«All’epoca in cui comincia la nostra storia – un’epoca scelta arbitrariamente, ma da qualche punto bisogna pur cominciare lasciandoci dietro altri punti, altrimenti dovremmo cominciare anche noi «dai giorni di Set» – Giuseppe faceva il pastore come i suoi fratelli, ma in questo lavoro egli godeva di certi riguardi, perché solo quando ne aveva piacere custodiva insieme con essi, sui pascoli di Hebron, le pecore, le capre e i buoi di suo padre.»

 

Ne Il pozzo del passato, Mann introduce la sua tetralogia biblica, Giuseppe e i suoi fratelli, un’opera monumentale costituita da quattro romanzi (Le storie di Giacobbe, pubblicato nel 1933, Il giovane Giuseppe, nel 1934, Giuseppe in Egitto, nel 1936, e Giuseppe il nutritore, nel 1943) che rievocano le vicende dapprima di Giacobbe e poi di Giuseppe, l’undicesimo dei suoi dodici figli, narrate nel capitolo XXXVII della Genesi. Mann, in una lettera inserita nella postfazione al primo romanzo, scrive che “è il racconto biblico che intendo narrare di nuovo, in modo realistico e umoristico”: “in modo realistico”, dopo approfondite ricerche in ambito storico e religioso, “umoristico”, con la vena di sottile ironia che percorre Giuseppe e i suoi fratelli. Ne Il pozzo del passato, Mann dichiara di aver scelto proprio una remotissima vicenda biblica perché

«ci sono inizi particolari e circoscritti che formano, praticamente e positivamente, l’inizio primo di una determinata comunità o raggruppamento etnico e religioso cosicché la memoria, pur consapevole di non poter mai scandagliare l’ultima profondità, può acquietarsi presso questo inizio e ivi segnare, personalmente e storicamente, l’estremo limite delle sue ricerche.»

Giuseppe, il protagonista, viene descritto all’inizio in un lunghissimo periodo in cui il suo nome è volutamente ripetuto più volte:

«(per la quinta o sesta volta ripetiamo, e con manifesta compiacenza, il suo nome; nel nome infatti è sempre insita una misteriosa virtù ed il suo possesso sembra che ci dia una potenza evocatrice sulla persona del fanciullo, sommersa nel tempo ma così loquacemente viva una volta)».

Del giovane, che verrà in seguito definito “bello” e “leggiadro”, vengono messe in luce l’irrequietezza fisica ed intellettuale, che lo spinge ad indagare sulle proprie radici familiari ed a conoscere luoghi, lingue, culture, e la fervida religiosità, accresciuta dalla convinzione di essere amato e prediletto da Dio come dal padre.

Ne Il pozzo del passato, tuttavia, la presentazione di Giuseppe scivola quasi sullo sfondo per lasciare il posto in primo piano ad un altro tema, cui rimanda il titolo e che prende l’avvio dalle riflessioni del personaggio per venire poi sviluppato dall’autore. Il pozzo simboleggia il passato, il “mondo dei morti”, un mistero che l’autore cerca di sondare rievocando le radici sempre più remote della storia dell’uomo, da quella che comunemente viene intesa come antichità (assiro-babilonesi, egizi, ebrei), al diluvio universale, alla torre di Babele, ad “Atlantide, il cui contorno è l’ultima quinta ancora oscuramente visibile tra le nebbie del passato”, fino ad arrivare alla creazione. Il passato, tuttavia, non si lascia afferrare, perché “non essendo nessuna cosa nata da sé, ma avendo ognuna un padre, essa ci riporta indietro, in un fondo più fondo, nelle profondità primordiali e negli abissi del passato” ed il narratore, irrequieto viaggiatore del pensiero, nel suo “avventuroso peregrinare” a tratti si illude di poterlo ricostruire per poi scoprire che quella che credeva la meta era in realtà solo il punto di partenza per un ulteriore scavo. Mann evoca al lettore il proprio percorso di ricerca con un’efficace similitudine:

«L’insondabile si diverte a farsi gioco della nostra passione indagatrice, le offre mete e punti d’arrivo illusori, dietro cui, appena raggiunti, si aprono nuove vie del passato, come succede a chi, camminando lungo le rive del mare, non trova mai termine al suo cammino, perché dietro ogni sabbiosa quinta di dune, a cui voleva giungere, altre ampie distese lo attraggono più avanti, verso altre dune.»

La traduzione è l’ultimo lavoro di Bruno Arzeni (1905-1954), che morì prima di riuscire a portare a termine l’introduzione a Giuseppe e i suoi fratelli. Dopo un’esperienza prima come lettore all’università di Erlangen e poi come docente di letteratura italiana in quella di Monaco di Baviera, fu costretto a rientrare in Italia per motivi di salute. Si avvalse quindi delle competenze linguistiche acquisite in Germania per intraprendere l’attività di traduttore dal tedesco in italiano, dedicandosi a La figlia di Bruno Frank, alle fiabe dei fratelli Grimm, alle opere di Johann Wolfgang Goethe, Hermann Hesse e Stefan Zweig, ma soprattutto di Thomas Mann, che dichiarò il proprio apprezzamento nei confronti del suo lavoro. Nell’intento primario di rendere in italiano lo spirito, prima che la lettera, dei testi, faceva precedere le traduzioni da un intenso studio preparatorio sull’autore e sulla genesi dell’opera, come scrive proprio nell’introduzione a Giuseppe e i suoi fratelli:«È sempre uno dei piaceri più raffinati mettere il naso dietro le quinte, aver l’impressione di cogliere un segreto, sorprendere lo scrittore nell’intimità del suo lavoro, vedere le origini di un’opera».

Sinossi a cura di Mariella Laurenti

Dall’incipit del libro:

Profondo è il pozzo del passato. Non dovremmo dirlo insondabile? Insondabile anche, e forse allora più che mai, quando si parla e discute del passato dell’uomo: di questo essere enigmatico che racchiude in sé la nostra esistenza per natura gioconda ma oltre natura misera e dolorosa. È ben comprensibile che il suo mistero formi l’alfa e l’omega di tutti i nostri discorsi e di tutte le nostre domande, dia fuoco e tensione a ogni nostra parola, urgenza a ogni nostro problema. Perché appunto in questo caso avviene che quanto più si scavi nel sotterraneo del mondo del passato, quanto più profondamente si penetri e cerchi, tanto più i primordi dell’umano, della sua storia, della sua civiltà, si rivelano del tutto insondabili e, pur facendo discendere a profondità favolose lo scandaglio, via via e sempre più retrocedono verso abissi senza fondo. Giustamente abbiamo usato le espressioni «via via» e «sempre più», perché l’insondabile si diverte a farsi gioco della nostra passione indagatrice, le offre mete e punti d’arrivo illusori, dietro cui, appena raggiunti, si aprono nuove vie del passato, come succede a chi, camminando lungo le rive del mare, non trova mai termine al suo cammino, perché dietro ogni sabbiosa quinta di dune, a cui voleva giungere, altre ampie distese lo attraggono più avanti, verso altre dune. Ma ci sono inizi particolari e circoscritti che formano, praticamente e positivamente, l’inizio primo di una determinata comunità o raggruppamento etnico e religioso cosicché la memoria, pur consapevole di non poter mai scandagliare l’ultima profondità, può acquietarsi presso questo inizio e ivi segnare, personalmente e storicamente, l’estremo limite delle sue ricerche.

Scarica gratis: Il pozzo del passato di Thomas Mann.