La Storia della grande industria in Italia fu pubblicata per la prima volta nel 1931 e resta tuttora un punto di riferimento e di partenza importante relativamente a questo tema. Morandi parte dall’attività manifatturiera all’epoca napoleonica che rappresentò per l’Italia il primo tentativo di modernizzazione capitalistica tra Otto e Novecento, descrivendo il ruolo delle concentrazioni industriali. L’obiettivo di sviluppo era stato mancato dopo la raggiunta unità del paese, obiettivo faticosamente raggiunto poi nel periodo immediatamente antecedente e soprattutto durante la prima guerra mondiale. Non manca Morandi di sottolineare la pochezza del livello culturale della borghesia italiana, mediocre dal punto di vista della sensibilità civile e di una visione globale, tutti elementi che conducevano a sviluppo stentato e gravi arretratezze. Morandi non può evitare di affrontare quindi i grandi problemi italiani, come il persistere di una questione meridionale, testimonianza di una lacerazione storica tra Nord e Sud – tutt’oggi non risolta –, anche a causa della fragilità delle istituzioni politiche e della formazione di grandi concentrazioni finanziarie.

La differente velocità di sviluppo tra capitale di rischio e capitale finanziario (sviluppandosi il secondo a scapito del primo e senza che questo fosse ancora sufficientemente consolidato) è una delle cause individuate delle peculiarità e delle disfunzioni dello sviluppo industriale italiano. S’intende che la conoscenza della storia dell’industria italiana negli anni successivi alla pubblicazione di questa di Morandi si è arricchita e sviluppata: citiamo a titolo di esempio il lavoro di Tremelloni (che conosceva bene Morandi e sicuramente si è giovato delle basi che quest’ultimo aveva consolidato) Cent’anni dell’industria italiana (1861-1961)presente nel volume L’economia italiana dal 1861 al 1961 – Studi nel primo centenario dell’Unità d’Italia (Milano 1961); R. Romeo, Breve storia della grande industria in Italia (Bologna 1961) ma anche i saggi di C. De Cugis, S. Golzio, F. Milone, G. Mori. Tuttavia c’è da sottolineare che, benché sempre attenti all’uso delle fonti e alla ricchezza di dati di insieme e di dettaglio, in queste opere si riscontra d’altra parte l’accantonamento completo dell’aspetto umano del processo d’industrializzazione sottolineando invece con costanza le necessità dell’accumulazione primitiva del capitale senza in realtà neppure chiarire questo concetto che finisce per apparire nebuloso. Morandi non trascura invece questo aspetto perché il filo rosso che lega ogni capitolo di questa sua opera è il tentativo di chiarire se e in che modo il peculiare sviluppo dell’industrializzazione in Italia abbia favorito l’avvento del fascismo, e, in seconda battuta, cercare di consolidare e verificare al banco di prova dell’analisi storica quanto il metodo marxista (per meglio dire quella forma del metodo marxista che gli era propria negli anni della sua gioventù, quando scrisse questo testo) potesse essere confermato.

Appare chiaro a chi legge che questo chiarimento Morandi lo ricerca innanzitutto per se stesso.

Ricorda Ruggiero Romano nella sua prefazione al testo di Morandi che Franco De Felice sottolineò nel suo lavoro, Nord e Sud nel pensiero di Rodolfo Morandi. Dalla storia della grande industria alla Resistenza, come Morandi abbia trascurato l’aspetto agrario della vita industriale italiana il che sposta in ottica potenzialmente distorta il problema annoso della questione meridionale.Ma di questo aspetto era probabilmente consapevole lo stesso Morandi. Quando la squadra politica della polizia fascista lo arrestò a Milano nel 1937, sequestrò nella sua abitazione svariate cartelle contenenti il materiale che Morandi aveva raccolto finalizzato alla stesura di una storia dell’agricoltura italiana. Questo materiale non fu più ritrovato e il corso degli avvenimenti successivi non consentì più a Morandi di proseguire i suoi studi maggiormente dedicati a problemi storici.

Certo che, come ogni altro aspetto storico specifico, la storia dell’industria può essere meglio compresa e analizzata se inserita in un contesto di storia globale e valutandone tutte le possibili interconnessioni con le strutture e le sovrastrutture che la condizionano e la indirizzano. Tuttavia Morandi ci dà un quadro del progressivo sviluppo delle concentrazioni monopolistiche mettendo in luce i rapporti tra classi subalterne e sviluppo capitalistico e la loro relazione con la lacerazione nord-sud che è tuttora di grande interesse e utile anche per comprendere la realtà contemporanea.

Poiché abbiamo utilizzato come riferimento per questa edizione elettronica l’edizione del 1966, in questo testo è compresa, in appendice, la lezione che Morandi tenne all’Istituto Gramsci nel 1954 su Gli aspetti dello sviluppo capitalistico dell’industria italiana. Questa lezione consolida in sostanza l’impostazione del 1931, che evidentemente Morandi non considerava superata. Certamente tratta nuovi elementi fondamentali come la creazione dell’IMI nel 1931 e dell’IRI nel 1933. L’allargamento delle tematiche così come furono impostate da Morandi è ovviamente necessario e gli approfondimenti sono sicuramente utili, ma sul piano storico generale il lavoro di Morandi è tuttora valido.

Sinossi a cura di Paolo Alberti

Dall’incipit del libro:

Nella seconda metà del secolo XVIII, nel periodo cosidetto delle riforme, che precedette sul continente gli sconvolgimenti rivoluzionari, un risveglio economico si percepisce, come nella piú parte dei paesi europei, anche negli Stati italiani. Il Verri lo salutava con parole generose: «Una falsa politica regnò nel passato secolo, e i popoli s’impoverirono e gli Erarj divennero oberati dai debiti, e i sovrani perdettero quella robustezza, e vigore che hanno riacquistata in tempi piú felici. L’arte di reggere una nazione allora si definí l’arte di tenere gli uomini ubbidienti. – Il Cielo ci accorda un secolo ben diverso! I Governi d’Europa generalmente fanno a gara per distruggere i mali ereditati da quella falsa politica. Si conosce, e si definisce l’arte di reggere un popolo quella di rianimarlo alla prosperità».
Questa intensificazione d’attività, del resto molto moderata, e che si rileva per sintomi piuttosto che da situazioni nuove che si siano formate, è specialmente notevole, per le caratteristiche che presenta, nel Milanese. È questa la contrada piú ricca della penisola, ch’è soggetta ai tipici sovrani riformatori del tempo, Maria Teresa e Giuseppe II. Si rammenti tuttavia in proposito, evitando delle ingannevoli generalizzazioni, come il dominio austriaco si trovasse allora limitato nell’Italia del nord ad una zona abbastanza ristretta, la quale, riferita all’attuale Lombardia, si può all’ingrosso delineare coll’esclusione dell’oltre Ticino, e cioè della Lomellina, dell’oltre Po pavese, della Valtellina al nord, e ad occidente delle provincie di Bergamo e di Brescia, ch’erano pur sede d’industrie numerose, e del territorio di Crema, appartenenti alla Repubblica veneta. Onde risultava ancora preponderante nel settentrione il peso economico delle regioni che stavano propriamente fuori dell’orbita del movimento riformatore.

Scarica gratis: Storia della grande industria in Italia di Rodolfo Morandi.