La mise en espace diretta da Eugenio Sideri e interpretata da Alice Giroldini al Polis Teatro Festival

Uno sguardo focalizzato sulla scena drammaturgica contemporanea del Nord Europa, quello della nona edizione del Polis Teatro Festival di Ravenna, per la direzione artistica di Agata Tomšič e Davide Sacco di  ErosAntEros, che ha portato all’attenzione del pubblico autori di grande spessore.

Tra questi, l’opera teatrale  di Eeva Turunen, autrice finlandese, classe 1983, finalista nel 2015 al Premio Lea, riconoscimento assegnato dall’Associazione Drammaturghi e Sceneggiatori, vincitrice del concorso nazionale dei Monologhi e tradotta  sia in italiano che in tedesco. A portarla in scena al Teatro Rasi di Ravenna con una mise en espace, il registra Eugenio Sideri di Lady Godiva Teatro, che abbiamo intervistato.

Eugenio Sideri @Marco Parollo

Come è stato l’incontro con il testo di Eeva Turunen? Quali i temi trattati e la trama?

Eugenio Sideri: “Ho ricevuto l’invito, da parte di ErosAntEros, a partecipare al Festival Polis per la realizzazione di una mise en espace di uno dei testi prescelti dell’area finnica, come da focus del dell’edizione 2026 del festival.   Due parole su Ulla, alla prima lettura, mi è sembrato un testo abbastanza distante dalle mie abituali corde poetiche e narrative. Spesso scrivo prendendo spunto da fatti storici, da tematiche sociali e politiche, mentre stavolta avevo di fronte una sorta di lungo elenco di pensieri, apparentemente senza particolari emozioni, senza un fatto preciso da raccontare.

Mi sembrava una sorta di flusso di coscienza: una ragazza sola, probabilmente bipolare, che dalla finestra del suo appartamento guarda il mondo esterno, riflettendolo su se stessa nella creazione immaginaria di dialoghi e situazioni. In particolare nell’appartamento di fronte vive Ulla, ragazza di cui la protagonista, Allu, è innamorata. Il margine tra fantasia, immaginazione e realtà si fa labile: si vive in un continuo spiazzamento tra passato e presente, tra situazioni inventate e reali. Un testo pieno di solitudine, ma pure carico di situazioni con risvolti comici. Il dramma della solitudine viene corroso dal racconto di situazioni degne della comicità di un film muto. La distanza che trovavo tra questa proposta e il mio lavoro abituale mi ha incuriosito. Ho accettato per scommettere con me stesso, per mettermi in gioco con una scrittura molto distante dalla mia”.

Come hai sviluppato la mise en espace? Quali le strategie e le modalità rispetto ad uno spettacolo completo per rendere efficace il testo in scena?

E.S.: “Inizialmente ho pensato ad una lettura del copione in vari punti della scena, su tre/quattro leggii. Il racconto, però, essendo a voce sola, in un alternarsi tra monologo e soliloquio, poteva rischiare di divenire troppo standardizzato, monotono. Considerare oltre un’ora al leggio, con un’unica voce, è davvero un rischio, specie se il testo non propone impennate, momenti di dramma o di possibilità di scarto. Così ho iniziato a pensare il testo non come lettura, ma come spettacolo vero e proprio. La mise en espace, generalmente, prevede la lettura scenica del copione, o un allestimento elementare. Io invece ho pensato proprio come se dovessi realizzare lo spettacolo vero e proprio, mantenendo però i fogli del copione in mano all’attrice. Mi è venuta in mente La finestra sul cortile, di Alfred Hitchcock, dove un uomo in sedia a rotelle vede il mondo esterno dalla finestra, in particolare assistendo a ciò che accade nell’appartamento di fronte. E poi ho pensato ad un’altra figura cinematografica che vede e ragiona sul mondo guardandolo dalla finestra: Pino Balirali, il farmacista invalido de La lunga notte del ‘43 di Florestano Vancini, tratto dal racconto omonimo di Giorgio Bassani.

