Javier Bardem e Victoria Luengo in un confronto tra perfezionismo artistico, abbandono e memoria.

Sabato 17 ottobre, alle 8.30, assisto alla proiezione stampa di El ser querido, il nuovo film di Rodrigo Sorogoyen, nella Sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica. La sala è semivuota. La sera, invece, il pubblico accoglie calorosamente Javier Bardem, premiato alla Festa del Cinema di Roma con il Premio alla Carriera consegnatogli da Paolo Sorrentino. L’attore ricambia con altrettanto calore, uscendo dalla sala e tornando poi per l’applauso finale.

Bardem interpreta Esteban Martínez, celebre regista cinematografico, uomo di talento e successo, ma segnato da un passato di eccessi e violenza. Dopo tredici anni di lontananza, ricontatta la figlia Emilia, interpretata da Victoria Luengo, attrice dalla carriera in stallo, e le offre il ruolo da protagonista nel suo nuovo film. Quella che sembra un’occasione professionale diventa presto un doloroso confronto con il passato.

Un incontro, molte verità

L’apertura è una dimostrazione di virtuosismo registico. La conversazione fra Esteban ed Emilia, ambientata in un ristorante, sembra inizialmente quella di una coppia a un appuntamento. Soltanto progressivamente lo spettatore comprende chi siano i due interlocutori e quale storia li leghi.

Sorogoyen costruisce la scena attraverso campi e controcampi, variazioni di fuoco, zoom e movimenti che orientano continuamente lo sguardo. Il dialogo diventa un terreno di scontro, nel quale ogni parola può nascondere una provocazione e ogni pausa un risentimento. Bardem e Luengo sostengono la sequenza con una recitazione misurata, lasciando affiorare ciò che i personaggi non riescono a dire.

Il loro passato emerge attraverso ricordi inconciliabili. Esteban evoca con nostalgia le volte in cui portava la figlia al cinema, come prova della loro intimità. Emilia ricorda invece una serata in cui il padre, alterato, aveva litigato con il personale della sala, costringendola ad allontanarsi da sola e a nascondere l’accaduto alla madre. Per lui è un ricordo affettuoso; per lei, una ferita. La stessa esperienza si trasforma in due storie opposte: non basta condividere il passato per averlo vissuto allo stesso modo.

Il cinema come luogo di potere

Il set offre a Esteban la possibilità di riavvicinarsi alla figlia, ma anche di esercitare il controllo che conosce meglio: quello del regista sugli attori. Pretende precisione, autenticità e verità, convinto che il risultato artistico giustifichi la durezza dei metodi.

Emblematica è la scena della zuppa di pesce, che gli attori devono mangiare durante una ripresa mattutina. All’inizio la situazione suscita ilarità: gli interpreti ridono e la scena non funziona. Ma il clima cambia rapidamente. Esteban rimprovera un attore e poi Emilia, accusandola di non essere autentica e chiedendole di ricominciare. La comicità lascia spazio a una tensione quasi insostenibile.

Qui si concentra una delle contraddizioni più interessanti del film: che cosa significa essere veri davanti a una macchina da presa? Esteban pretende dagli attori una verità emotiva che lui stesso non riesce ad affrontare nella vita. Sa riconoscere una falsità nella recitazione, ma fatica a riconoscere le proprie responsabilità nei rapporti personali.

La sua durezza investe tutta la troupe e compromette anche i rapporti professionali. Pepa Gracia, la direttrice della fotografia del film che stanno girando, abbandona la lavorazione a poche settimane dalla conclusione. Il perfezionismo di Esteban, anziché garantire l’eccellenza, finisce per minare le condizioni necessarie a realizzarla.

Bardem e Luengo: il corpo racconta

Javier Bardem conferma la sua straordinaria capacità di lavorare anche al di fuori delle parole. Esteban può apparire affabile, seducente, persino premuroso; basta una variazione dello sguardo, una tensione della mascella o un gesto appena più brusco perché affiori la violenza che tiene sotto controllo solo in apparenza. È proprio l’alternanza tra fascino e intimidazione a rendere inquietante il personaggio.

Altrettanto notevole è Victoria Luengo. Emilia può sembrare una ragazza spensierata, capace di ridere e lasciarsi coinvolgere dalla vita del set; subito dopo, un impercettibile movimento delle sopracciglia o una contrazione del viso fanno emergere dolore e rabbia. La sua interpretazione vive di queste oscillazioni, senza ridurre il personaggio a una vittima passiva.

