Sul palco del Teatro Augusteo Edoardo Leo entra accompagnato soltanto dalla chitarra Fender di Jonis Bascir. L’impressione iniziale non è quella di uno spettacolo che comincia, ma di una conversazione già avviata, ripresa davanti al pubblico quasi senza soluzione di continuità.

Leo lavora subito sulla vicinanza con la sala. Scherza sui cellulari ancora accesi, sulle distrazioni inevitabili, sui piccoli cortocircuiti del vivere contemporaneo. Il pubblico reagisce immediatamente e il tono della serata si definisce da solo: più racconto condiviso che monologo tradizionale.

Le storie arrivano una dopo l’altra seguendo il filo della memoria più che quello di una struttura rigida. Il nonno di Viterbo, le abitudini familiari, le telefonate prima dei pasti, le esagerazioni quotidiane che col tempo diventano ricordi migliori della realtà stessa. La comicità nasce proprio da questo: dal riconoscersi dentro dettagli apparentemente minimi. Sotto la leggerezza, però, si muove un tema preciso. Leo torna più volte sull’idea che la vita non coincida davvero con ciò che viviamo, ma con quello che ricordiamo e con il modo in cui scegliamo di raccontarlo. Il riferimento a Gabriel García Márquez attraversa tutto lo spettacolo senza diventare mai citazione esibita: il ricordo modifica la realtà, la riscrive, qualche volta persino la migliora.

Anche la scuola entra in questo flusso di memoria collettiva. Leo si sofferma su quelle domande che tutti fanno ai bambini delle elementari — “Com’è andata?”, “Che avete fatto?”, “Cosa hai mangiato?” — e sulle risposte automatiche che arrivano quasi sempre identiche: “tutto bene”, “niente”, “non me lo ricordo”. È un passaggio semplice ma molto efficace, perché mostra come impariamo presto a costruire piccoli racconti di noi stessi, anche quando pensiamo di non avere nulla da dire.

Dentro questo percorso trovano spazio anche riferimenti alla scrittura e alla narrazione contemporanea, con un richiamo ad Alessandro Baricco e a una lingua capace di rendere vicine anche le cose più complesse. I ricordi si accumulano con naturalezza: un curriculum falso, una scuola romana — “La Scaletta” — e un invito a insegnare nato quasi per errore. Episodi raccontati senza cercare la battuta a tutti i costi, ma lasciando che sia l’assurdità stessa delle situazioni a produrre comicità.

Poi arrivano gli oggetti di un’intera generazione: lo stereo estraibile delle automobili, i furti d’auto, il cartello “Lo stereo ce lo mettiamo noi”, che Leo trasforma in un piccolo ritratto dell’Italia di qualche decennio fa. Sono dettagli che il pubblico riconosce immediatamente e che diventano memoria comune prima ancora che ricordo personale.

Il rapporto con la sala resta continuo per tutta la durata dello spettacolo. A un certo punto una ragazza festeggia l’addio al nubilato e Leo scende tra le poltrone, improvvisando con lei e trasformando quel momento in parte integrante della serata. Non è semplice interazione col pubblico: è il modo con cui lo spettacolo mantiene sempre viva la sensazione di stare accadendo davvero, in quel preciso momento.

La musica accompagna tutto il percorso senza diventare mai semplice sottofondo. La chitarra di Jonis Bascir attraversa il racconto fino ad arrivare a “Nebraska” di Bruce Springsteen, uno dei momenti più intensi della serata. Ed è proprio lì che emerge il nucleo emotivo dello spettacolo: il ricordo dell’estate del 1983, di un viaggio in macchina con lo zio, del fumo nell’abitacolo, delle cassette inserite nello stereo e di una canzone ascoltata senza ancora avere gli strumenti per capirla davvero. Leo racconta quel frammento senza caricarlo di retorica, lasciando che sia il pubblico a riempirlo di esperienza personale. “Nebraska” non arriva come semplice citazione musicale, ma come ritorno a quel momento originario in cui una storia, una voce o una canzone riescono a lasciare un segno prima ancora di essere comprese fino in fondo.

Lo spettacolo dura circa un’ora e quarantacinque minuti e scorre senza cedimenti evidenti. Si vede che Leo porta avanti questo lavoro da tempo, ma proprio questa familiarità gli permette di muoversi con naturalezza tra comicità, autobiografia e racconto teatrale. Non interpreta un personaggio: mette in scena un modo di guardare le cose. Alla fine resta soprattutto questo: l’idea che raccontare serva prima di tutto a non perdere quello che siamo stati. Non per trovare risposte definitive, ma per dare una forma ai ricordi, alle persone e ai momenti che altrimenti rischierebbero di sparire nel rumore della vita quotidiana.

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