per scrupolo morale o senso di religione, ma perché i vicini altrimenti sparlerebbero. In superficie parate, i gridi di guerra, la demagogia del Capo che citava Nietzsche e Hegel… ma rispettava la religione cattolica; sotto sotto vi era ancora conformismo, Controriforma e machiavellismo di maniera; la vecchia Italia aveva ritrovato se stessa!»

Alla fine di questa lettura rimane un senso di cupa disperazione; ogni spiraglio che possa aprirsi su una qualunque speranza sembra chiuso per sempre. Non a caso da queste riflessioni scaturisce in Cusin la scelta indipendentista per Trieste. Il disincanto che vive nel suo tempo Cusin lo riporta alla contrapposizione Guicciardini.-Machiavelli:

«Non c’è più nulla da fare che rassegnarsi, ma l’Italiano, che pure profondamente partecipa della rassegnazione di Guicciardini, non vuol confessarla e ha cercato quindi di porre un po’ in secondo piano l’uomo e la sua solidissima struttura morale. Fuori di casa, cioè fuori della propria anima l’Italiano ha voluto invece ostentare il nome di Nicolò Machiavelli, l’uomo, che non si rassegna. Guicciardini conosce la verità e non si muove da essa, Machiavelli invece illude, e le oligarchie cittadine, cioè la classe dirigente italiana dal secolo XVI al XVIII, un po’ rassegnata e un po’ soddisfatta di sé, lesse avidamente e ricalcò la storiografia guicciardiniana che fu elevata a canone classico della «biografia del potere politico», e lasciò diffondere il mito machiavellico di una riscossa italiana sotto la forma di una convenzione letteraria che prenderà forma definitiva nel secolo XIX quando gli Italiani scorderanno Guicciardini, e chiameranno «profeta» il Machiavelli, l’uomo che intendendo condurre una battaglia realistica contro ogni vana immaginazione aveva inventato l’utopia della redenzione d’Italia.»

Guardando quindi alle “catastrofi” vecchie e recenti Cusin si sente vicino a Guicciardini e lontanissimo da Machiavelli. E forse oggi poter rileggere Cusin con occhi contemporanei può darci in qualche misura una dimensione di attualità dove ritroviamo i temi del disfacimento di una popolazione che perde i valori della cultura, che si trova ad essere facilmente influenzabile, preda di una sintesi perniciosa di ineducazione politica, trascuratezza culturale e linguistica, crollo di serietà morale tra governati e governanti e, forse, della necessità di superamento di questo diaframma che separa gli uni dagli altri per poter accedere a una fase della storia capace di andare oltre ai caratteri della “mentalità italiana”.

Sinossi a cura di Carmela Mazzullo e Paolo Alberti

Dall’incipit del libro:

Poiché si è all’incirca d’accordo che la storia sia una rappresentazione soggettiva e che la tradizione e la coscienza comune dànno il primo incentivo a questa rappresentazione, non sembra lecito dichiarare una versione tradizionale come irrimediabilmente decaduta. Tuttavia, poiché per gli uomini di coscienza sono oggi in crisi i presupposti ideologici su cui da circa un secolo in qua si fondava la storiografia nazionale, appare necessaria la revisione dei presunti valori di essa.
La storiografia nazionale si era venuta formando sulla base di precedenti e ben più intimamente accettate storiografie regionalistiche e soprattutto municipalistiche che andarono tramontando verso la metà del secolo scorso. Dai nuovi incentivi romantici sorsero due motivi storiografici contrapposti, seppur moventi ambedue da un’idea della storia italiana quale destino e svolgimento fatale. Uno di questi motivi è universalmente noto perché più tardi svolto e diffuso dalla propaganda politica della monarchia sabauda e del militarismo ad essa collegato, e ben accetto al parassitismo sociale e al patriottismo retorico della media e piccola borghesia. Tutti i residui intellettualistici legati a questa formula influirono sulla scienza ufficiale, sulle accademie e sulle deputazioni storiche che ripetono e commentano il gran coro a rime obbligate di un’Italia spiritualmente e moralmente unita attraverso i secoli, se pur politicamente divisa fino a quel felice giorno del secolo XIX quando venne realizzata anche l’unità politica.

Scarica gratis: Antistoria d’Italia di Fabio Cusin.