Silvana Franco è nata in Canada da una famiglia di Simbario, un piccolo borgo delle Serre calabresi in provincia di Vibo Valentia.
Quando la famiglia è ritornata in Italia, Silvana era adolescente, ma già talentuosa e profondamente innamorata dell’arte. Per tale ragione, dopo gli studi superiori, decide di iscriversi all’Accademia delle Belle Arti di Catanzaro, dove ha modo di esaudire il suo sogno e affinare il suo talento artistico.
È un’artista a tutto tondo. Dipinge, lavora la ceramica, scrive, canta, recita. Si dedica con passione alla ricerca di luoghi e opere nascoste, anche un semplice rudere. Tutto ciò che ha a che fare con l’arte e la bellezza è parte di lei.
«Ho la natura, l’arte e la poesia, e se questo non è sufficiente, che cosa posso volere di più?». È la frase che accompagna la foto del profilo Whatsapp di Silvana e che ci svela la sua capacità di ritrovare l’arte in ogni elemento naturale. Un fiore, un paesaggio, un angolo nascosto diventano elementi da ammirare e catturare in un’immagine.
Nutro grande entusiasmo nel condurre questa intervista, ma anche una grande emozione, perché io e Silvana siamo amiche da quasi trent’anni e abbiamo avuto la gioia e il piacere di condividere momenti indimenticabili.
Cara amica, ti ringrazio per avermi concesso quest’intervista che, permetterà ai nostri lettori di conoscerti meglio.
Chi è oggi Silvana Franco?
«Oggi mi sento una donna più matura, con diversi anni di esperienza alle spalle. Sono sempre alla ricerca di ciò che può arricchire il mio animo, sia dal punto di vista spirituale sia attraverso momenti di contatto con la natura, che amo ammirare in tutto il suo splendore. Le sensazioni piacevoli che nascono da queste esperienze non voglio tenerle solo per me: sento il desiderio di condividerle con gli altri, attraverso un dipinto, un canto, la scrittura, la creazione di oggetti in ceramica o altro ancora.
Allo stesso tempo, sono una donna che ha attraversato prove importanti, legate alle vicissitudini di mio figlio, affetto da autismo. Nella vita si cade, ma si continua a lottare per rialzarsi, ogni volta più forti di prima.»
Parliamo della tua passione per la pittura. Quale movimento artistico attira maggiormente il tuo interesse?
«Sono molto attratta dall’Impressionismo.
Le avanguardie artistiche, in generale, le ho studiate con grande interesse per il coraggio che questi artisti, a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, hanno dimostrato andando controcorrente, così come per le innovazioni che hanno apportato all’arte.
Restando nel tema della natura, l’Impressionismo era l’arte en plein air, cioè una pittura realizzata all’aperto, per catturare l’impressione che la natura offriva agli artisti nell’istante stesso in cui dipingevano. Da qui nascono i loro numerosi quadri di papaveri, ninfee, donne con l’ombrello per proteggersi dal sole, banchetti e ballerine. Tutti rigorosamente eseguiti con piccoli e rapidi tocchi di pennello, che sfumano delicatamente i colori e riescono a suscitare grandi emozioni.»
Se un grande pittore del passato potesse farti un ritratto, chi riuscirebbe a catturare la tua anima?
«Sicuramente mi farei ritrarre dall’impressionista Renoir, per la sua delicatezza, le sue sfumature dai colori caldi e le espressioni naturali e serene.
Mentre, per il mio aspetto un po’ più tormentato, mi farei dipingere da Van Gogh; d’altronde ho scelto una sua frase sul mio profilo WhatsApp: «Ho la natura, l’arte e la poesia, e se questo non è sufficiente, che cosa posso volere di più?»
Com’è avvenuto, nel tuo percorso, il passaggio dal pennello alla penna?
«Il passaggio dalla pittura alla scrittura è stato casuale. Per anni ho attraversato la Calabria con la mia famiglia, riempiendo telefoni, macchine fotografiche e taccuini di appunti. Un giorno, riguardando tutto quel materiale, mi sono resa conto che rischiava di restare fermo lì: ricordi preziosi, ma silenziosi. È stato in quel momento che ho deciso di non lasciare che quelle esperienze si perdessero. Così è nato il mio primo libro: come un modo per dare voce a quei luoghi e a quei passi.»
La tua opera prima in campo letterario è Orme dimenticate, com’è nata l’idea di scrivere un libro dedicato ai “luoghi dimenticati” della nostra meravigliosa regione?
«La Calabria ha una storia ricchissima che affonda le sue radici nel Paleolitico Inferiore. Numerosi sono i popoli che hanno calpestato il nostro suolo, lasciando tracce del loro passaggio. Da qui nasce il titolo “Orme Dimenticate”: le impronte di queste civiltà, spesso trascurate dal disinteresse collettivo.
