Il realismo provocatorio e la crudezza del parlato del teatro di Mirbeau suscitarono ai suoi tempi un vivo scalpore in teatro; oggi rischiano di lasciare quasi completamente indifferenti. Les Mauvis Bergers (1898) [I cattivi pastori], L’épidemie (1898), Le foyer (1908, scritta in collaborazione con Thadée Natanson) sono i suoi altri lavori teatrali. Ma Les affaires sont les affaires (1903) occupa un posto di spicco nella produzione teatrale di Mirbeau, non solo per il grande successo che ottenne fin dalla prima rappresentazione a Parigi (aprile 1903), ma perché fu presto tradotta e condotta sulle scene con grande consenso di pubblico e critica in Germania, in Russia, negli Stati Uniti. Grazie a questa commedia Mirbeau ottenne anche grande risultato economico che lo avrebbe condotto a ridurre la sua attività giornalistica. Con amara ironia viene tratteggiata la figura di Isidore Lechat, che prepone i suoi interessi finanziari a qualunque altra esigenza dei suoi familiari. È forse l’opera più significativa di Mirbeau nella funzione di cerniera tra gli ultimi contrafforti di un lirismo post-romantico e la cruda visione degli scrittori naturalisti.
Bisogna pur rilevare che, per colmo di ironia della sorte, i suoi successi precedenti gli permisero anche di accedere a una delle istituzioni culturali che, per decenni, era stata oggetto della sua più accanita avversione. La Comédie-Française, roccaforte del classicismo misoneista, fu il luogo in cui Mirbeau mise in scena questa sua commedia destinata a diventare il suo capolavoro teatrale. Accettando di far rappresentare la sua opera nel teatro più conservatore di Francia, Mirbeau entrò nel pantheon degli autori la cui opera fu ratificata da coloro che esecrò. Certamente, il suo talento per il dialogo, per la creazione di personaggi comici convincenti, rese la scrittura teatrale uno sbocco naturale per il suo talento poliedrico. Ma mentre le unità classiche e la capacità di Mirbeau di bilanciare elementi tragici e comici possono aver collocato l’autore sulla linea ideale tracciata da Molière, il suo persistente senso della frammentarietà e dell’incoerenza dell’esistenza lo reindirizzò verso la narrativa, dove proseguì a mostrare come la confusione e il fermento innovatore prevalesse sul presunto ordine costituito.
La commedia è ambientata nella storica regione del Perche, oggi sede di un parco naturale, dove il ricco affarista Isidore Lechat ha acquisito un castello (precedentemente di proprietà di un nobile decaduto) e dove abita con la famiglia, una vasta servitù e alcuni collaboratori. Infatti con il massimo cinismo Isidore non si fa scrupoli di speculare sia sulla dissipatrice vanagloria di una nobiltà che non può più frenare l’ascesa della nuova classe borghese, che sulla disperata povertà che spesso lo circonda e di cui lui stesso è causa. Isidore Lechat possiede anche un importante giornale e ha mire politiche. Gruggh e Phinck, due ingegneri elettrici che hanno compreso l’importanza dello sfruttamento di nuove risorse energetiche che iniziano ad essere indispensabili per la crescita industriale, gli propongono di essere finanziatore di un’impresa finalizzata a produrre energia da una cascata. I dialoghi che ne scaturiscono mettono a nudo tutta l’avidità della nuova classe borghese in ascesa; fa da contraltare a questa ascesa la spoliazione della decadente nobiltà terriera. Isidore Lechat, in equilibrio fra affari, politica, istituzioni laiche ed ecclesiastiche, non disdegna tuttavia la possibilità di “acquistare” il titolo nobiliare e pensa di sfruttare un possibile matrimonio tra la propria figlia Germaine e il figlio di uno ormai squattrinatissimo nobile che lui tiene in pugno a suon di ipoteche. E qui troviamo la vera protagonista dell’opera. Germaine legge, studia, sviluppa la sua propria ribellione sia intellettuale che sessuale e relazionale, si mostra determinata ed emancipata. Preferisce la povertà alla freddezza mortale del lusso, costruita sulla sofferenza delle tante vittime dello spirito cinico e affaristico del padre, e sceglie la libertà al fianco del chimico Lucien Garraud, dipendente del padre e ricercatore di nuove vie di sviluppo per l’agricoltura. Nonostante il successo della commedia questo aspetto che prendeva in considerazione la volontà e la determinazione di una giovane donna emancipata non mancò di suscitare scandalizzato stupore in una parte della critica.