Durante le riprese Emilia trova complicità con gli attori più giovani. Ma il rapporto con il padre rimane una presenza ingombrante. Particolarmente doloroso è il momento in cui, durante una pausa, la figlia vede Esteban a tavola con la nuova famiglia, affettuoso con i figli più piccoli. Sul volto di Emilia passa una sofferenza trattenuta: osserva un uomo capace di offrire ad altri quella tenerezza che a lei è mancata. Non è soltanto gelosia, ma la constatazione che suo padre avrebbe potuto essere diverso.

Anche i gesti di Esteban restano ambigui. Una mano posata dietro la schiena della figlia può esprimere affetto, protezione o il desiderio di recuperare una vicinanza che non sa come ricostruire.

Quando il padre torna a essere padre

Il confine tra il rapporto professionale e quello familiare si spezza quando Esteban invita Emilia nella propria stanza d’albergo per mostrarle alcune immagini girate. Vedendola bere, la rimprovera: «Perché bevi? Sembri me».

La domanda può contenere una preoccupazione sincera, ma Esteban non sembra comprendere quanto il dolore della figlia sia legato proprio alla sua assenza. Emilia gli spiega che un tempo beveva per dimenticarlo. Quando il padre cerca di intervenire nella sua vita, lei stabilisce un confine netto: è lì per fare il film, non per fare sua figlia. Gli impedisce così di usarla come uno specchio nel quale riconoscere se stesso, ricordandogli che le sue azioni hanno ferito anche altre persone.

È uno dei passaggi più forti del film. Emilia smette di cercare una conferma da parte del padre e rivendica il diritto di non essere trascinata nella sua storia.

Il bianco e nero e le forme del ricordo

Sorogoyen accompagna il racconto alternando colore e bianco e nero, supporti e soluzioni visive differenti. Il bianco e nero non è riservato esclusivamente alle sequenze del film nel film: affiora anche nella vita dei personaggi, secondo una logica emotiva più che rigidamente narrativa.

Il regista ha spiegato che questa scelta accompagna i momenti in cui Esteban smette di essere il regista e torna a essere il padre, mentre Emilia smette di essere l’attrice e torna a essere la figlia. Il set e la vita privata si sovrappongono, mettendo in crisi i ruoli che i protagonisti tentano di mantenere.

La soluzione è suggestiva, anche se non sempre immune dal rischio di una costruzione troppo visibile: in alcuni momenti la ricerca formale sottolinea un significato che le interpretazioni hanno già reso evidente. Ma El ser querido è anche un film sul cinema, sul modo in cui le immagini selezionano e deformano ciò che ricordiamo. Come nel montaggio, anche nella vita si può tentare di dare una forma agli eventi; non è detto che questo basti a correggerli.

Un finale senza riconciliazione

Nel finale Emilia torna al bar e appare più serena. L’esperienza del film sembra averle restituito uno spazio personale. Esteban è invece nella sala di montaggio, ancora immerso nel cinema. Il suo percorso suggerisce una possibile catarsi, ma Sorogoyen non chiarisce fino a che punto abbia compreso le proprie responsabilità.

Non c’è una riconciliazione esplicita, né un abbraccio capace di risolvere tutto. Rimane la possibilità di un cambiamento, non la certezza che il rapporto possa essere ricostruito. La conclusione può lasciare una sensazione di incompiutezza, ma evita di confondere il rimorso con la riparazione.

El ser querido è un film esigente, talvolta fin troppo consapevole dei propri strumenti, ma sostenuto da due interpretazioni di grande intensità. Sorogoyen mette a confronto il bisogno di controllare le immagini e l’impossibilità di controllare la vita, la ricerca della verità sul set e le versioni del passato che ciascuno costruisce per sopravvivere.

Esteban pretende dagli attori la verità, ma non riesce a offrirla alla figlia. Emilia deve invece trovare una strada che non coincida più con il desiderio di essere amata da lui. Il talento può produrre opere straordinarie, ma non assolve chi lo usa per esercitare il proprio potere sugli altri.

Ci sono errori che non si possono correggere in montaggio e perdoni che nessun talento artistico può pretendere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Foto di Manolo Pavón / Javier Bardem e Victoria Luengo in una scena di "L'essere amato"

Un film di Rodrigo Sorogoyen. Con Javier Bardem, Victoria Luengo, Marina Foïs, Vicky Luengo

Titolo originale El Ser Querido. Drammatico, durata 135 min. – Spagna 2026

uscita giovedì 12 novembre 2026.