L’amore di Mitia fu pubblicato a Parigi nel 1924 ed è il primo lavoro in prosa dell’autore dopo la sua fuga dall’Unione Sovietica. Anche gli altri racconti presenti in questo e-book sono dello stesso periodo, pubblicati su varie riviste tra il 1925 e il 1927. La prima edizione italiana, con traduzione di Rinaldo Küfferle (vedi in questa biblioteca Manuzio) è del 1934.
L’argomento, trattato con delicata sapienza psicologica, è quello dell’amore adolescenziale. La scrittura fa trasparire totalmente la vocazione poetica dell’autore e la stessa traduzione non mette la sordina sull’intensa musicalità della scrittura. Portando questa musicalità dalla vita della campagna, che era la caratteristica delle sue prime opere narrative precedenti all’esilio, a tematiche differenti, soprattutto di natura sentimentale, inserisce con grande profondità di pensiero e di sentimento il senso della vita percepito soprattutto attraverso il pericolo della morte.
Mitja e Catia sono entrambi studenti. Catia studia nella scuola teatrale ed è colpita dal fascino esercitato dal direttore della scuola stessa e Mitja soffre di una gelosia spasmodica con la quale tormenta se stesso e la fanciulla. Per mettere alla prova i reciproci sentimenti Mitja si allontana dalla città per recarsi in campagna ed entrambi si promettono di scrivere. Ma le lettere di Catia si fanno sempre più rare. Nonostante le occasioni per delle relazioni con ragazze del posto siano frequenti, Mitja cerca di resistere per restare fedele al proprio struggente amore. Incredibilmente l’edizione, del 1980, che abbiamo preso a riferimento per questo e-book (soprattutto perché comprendente gli altri racconti dello stesso periodo) mutila orrendamente il finale, che abbiamo riportato in nota in maniera che chi legge abbia sotto gli occhi una forma di censura che appare subdola e quasi inspiegabile. In quegli anni (fine anni ’70, inizio anni ’80) aveva fatto scalpore un libro uscito in Francia nel 1982: Suicide, mode d’emploi – Histoire, technique, actualité, di Claude Guillon e Ives le Bonniec. Coronava una sorta di dibattito sul tema del suicidio, soprattutto come “morte dolce” ovviamente, ma che finiva per coinvolgere qualunque opera letteraria che potesse in qualche modo portare all’emulazione. Non credo di essere lontano dalla verità pensando che l’influenza clericale in tutto questo abbia peso determinante. Non abbiamo trovato in nessuna altra traduzione in inglese, francese e tedesco che si è potuta esaminare una censura di questo tipo. Ad eccezione della frase finale, che però snatura il senso della narrazione, la traduzione è completa e fedele.
Il tema dell’amore tra una donna di teatro e un uomo (in questo secondo caso un militare) è anche il tema del secondo racconto di questa raccolta. Anche in questo caso l’amore conduce a tragedia. E ricompare quindi il tema del senso della vita percepito attraverso il pericolo della morte. La trama narrativa è retta dal resoconto del processo al quale l’alfiere Elaghin viene sottoposto. Pur muovendosi su binari paralleli rispetto al precedente L’amore di Mitja, la narrazione diventa più serrata, meno intenta a descrivere paesaggi, ambienti e sensazioni, e più immersa in un groviglio di sentimenti la cui natura si dipana lentamente ma inesorabilmente. Il tema in definitiva non è nuovo per Bunin che in un suo precedente racconto minore Orecchie accartocciate fa pronunciare a un marinaio che uccide una prostituta senza che vi sia motivo evidente la seguente frase: «La passione per uccidere e in generale per qualsiasi crudeltà si trova, come è noto, in ognuno. E vi son di quelli che provano una sete di uccidere del tutto invincibile…».
Il tema dell’amore è presente in maniera varia anche in alcuni dei successivi e, spesso, brevissimi racconti. Talvolta mettendo in rilievo personaggi e situazioni decisamente insolite (Il romanzo di un gobbo, Vestaglia a ricami), talaltra spostando l’attenzione su aspetti poetici e filosofici, descrittivi della natura e che danno in maniera inequivocabile la dimensione di ciò che Bunin definiva “poema in prosa” per la sua esperienza narrativa (I Grilli). Resta spesso un’impressione di tragica desolazione, di acceso individualismo che va oltre anche a una concezione pessimistica della vita.
Bunin prosegue con la sua opera la tradizione letteraria ottocentesca russa che va da Turghenev a Gončarov fino a Čechov (limitatamente all’opera narrativa, vedi La Steppa, e non certo al teatro), ma imprime senza dubbio una sua nota del tutto originale che lo colloca a pieno titolo tra gli autori russi più significativi della prima metà del XX secolo. Restano sue caratteristiche l’essenzialità dei mezzi stilistici, la classica semplicità della lingua e l’aristocratico ritegno per ogni forma di enfasi e di partecipazione eccessivamente emotiva agli avvenimenti narrati, dal quale consegue una sorta di distacco dello scrittore dalla propria materia. Emerge una pregnante densità della “poesia delle cose” che controbilancia la staticità psicologico-descrittiva tipica della sua scrittura.
Sinossi a cura di Paolo Alberti
Dall’incipit del libro:
A Mosca l’ultimo giorno felice di Mitia era stato il nove marzo. Cosí, almeno, gli pareva.
Egli e Catia risalivano alle undici di mattina il viale di Tver. L’inverno aveva ceduto improvvisamente alla primavera; al sole faceva quasi caldo, come se davvero fossero venute le allodole e avessero portato con sé il tepore, la gioia. Tutto era bagnato, tutto si liquefaceva, dalle case colavano le gocciole, i portinai scalpellavano via il ghiaccio dai marciapiedi, gettavano giú dai tetti la neve appiccicaticcia, e dovunque c’era ressa di gente, animazione. Le alte nuvole si scioglievano in esile fumo bianco, fondendosi col cielo di un azzurro umido. In lontananza, nella prospettiva del viale nereggiava la folla, pensosa e tutelare si ergeva la statua di Pusckin, splendeva il monastero della Passione. Ma la cosa piú bella era che Catia, particolarmente graziosa quel giorno, spirava tutta di candore e d’intimità, prendeva spesso Mitia a braccetto con infantile confidenza e lo guardava in viso di sotto in su; egli pareva anzi felice con un briciolo di altezzosità, camminava cosí da campagnolo ch’ella a stento gli teneva dietro.
Vicino a Pusckin ella disse inaspettatamente:
«In che modo ridicolo, con quale cara goffaggine fanciullesca dilati la gran bocca, quando ridi! Non avertene a male, ti amo appunto per questo sorriso, e anche per i tuoi occhi bizantini…»
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