Ho quindi ritenuto importante riportare alla luce ciò che giace nell’oblio, valorizzando beni e siti archeologici, architettonici e artistici poco conosciuti, ma di grande rilevanza storica.
Ne nasce una guida turistica che è anche un diario di viaggio, arricchito dalle esperienze personali vissute dalla mia famiglia e accompagnato da fotografie.»
Ci racconti un aneddoto particolare legato alla stesura o alla ricerca per questo libro?
«Era un pomeriggio di primavera, intorno alle cinque, quando ci trovavamo nell’area grecanica, in un piccolo borgo arroccato considerato da molti l’acropoli della Magna Grecia: Gallicianò. L’aria era limpida, ma già inclinata verso la sera. Volevamo spingerci fino a Roghudi Vecchio, il paese fantasma di cui avevo sentito raccontare durante le mie ricerche. Poco prima, una signora che avevo intervistato – custode di quel grecanico antico, il greco di Calabria – ci aveva messe in guardia: “Non andate ora, sta scendendo il buio”. Non l’abbiamo ascoltata. Abbiamo raggiunto il paese abbandonato passando davanti a pietre misteriose e leggendarie, la Rocca del Drago e le Caldaie del Latte, legate alla leggenda di un drago cattivo e cieco che scuoteva la coda quando aveva fame. La tradizione popolare vuole che sia stato proprio il drago a provocare le frane di Roghudi Vecchio, motivo per cui il borgo fu abbandonato. In realtà furono due alluvioni, negli anni Settanta del secolo scorso, a causarne l’abbandono. Al ritorno, il sentiero si è fatto via via più incerto, inghiottito dalla vegetazione dell’Aspromonte. A un certo punto, senza quasi accorgercene, abbiamo perso l’orientamento. Intorno a noi c’erano solo silenzio e ombre che si allungavano. Mi sono resa conto allora di quanto fosse sottile il confine tra il cercare e lo smarrirsi. Per fortuna, in un punto isolato, il telefono ha agganciato un filo di linea. Abbiamo chiamato un’amica che, da lontano, con indicazioni frammentarie, è riuscita a guidarci verso la strada del ritorno. Ho capito che Orme dimenticate non è solo un viaggio nei luoghi abbandonati: è anche perdersi, ascoltare e imparare quando fermarsi.»
È innegabile il tuo amore per la Calabria, dopo Orme dimenticate hai scritto a quattro mani con Loredana Turco Legendabria. Nel libro ci fate immergere in una Terra ricca di miti e leggende spesso sconosciuti. Perché, secondo te, la Calabria è così magica?
«Ringrazio la mia compagna di penna, Loredana Turco, con la quale abbiamo condiviso la nostra grande passione per le escursioni e la ricerca di ciò che rafforza il legame di una comunità con il proprio territorio. Questa ricerca ci ha condotti alle leggende. La Calabria è considerata “magica” perché è una terra dove storia, natura e tradizioni si intrecciano profondamente. Antiche civiltà come quelle della Magna Grecia hanno lasciato miti che si sono mescolati con credenze popolari e religiose. In più, luoghi selvaggi e isolati come l’Aspromonte e la Sila hanno alimentato per secoli misteri e racconti tramandati a voce. In breve, è “magica” perché unisce passato, natura e immaginazione in un unico racconto.»
In Legendabria sono presenti bellissime illustrazioni, che tecnica hai utilizzato per realizzarle e da cosa hai tratto ispirazione per i soggetti?
«Ho realizzato alcune illustrazioni ad acquerello e altre a matita, lasciandomi ispirare dai racconti delle nostre leggende e attenendomi alle descrizioni dettagliate di personaggi e paesaggi. La cosa che mi ha reso più felice è stata dare un volto a personaggi e scene mai rappresentati finora.»
Mi piacerebbe parlare della tua attività con tuo figlio Francesco e del mondo della manualità. Insieme a lui create opere in ceramica. Avete un laboratorio? Come prendono forma le vostre creazioni?
«Quando Franci ha terminato la scuola superiore, ho cercato di creare qualcosa che potesse valorizzare al meglio il suo tempo e le sue capacità. Aveva frequentato il Liceo Artistico di Squillace, borgo culla della ceramica, e aveva già un po’ di esperienza grazie ai lavori realizzati a scuola. Così ho trasformato il mio garage in un piccolo laboratorio, acquistando un forno e tutto l’occorrente. Abbiamo iniziato creando animaletti e oggetti decorativi, lasciandoci ispirare anche dai beni archeologici, artistici e architettonici della Calabria, oltre che dalle sue leggende, qualche volta rivisitandoli con tecniche pittoriche proprie delle Avanguardie Artistiche di fine ‘800 e inizio ‘900.»
Sei molto attiva sui social e Orme dimenticate è diventata anche una pagina Facebook molto seguita. Cosa ami condividere con i tuoi follower e cosa sogni che diventi questo spazio virtuale?
