Nuccio Loreti, artista catanzarese di respiro nazionale e internazionale, capace di far parlare la materia oltre ogni confine. Con le sue creazioni si è fatto conoscere e apprezzare per essere riuscito a dare un’anima ai metalli che lavora con maestria e, soprattutto, con il cuore.
Stilisticamente la sua carriera è segnata da una tecnica distintiva, complessa e innovativa: il Mosaico Metal 3D, che consiste in un minuzioso lavoro di assemblaggio di centinaia di frammenti metallici saldati singolarmente, per costruire volumi tridimensionali complessi. Il risultato è un’opera ricca di luce e riflessi in cui il metallo sembra “vivo”.
Nuccio, grazie per aver accettato di concedermi un’intervista.
Sono una tua grande estimatrice, apprezzo molto la tua arte e sento di doverti ringraziare perché metti le tue opere a disposizione della nostra città, contribuendo a renderla più bella con creazioni artistiche e ricche di significato.
Più volte te lo avranno chiesto, e tu stesso, sui social, non perdi occasione per ribadire che HAI SCELTO di rimanere in Calabria e di eleggere Catanzaro come sede fisica del tuo atelier artistico.
In un’epoca di emigrazione artistica e intellettuale dalla nostra Terra, cosa ti ha spinto a dire: «Io resto a Catanzaro?»
«Il luogo in cui sorge il mio laboratorio è, prima di tutto, un posto “magico”. È lì che ho trovato la pace necessaria per concentrare tutte le mie energie su ciò che creo. In questo mi sento fortunato.
Ma la scelta di restare va oltre: fin dall’inizio ho sentito il bisogno di valorizzare la mia città attraverso le mie opere. Immagino Catanzaro viva, piena di turisti, capace di attrarre bellezza.
Non potevo portare la mia arte altrove e lasciare qui – una terra ricca di storia e cultura – nell’abbandono.
La mia è una missione. E spero di portarla avanti fino all’ultima goccia di energia.»
Molti di noi conoscono “Vitulus” o “’U Pruppu”, che affondano le radici nel nostro folklore. Il primo richiama le origini della parola Italia e la forza dei catanzaresi, il secondo è il simbolo del nostro storico Mar Jonio. Ma sono solo queste le opere che per il maestro Loreti rappresentano la nostra città?
C’è una scultura in particolare che consideri il tuo “atto d’amore” per Catanzaro?
«Le mie sculture nascono dal desiderio di riportare alla luce la nostra storia. Non è poco: è un tentativo di restituire respiro e identità a una città che, a volte, sembra aver dimenticato le proprie radici.
Il mio lavoro è anche un richiamo, soprattutto per chi ha la responsabilità di amministrare questo territorio.
Se dovessi scegliere, però, non indicherei una sola opera: tutte le mie sculture sono atti d’amore. Insieme, formano un unico grande racconto dedicato a Catanzaro.
Un racconto che guarda anche al futuro, affinché le nuove generazioni non siano costrette a partire.»
Parliamo dei metalli che usi per le tue creazioni: ferro, acciaio, materiali di scarto… perché questa scelta?
«Il metallo è materia antica, carica di memoria. Ho scelto ferro e acciaio perché parlano lo stesso linguaggio della mia terra: forza, resistenza, carattere.
Eh sì, anche un po’ di quella testardaggine tipicamente calabrese.
Ma soprattutto, il metallo ha una qualità che sento profondamente: riesce a trasmettere energia. La stessa energia che cerco di imprimere in ogni mia opera.»
Ci spieghi meglio la tecnica del Mosaico metal 3D, come l’hai scoperta e perché la utilizzi nelle tue creazioni?
«La mia tecnica nasce dalla resilienza.
Non ho seguito percorsi accademici: il “Mosaico metal 3D” è qualcosa che ho costruito nel tempo, con le mani e con l’esperienza.
Per anni ho lavorato il metallo come artigiano, imparando a conoscerlo in ogni sua forma. A un certo punto, quella conoscenza si è fusa con la mia visione artistica.
Da lì sono nate le mie opere: forme vive, dove tecnica e passione si incontrano.
Guardando la tartaruga in ferro che hai postato sui social, sono rimasta profondamente colpita dalla tua creazione, ma anche dalle parole che accompagnano l’immagine. Hai iniziato scrivendo: «C’è chi vede solo ferro arrugginito. Io vedo ciò che resiste».