Nei tre atti della commedia Mirbeau riesce a disporre sulla scena tutte le possibili varianti che la ricca vita borghese produce sulle parti in causa: abbiamo visto la nobiltà decaduta e ferma a valori sorpassati e insostenibili, e la ribellione di Germaine a questa vita di inique sperequazioni. Vediamo poi la formazione del fratello di Germaine che, viziato dal padre, in questa vita si adatta splendidamente dissipando, perdendo al gioco somme ingenti, e rinunciando ad ogni tipo di riflessione che lo possa condurre a una maturità più consapevole in una direzione o in un’altra. La Signora Lechat, sposa e madre, è in costante sofferenza per i disagi prodotti dagli atteggiamenti del marito totalmente incurante delle esigenze di lei che non siano quelle economiche, e dalle opposte condizioni dei figli. Anche i personaggi di contorno sono tratteggiati con grande efficacia, dal chimico Lucien Garraud amante di Germaine e dai due ingegneri elettrici Gruggh e Phinck che rappresentano gli sforzi della nuova classe dei piccoli borghesi, tecnici al servizio del capitale, che può avere appunto atteggiamenti diversi, da quello sensibile e consapevole di Lucien a quello spregiudicato dei due ingegneri che cercano di ritagliarsi il loro spazio, privi di capitale come sono, nei labirinti della speculazione, dove però sono tutt’altro che maestri. Mirbeau non manca di sollecitare l’indignazione dello spettatore per il licenziamento di un giardiniere: la causa? La moglie del giardiniere aspetta un figlio e Isidore Lechat non vuole marmocchi per casa… È forse questa la goccia che fa traboccare definitivamente la capacità di sopportazione di Germaine.
Siamo certamente di fronte a una commedia, ma il finale è tragico, e a questo finale si viene condotti dall’autore con la sua abituale capacità di sintesi fra umorismo, satira, ironia, tragico dolore. Per cui anche la reazione dello spettatore e del lettore può essere varia: può andare dal disprezzo e disgusto per l’ostentata volgarità e cinismo dello spietato affarista, ma anche pietà per la disgregazione della famiglia di Isidore Lechat nello spazio temporale di un solo giorno di fronte ai suoi occhi fino a quel momento ciechi per quel che andava accadendo senza che lui ne percepisse alcun indizio. In un crescendo da teatro classico shakespeariano, pur oppresso dal dolore sventa con la consueta abilità per gli affari la trama dei due ingegneri che pensavano di poter sfruttare la sua angoscia per raggirarlo.
Va sottolineata anche l’abilità con la quale Mirbeau ironizza sul fatto che Isidore Lechat è anche, molto a modo suo, un idealista. Elettoralmente si pone come socialista in contrapposizione a un nobile candidato reazionario. Tutto questo simboleggia il percorso della rivoluzione industriale e l’espansione del capitalismo, all’interno del quale i progetti di Isidore Lechat sono, almeno potenzialmente, progressisti e incentivanti lo sviluppo delle forze produttive, senza il quale non vi può essere speranza alcuna per la liberazione della classe del proletariato. Questo sviluppo però non può prescindere dalla complicità corrotta e corruttibile dei governanti e della istituzione religiosa. La nobiltà, che nella commedia è rappresentata dal vecchio marchese Porcellet, non ha più altro spazio che quello che si è delimitato dal suo essere ormai esclusivamente una classe parassita.
La nostra edizione elettronica è basata sulla prima – e credo unica – traduzione italiana del 1925, ristampata nel 1928, ad opera di Decio Cinti. Traduzione completa, efficace e che resiste splendidamente al trascorrere del tempo. In Italia fu rappresentata fin dal 1921 dalla compagnia di Ermete Zacconi.
Numerose le trasposizioni cinematografiche, a partire dal film statunitense muto del 1915 di Otis Turner (che introduce un personaggio non presente nella commedia per fornire a Isidore anche un’amante…), fino al film francese per la TV del 2011.
Sinossi a cura di Paolo Alberti
Dall’incipit del libro:
La scena rappresenta i giardini del castello di Vauperdu.
A destra, una monumentale scalinata con terrazza, ornata di torcieri dorati, conduce al castello, che non si vede, ma che s’indovina, verso il fondo della scena. Appiè della scalinata che scende di fronte alla sala, da una parte un’enorme boschetto di rosai, dall’altra un gruppo d’arbusti fioriti A sinistra e in fondo, il parco alla francese, apre la magnificenza delle sue aiuole fiorite, delle sue vasche, delle sue terrazze adorne di tassi tosati e di balaustrate di marmo… Pure a sinistra, nell’ombra di un grande albero, s’erge un piedestallo a guaina in cima al quale sogghigna un fauno di marmo inverdito. I larghi viali affondano lontano le loro prospettive rettilinee, soleggiate e polverulente, che s’aprono sulla pianura, sui campi e verso i colli boscosi… Scenario sontuoso.
All’alzarsi del sipario, la signora Lechat sta seduta, coperta di merletti, in una grande poltrona di vimini piena di cuscini. Ella lavora all’uncinetto, ed ha larghi occhiali rotondi…
Accanto a lei, a portata di mano, una tavola sulla quale si vede il suo cestello da lavoro. Donna grassa, dalla faccia biancastra, molle e volgare, è vestita troppo lussuosamente. Alla sua sinistra, sua figlia Germana è stesa su una specie di divano da giardino e tiene sulle ginocchia un libro aperto. Ella pensa, spingendo lo sguardo oltre i giardini, verso la campagna… Venticinque anni, corpo flessuoso, occhi tristi e ardenti. Molto carina, ha un vestito semplicissimo, quasi trascurato.
Scarica gratis: Gli affari son gli affari di Octave Mirbeau.

