La Terrazza (1980) di Ettore Scola
La terrazza è un film a episodi in cui le storie dei protagonisti s’intrecciano di continuo attorno a una terrazza romana, ritrovo della borghesia intellettuale dell’epoca.
La pellicola segue le vicende di varie figure di quell’ambiente: uno sceneggiatore in piena crisi creativa si ritrova bloccato davanti alla macchina da scrivere fino alle quattro del mattino; un giornalista politico lasciato dalla moglie, sommerso dal fallimento economico e professionale in un contesto che non perdona le debolezze; un funzionario della RAI sopraffatto dalla burocrazia; un produttore cinematografico travolto dai debiti e dalle difficoltà familiari; un onorevole comunista, diviso tra l’ideologia di partito e una relazione extraconiugale con una donna più giovane.
Scola mette in scena un’ironia amara che racconta la crisi della satira e la fine della commedia all’italiana. Da un lato, il clima politico e sociale degli anni ‘70 era divenuto più cupo e realistico, dall’altro il genere stesso si avviava alla saturazione, aggravato anche dall’avvento della televisione di massa. Se dal punto di vista espressivo l’uso del doppiaggio frena a tratti la spontaneità dei protagonisti, la forza del film risiede altrove, arricchita com’è da scene memorabili.
Si pensi alla sequenza della portiera di un palazzo romano che riesce a convincere un fruttivendolo a spostarsi invocando il rispetto per l’arte e per la scrittura, oppure a quella del funzionario RAI che durante il colloquio con il presidente si ritrova nascosto dietro la statua di Dante o alla situazione surreale di quando sempre lo stesso burocrate vede letteralmente accorciarsi la stanza mentre continua a mangiare castagne. Altrettanto significativa è la scena ambientata al Teatro Marcello con Mario e la sua amante: subito dopo l’esplosione di una bomba, l’unica preoccupazione del politico è quella di preservare il proprio non coinvolgimento, mostrando di fatto allo spettatore la distanza della classe politica dalle vicende reali del paese.
Attraverso queste situazioni, il film prende di mira la sinistra colta e borghese, denunciandone senza sconti l’arroganza, l’ipocrisia e il cinismo. Il vittimismo di ognuno dei personaggi diventa lo specchio della decadenza degli altri, provocando un loop di compassione e di disprezzo. Tutti i protagonisti restano disperatamente attaccati alla finzione rassicurante della vita agiata e per ognuno la presunta normalità si rivela quasi una forma di patologia sociale.
Questa incapacità di comprendersi mostra l’inadeguatezza della politica e dell’intellettuale di fronte ai bisogni intimi dell’individuo. In un discorso toccante, Mario scopre e fa intendere che la dottrina politica può offrire risposte teoriche sulle masse, ma lascia l’uomo del tutto disarmato di fronte alla propria infelicità. Nonostante la sincerità, l’onorevole sarà ignorato: gli applausi calorosi al congresso del PCI saranno riservati solo a Berlinguer.
Il ritmo della narrazione resta sempre vivo, grazie all’alternarsi dei personaggi e a un cast straordinario valorizzato da dialoghi brillanti. In questo contesto, le disquisizioni politico-culturali fanno in realtà solo da sfondo, perché il vero nucleo di fatto sembra essere la stanchezza e la disillusione dei suoi protagonisti.
E il punto d’arrivo dell’opera si manifesta con l’invettiva arrabbiata di Mario (interpretato da un grandissimo Vittorio Gassman) contro l’ipocrisia collettiva. Si tratta di un violento momento di rottura che tuttavia si risolve nel vuoto. Quando un amico lo interrompe chiedendogli “Uè, ma che cazzo dici“? lui risponde: “E che ne so?”, e tutto ritorna esattamente come prima.
Qui risiede forse il significato dell’ultima scena del film.
Gli uomini trovano rifugio nella nostalgia e nell’autoassoluzione per non dover affrontare le proprie responsabilità, le donne finiscono per rassegnarsi e abbandonarsi al salotto borghese che un tempo contestavano, mentre le nuove generazioni vengono lasciate da sole in un clima di incertezza e indifferenza




