Nell’articolo, apparso a gennaio 1907 in «Nuova Antologia», Clelia Pellicano esercita tutta la sua attenzione di donna e di femminista a descrivere il lavoro delle donne calabresi, in particolare della zona di Reggio Calabria. Il loro lavoro, costante e produttivo, è stato spesso ostacolato da eventi storici, naturali, politici e naturalmente economici. Il lavoro era diffuso sia a livello familiare che in opifici e piccolo industrie. Poi le loro produzioni sono diventate meno vantaggiose rispetto all’importazione di prodotti, più scadenti forse, ma meno costosi, per il diffondersi delle macchine, per l’imposizione fiscale.

Pellicano racconta il momento cruciale del passaggio della rivoluzione industriale in zone a vocazione ampiamente rurale. Si tratta di un’istantanea, nella quale si scorgono le tracce di un passato operoso e il vento del cambiamento, ma non si può immaginare quale potrà essere il futuro.

Che donne sono? Le donne di Calabria, di Reggio in particolare, per Pellicano si distinguono nettamente, almeno ai suoi tempi, in due tipi: quelle di origine greca, forse lontane figlie dei greci portati in Sicilia e Calabria da Ruggero II nel 1147, e quelle di origine saracena. Donne tutte bellissime, il loro grande valore risiede sopratutto nella loro forza, tenacia, capacità di lavorare con lena per il benessere della famiglia. La casa peraltro non è il loro regno: contadine e popolane vi passano ben poco tempo, prese da tutte le attività esterne. La contadina calabra, considerata dal marito come “nata per suo esclusivo uso e consumo”, è caricata della maggior parte del lavoro, ripagata solo da “una gelosia selvaggia, opprimente, condita di busse!” Per la donna borghese la casa è piuttosto uno ‘scrigno’ nel quale è rinchiusa dalla nascita alla morte. L’istruzione femminile è praticamente assente.

Le donne qui, scrive Pellicano, sono esperte in tutti i momenti legati alla produzione e alla confezione dei tessuti di seta, lino, cotone e canapa, fin dalla coltivazione della materia prima. Un tempo venivano prodotti pesanti preziosi broccati, una tela simile a quella di Fiandra per i tovagliati, squisiti pizzi a tombolo e ad ago, magnifici fazzoletti di seta, ma ora, ai tempi della scrittrice, resta la produzione industriale. Assai rilevante è l’importanza dell’industria della seta, storica risorsa di quelle zone. Solo all’inizio del XVII secolo si riuscì ad ottenere di affiancare, all’allevamento dei bachi e alla creazione della seta, un sistema di telai che potesse garantire una lavorazione sul posto della preziosa materia prima.

C’erano cartiere che però son state chiuse. Si trattava il bergamotto ma la sua essenza all’inizio del XX secolo non è più richiesta. I baroni avevano impiantato piccole fabbriche di ceramiche. Ma tutte queste iniziative, nelle quali in grande maggioranza lavoravano le donne, hanno subito un declino. Tra le industrie minori, sempre gestite da donne, c’erano la fabbricazione di canestri intrecciati, la creazione delle reti da pesca, l’allevamento delle api e l’industria del miele e della cera, la produzione di particolari fichi secchi e di biscotti. Pellicano, agli albori del XX secolo, suggerisce quanto sarebbe importate che il Governo rivitalizzasse queste industrie locali.

Pellicano conclude scrivendo che, per questi e tanti altri meriti, le laboriose calabresi avrebbero il diritto di essere nominate “cavalieresse del lavoro”.

Sinossi a cura di Claudia Pantanetti, Libera Biblioteca PG Terzi

Dall’incipit del libro:

Il Lombroso non trova fuor di luogo il supporre che gli abitanti della provincia di Reggio derivino in parte da quei greci che, nel 1147, Ruggero II portò prigionieri in Sicilia, dopo aver saccheggiato Tebe, Corinto ed Atene. Erano oltre 15,000 d’ogni condizione, misti a parecchi Albanesi e Schiavoni, per la maggior parte operai, tolti alle officine seriche del Peloponneso, per introdurre in Sicilia l’arte di tessere in oro gli sciàmiti: e, al dire dello Zambelli, i più nobili tra essi furono mandati a popolare le terre allora disabitate che circondavano Reggio.
L’eredità del sangue greco, come del sangue barbaro, vi è riconoscibile a prima vista. La donna dal tipo greco ha linee purissime, fronte perfetta, naso aquilino, occhi sporgenti e lucidi, mento rotondo, persona alta e slanciata; mentre la donna a tipo saraceno è piccola, tarchiata, olivigna, dagli zigomi sporgenti, dalle folte sopracciglia quasi congiunte su occhi profondamente incassati, d’un bel castano oscuro. La prima è lenta, nobile nei movimenti, ma tarda nel pensiero, l’altra, agile, industre, astuta, ha sotto la bruna cute e gli occhi profondi un ardore di vita, un lampo d’intelligenza che innamorano. Più che nei grecismi del dialetto, nelle vestigia di qualche circo e nella tomba di quella Giulia, che, relegata e morta a Reggio, vi ebbe sepoltura, l’impronta greco-romana si ritrova in questo tipo femminile.

Scarica gratis: Donne ed industrie nella provincia di Reggio Calabria di Clelia Pellicano (alias Jane Grey).