Cercavo una situazione di stallo, in cui tutto avvenisse alla finestra, senza troppe azioni. E allora mi è venuta in mente la meravigliosa Anna Magnani ne Una voce umana , dal film di Roberto Rossellini, L’amore. L’episodio, tratto dall’opera teatrale di Jean Cocteau, vede la protagonista sola nella sua camera, sul letto, che parla al telefono. Avevo bisogno di una attrice capace, in grado di toccare varie corde recitative, capace di evocare mondi ed emozioni anche laddove il testo pareva nasconderle. Così è nato l’incontro con Alice Giroldini e con il nostro Ulla: uno spettacolo con la protagonista nel letto, che da lì tutto agisce; dal letto Ulla vede e racconta il mondo esterno, che vede da una immaginaria finestra. Dal letto la protagonista recita il testo, trasformando la lettura scenica in una sorta di spettacolo recitato con i fogli del copione in mano, che vanno man mano sparpagliandosi nel letto stesso”.

Alice Giroldini @Dario Bonazza

La scelta dell’attrice e come l’hai diretta in scena

E.S.: “Alice Giroldini è stata quasi immediatamente nei miei pensieri. L’avevo vista recitare e mi aveva colpito. Energica ma dolce, capace di spostarsi dal dramma all’ironia con una agilità e capacità davvero speciali. E poi una dose di verità, di ricerca della verità sulla scena, che amo molto. L’ho cercata immediatamente e abbiamo condiviso il desiderio di scommettere su un testo apparentemente senza soluzioni di dramma o di scarto. Un panorama, dicevamo, proprio tipico dei luoghi nativi dell’autrice, finlandese, abituata a lunghe distese innevate, a mesi di luce sempre uguale o buio. Ci siamo subito accordati, io e Alice, nella esigenza di dare espressione viva a questa pianura, a trovarle incagli, spessori, piccole alture che ci permettessero di spostare i recitati su vari registri. E’ stata una bella collaborazione che ci ha visto condividere, da subito, le stesse esigenze. Trovare l’idea del letto ha permesso immediatamente ad Alice di avviare una ricerca personale recitativa che man mano mi proponeva, dandomi la possibilità di controproporre e costruire situazioni sceniche”.

Cosa rappresenta quest’opera e la partecipazione al Polis Teatro Festival a questo punto della tua carriera di regista, soprattutto in relazione ai temi del femminile che in questa edizione sono molto accentuati?

E.S.: “Il lavoro che realizzo, specie con il progetto delle Oltraggiose, in questi anni, rientra pienamente nella poetica di questa edizione del Festival. Per questo mi sono sentito a casa, potendo appunto lavorare su tematiche a me comuni. E’ stato bello partecipare, trovarsi con artisti di calibro internazionale, confrontarsi con critici, studiosi ed altri teatranti. Siamo stati bene!”.

Progetti futuri

E.S.: “Proseguo, in altro modo, la linea del monologo femminile. Sto scrivendo, infatti, Carne per carbone, un testo in cui la protagonista è la moglie di un minatore morto nella tragedia di Marcinelle, avvenuta nel 1956.

Ho scelto, per questo lavoro ancora non concluso (abbiamo realizzato un primo studio due mesi fa), e che crediamo di chiudere entro la fine anno, ho scelto Irene De Simone, attrice napoletana. Non a caso il suo personaggio, infatti, è quello di una donna emigrante, che ha seguito il marito in Belgio. L’8 agosto 1956, a Marcinelle, nella miniera di Bois du Cazier (Belgio)sono morti 262 minatori, di cui 136 italiani. Voglio poter usare un linguaggio ibrido, tra l’italiano e il napoletano, in cui esca la verità di una di questa donne e di una tremenda vicenda.

Sono necessari quei 262 morti per far rivedere le regole di ingaggio, i sistemi di sicurezza, le condizioni generali e di emarginazione in cui vivevano i nostri minatori e che, in ogni caso, non fermeranno la miniera, aperta per altri dieci anni, per altri incidenti, per la silicosi che porterà altri uomini alla morte.

Penso ad un racconto dell’attesa, penso a un dire mentre si spera che qualcosa succeda, là sotto a quota meno 975 metri. Penso ad una donna che rappresenta le donne, italiane, dalla Sicilia al Veneto, perché i morti di Marcinelle attraversano tutto il nostro stivale. E ci raccontano chi siamo stati.

Già, siamo stati anche questo. E non voglio dimenticarlo. E penso che il teatro posso aiutarmi non solo a raccontarlo, ma a tramandarlo alle generazioni che saranno”.

Anna Cavallo