Interpreto queste parole come un invito ad andare al di là delle apparenze, a non giudicare senza conoscere, a riflettere su ciò che il mondo considera inutile, a dare valore agli “scarti” e quindi agli “ultimi”.
Ti chiedo: è proprio questa capacità di vedere il valore nascosto ciò che guida la tua mano quando trasformi il metallo in un’opera d’arte, o il messaggio che vuoi trasmettere è più intimo e personale?
«Ogni opera nasce da un pensiero. Prima c’è l’osservazione, la ricerca, il confronto con ciò che mi circonda. Poi arriva l’intuizione, improvvisa, come una luce che si accende.
Le mani seguono quella direzione, come guidate da un “faro”.
Le parole, invece, arrivano dopo. Quando condivido l’opera, nasce anche la poesia. È in quel momento che il messaggio prende forma completa.»
Opere come la Donna in Rosso o Sospeso dimostrano che la tua arte non è solo estetica, ma un megafono sociale. Pensi che l’artista, in una terra complessa come la Calabria, abbia il dovere morale di farsi carico di questi messaggi?
«Essere artista significa anche essere vulnerabili. Ci sono storie e realtà che non riesci a ignorare: ti restano addosso, ti attraversano.
È da lì che nasce l’urgenza di creare.
Trasformare un’emozione in materia — darle forma nel metallo — è un processo complesso, ma necessario.
In una terra come la nostra, certe tematiche non sono lontane: fanno parte di noi. E l’arte diventa un modo per affrontarle.»
Secondo te, scegliere di lavorare al Sud rappresenta una sfida, un atto d’amore e di fedeltà per la tua Terra, o una rivoluzione?
«Restare è una scelta controcorrente. È una forma di ribellione, ma anche un atto di responsabilità.
Nel mio piccolo, cerco di dimostrare che si può costruire qualcosa anche qui. E, soprattutto, di dare un segnale a chi viene dopo: non arrendetevi.»
Parliamo di donne. Ne hai “create” tante. Qual è il ruolo delle donne nella tua arte? E come appaiono, agli occhi del maestro Loreti, le donne calabresi?
«La donna, per me, rappresenta l’essenza del bello.
Non un’idea superficiale, ma una presenza complessa, fatta di forza, grazia, contraddizioni. Per questo è così centrale nel mio lavoro.
Se dovessi raccontare la donna calabrese con un’immagine, sceglierei un piatto semplice ma intenso: spaghetti aglio, olio e peperoncino.
Essenziale, ma impossibile da dimenticare.»
Facciamo finta che io sia una fata e il mio PC una bacchetta magica con la quale riesco a trasformare (solo per un giorno) Catanzaro in New York. Dove posizioneresti le tue opere? E chi vorresti le ammirasse?
«Mah, New York è grande! Non saprei proprio!
Credo che l’arte possa dare identità a un luogo.
Così come Gaudí ha fatto con Barcellona, anche Catanzaro potrebbe diventare riconoscibile attraverso le sue opere.
Se ci fosse la possibilità di inserirle in modo organico nel tessuto urbano, diventerebbero veri attrattori culturali e turistici.
Perché sono opere uniche. E nascono qui.»
Come abbiamo detto, Catanzaro ospita l’atelier in cui lavori ed esponi le tue creazioni. Ci dici esattamente dove si trova e come possiamo visitarlo, magari proprio mentre stai creando?
«Il mio laboratorio si trova a Petrusa, Gagliano, in via Gimigliano 189.
È un luogo aperto a chi vuole entrare, osservare, respirare ciò che accade dentro.
Chi lo visita spesso parla di pace, di energia positiva.
Ed è forse questo, oggi, il valore più grande che posso offrire.»
Le parole di Nuccio Loreti ci ricordano che l’arte non è solo un esercizio estetico, ma un atto di resistenza e di appartenenza. Attraverso le sue sculture, il metallo smette di essere fredda materia per farsi memoria collettiva e speranza per una terra che ha tanto da dire e da offrire.
Grazie al maestro Loreti per averci regalato la sua testimonianza e per averci mostrato che, a volte, per arrivare lontano non serve fuggire, ma basta saper guardare ciò che ci circonda con occhi nuovi.
Auguriamo a lui e alle sue opere di continuare a essere per tutti noi un simbolo di forza, resistenza e resilienza.

(Loreti nel suo laboratorio)

(Petrus)

(Vitulu)

(La Pantera)

(Boscarino, il lupo della Sila)
Si ringrazia Nuccio Loreti per aver gentilmente concesso il materiale fotografico