«La mia pagina ha raggiunto oltre 16.000 follower ed è nata subito dopo la pubblicazione del mio primo libro, dal quale prende il nome. Amo condividere le mie escursioni attraverso foto, video e contenuti informativi. Grazie ai commenti e al confronto con gli altri, ho imparato moltissimo.
Vuole essere una pagina attiva, dove tutti possano intervenire ed esprimere la propria opinione: uno spazio di arricchimento reciproco.»
Nel tuo percorso hai incontrato molte personalità della cultura. Chi ti ha colpita o ispirata di più?
«Sono davvero tante le persone che ho incontrato durante il mio percorso, e tutte hanno avuto un ruolo importante per me. Mi risulta difficile indicarne solo una.
Partirei da coloro che hanno arricchito il nostro libro Legendabria, scrivendo la premessa e la presentazione: l’archeologa Chiara Raimondo e l’antropologo Vito Teti. Chiara Raimondo si è impegnata molto per far riemergere i siti archeologici calabresi, pur non essendo originaria della regione. Vito Teti, invece, ha dato concretezza alla sua riflessione sul concetto di “Restanza”, scegliendo di rimanere nel suo paese d’origine, San Nicola da Crissa (VV), e mettendo in luce come, a volte, sia più difficile restare che partire, per dare valore ai nostri borghi. Il professore Francesco Cosco di Petilia Policastro (KR) mi ha trasmesso tutto ciò che so sulle grotte rupestri, mentre l’archeologo Sebastiano Stranges Ellesmere, attivo nella provincia di Reggio Calabria, continua ad arricchirmi con le sue importanti scoperte, in particolare legate alla cultura armena. Mi piace confrontarmi sul monachesimo con l’editore e operatore culturale Demetrio Guzzardi e con l’architetto Salvatore Tozzo, di Magisano (CZ), sulla storia vissuta nelle zone della presila. Ci tengo a citare le persone con cui ho avuto il piacere di collaborare in ambito culturale: Nicola Pirone, Gianni de Simone, Lino Natali, Vincenzo Villella, Palmiro Lo Giacco, Antonio Mancina.
Infine, ci sono i miei compagni di viaggio: Giuliano Guido, con le sue ricerche sulle torri costiere, i mulini ad acqua e le fontane della Calabria, e Carmine Rotundo, instancabile esploratore. Vorrei nominare ancora tanti altri miei amici con cui condivido la passione per le escursioni, ma mi dilungherei troppo.»
Sei una donna sempre in movimento. A quale progetto ti stai dedicando in questo momento?
«Attualmente non ho grandi progetti: continuo semplicemente a dedicarmi alle escursioni con la mia famiglia, alle presentazioni dei miei libri e alla creazione di oggetti in ceramica. Mi diletto anche a recitare e a cantare in varie rappresentazioni teatrali con il gruppo parrocchiale e, soprattutto, mi prendo cura della mia famiglia.»
Silvana, tu sei moglie, madre e figlia. Se volessi dipingere un quadro dal titolo La mia famiglia, cosa dipingeresti? Quale stile sceglieresti e quale colore prevarrebbe?
«I colori sarebbero quelli della natura: una campagna luminosa, tra la primavera e l’estate. Noi tutti formeremmo un grande cerchio, mano nella mano, come in un vortice danzante. I capelli mossi dal vento e un senso diffuso di allegria. Userei la spugna al posto del pennello, per creare sfumature morbide che richiamano la pittura impressionista.»
Voglio ringraziare Silvana perché, nel rispondere alle mie domande, ha svelato a chi non la conosce il suo vero volto.
Il tema dell’autismo, la sua profonda spiritualità e la consapevolezza che nella vita le cadute devono essere trasformate in una lotta per rialzarsi più forti di prima, hanno trasformato la sua stessa esistenza in un “vortice danzante”.
In ogni parola di questa conversazione emerge la sua dolcezza e l’amore immenso di chi, proprio attraverso questo vortice, conduce per mano il suo pubblico nel mondo dell’arte, della letteratura e della nostra magica Calabria.

Orme Dimenticate e Legendabria

Abbazia di Corazzo, Carlopoli(CZ)



La prima foto rappresenta Francesco con una sua creazione: Piatto di ceramica con paesaggio marino
Nella seconda e nella terza foto sono rappresentati rispettivamente “Il Cavatore”, (Tecnica di Magritte) “Fata Morgana (Tecnica di Mondrian)

Due angoli del laboratorio

Tre dipinti in stile impressionista di Silvana Franco:“Giornata soleggiata” (Tempera su tela con spugna), “Covoni” (Tempera su tela con spugna), “Vento” (Tempera su tela)
Questa la pagina Facebook ufficiale Calabria: Orme dimenticate. Vi invitiamo a seguirla.
https://www.facebook.com/silvana.franco66?locale=it_IT
Si ringrazia Silvana Franco per aver gentilmente concesso il materiale fotografico




