Si consolida la collaborazione tra Il Grande Teatro di Lido Adriano e la cooperativa sociale che accoglie rifugiati e richiedenti asilo. Le interviste
Il viaggio come crescita interiore e spirituale, prossimità e condivisione, apertura verso l’altro. Da quattro anni il Cisim, dando vita a Il Grande Teatro di Lido Adriano, si conferma come una delle esperienze di teatro partecipativo di maggior risonanza a livello nazionale.
Sono state 135 le persone, dai 4 agli 84 anni, tra residenti, volontari collaboratori e immigrati ospitati all’interno della cooperativa sociale Teranga di Ravenna, ad essere coinvolte nella messa in scena, dal 10 al 14 giugno, de Il viaggio in Occidente, dando vita a un coro multietnico e colorato, di forte impatto emotivo sul pubblico.

Il testo scelto quest’anno dai direttori artistici Luigi Dadina e Lanfranco Moder Vicari, in collaborazione con gli artisti di Spazio A e con adattamento drammaturgico di Tahar Lamri, musiche di Francesco Giampaoli e illustrazioni di Silvia Montanari, conferma il grande fascino dell’Oriente, ma anche la capacità del regista Dadina e del drammaturgo Lamri di trovare nel vitalismo del personaggio di Sun Wukong e nella ricchezza del testo, assonanze con la commedia dell’arte italiana.
Il viaggio in Occidente è infatti una pietra miliare della letteratura cinese, messa per iscritto solo nel XVI secolo, che racconta l’avventuroso viaggio del monaco buddista Tang Senzang verso l’India, alla ricerca dei testi sacri affiancato dai suoi tre fedeli discepoli Sun Wukong (Re Scimmia), Zhu Bajie (Maiale) e Sha Wujing (Monaco Sabbia) a cui la tradizione attribuisce, rispettivamente, l’indole geniale e irrequieta, l’impulsività e la fiducia.
Sei mesi di attività laboratoriali declinate a seconda dei talenti di ciascun partecipante che hanno conferito allo spettacolo finale una dimensione multidisciplinare e avvincente per la forte commistione linguistica che ha spaziato dalla lingua cinese al napoletano, dal tedesco al pugliese al romagnolo, fino alla commovente preghiera conclusiva bangla in cui emerge il messaggio più profondo del testo: è nel viaggio e non nella mèta, il significato più autentico dell’esistenza.
Abbiamo intervistato il drammaturgo Tahar Lamri e il co-direttore artistico Lanfranco Moder Vicari ma abbiamo anche voluto cogliere l’occasione per ascoltare la voce di chi cura l’apparato organizzativo dell’evento, Federica Savorelli ed Elisabetta Carlini di Cooperativa Sociale Teranga, attiva sul territorio ravennate dal 2015 nella gestione di diversi centri di accoglienza per rifugiati e richiedenti asilo e che dal 2023 partecipa anche artisticamente all’esperienza.

Partiamo da Tahar Lamri. Come è stato passare da opere filosofico-religiose come Il canto del Divino del 2025 a un’opera comica come Il viaggio in Occidente?
T.L.: “Il canto del divino mi chiedeva di restare fermo, di scendere nell’interiorità di un dialogo che si svolge sull’orlo di una battaglia, un’opera in cui ogni parola pesa e il silenzio fa parte della scrittura. Il viaggio in Occidente mi ha richiesto l’esatto contrario: velocità, schiaffi comici, maschere, un corpo che si muove invece di un pensiero che si raccoglie. Non parlerei però di maggiore difficoltà, quanto di una cassetta degli attrezzi completamente diversa. Anche il romanzo da cui nasce lo spettacolo, in fondo, nasconde sotto la risata un pellegrinaggio sacro – Xuanzang che attraversa l’Asia per portare a casa i testi sacri – e questo mi ha permesso di non tradire il filo che lega da quattro anni i lavori del Grande Teatro di Lido Adriano (GTLA): dietro ogni avventura, dietro ogni gag, c’è sempre un cammino spirituale che si traveste ma non scompare. La vera sfida non era adattare un testo comico, ma far ridere oltre cento interpreti non professionisti senza perdere quella tensione che la commedia, quando è grande, sa custodire quanto la tragedia”.
Che rapporto c’è tra teatro partecipativo e tema del viaggio, che è ricorrente nel GTLA?
T.L.: “Nel GTLA il viaggio non è un tema che scegliamo a tavolino: è la condizione stessa in cui lavoriamo. Quando chiami a raccolta più di cento persone di nazionalità diverse e di età diverse, che non si conoscono, che, a volte, non condividono una lingua madre né una storia comune, e li metti insieme per mesi a costruire un solo corpo scenico, stai già facendo, nei fatti, un viaggio, un passaggio dall’estraneità a un noi provvisorio e fragile. Non è un caso che negli anni il GTLA abbia scelto testi che parlano di uccelli in cerca della Simurgh, di un guerriero che attraversa la propria battaglia interiore, e ora di un pellegrino che cammina verso Occidente: il processo partecipativo e il tema del cammino si rispecchiano, si alimentano a vicenda. Ogni interprete porta sul palco, sotto la maschera del personaggio mitico, il proprio viaggio reale – una migrazione, un trasferimento, un esilio – e quella sovrapposizione è il vero motore drammaturgico del progetto”.
E sul rapporto tra esilio e identità?
T.L.:” Vengo io stesso da un esilio, anche se sono quasi quarant’anni che vivo in Italia e l’italiano l’ho imparato vivendo, non studiando. Per questo so che l’esilio non è un evento che accade una volta e poi si chiude: è una condizione che continua a lavorare dentro, anche quando ti sei costruito una casa, una lingua, un mestiere. A Lido Adriano questa condizione ha molte facce, e parte della forza del GTLA è proprio non appiattirle in una sola: c’è l’esilio di chi ha attraversato un mare, quello di chi è arrivato dal Sud portando con sé un’altra lingua e un altro modo di stare al mondo, e c’è l’esilio amministrativo, sospeso, di chi aspetta un documento per poter semplicemente esistere agli occhi dello Stato. Sono esili diversi, con pesi diversi, e sarebbe disonesto metterli tutti sullo stesso piano. Ma nel teatro partecipativo si incontrano, si raccontano a vicenda, e per qualche mese smettono di essere solitudini separate per diventare, insieme, una comunità che recita e che, recitando, si riconosce”.

Anche a Lanfranco Moder Vicari chiediamo del tema del viaggio. Per te si tratta di una metafora, una condizione, un ritorno?
Lanfranco Vicari: “In qualche modo ogni spettacolo del Grande Teatro racconta un viaggio. Dal primo anno ad oggi abbiamo messo in scena viaggi spirituali, viaggi interiori, viaggi mai conclusi…
Ogni testo scelto ha compiuto viaggi nel tempo e nello spazio, nelle tradizioni prima di arrivare a noi. Questi movimenti hanno trasformato ogni testo arricchendolo; ecco, credo che quest’anno sia evidente la trasformazione de Il Grande Teatro di Lido Adriano: stiamo crescendo e cambiando pelle.
In questo spettacolo in qualche modo si parla del futuro, del peso sociale degli errori, di redenzione.
Il processo è stato molto complesso, la storia ha un’anima comica che nasconde un sottotesto spirituale, io ho lavorato a partire dalle musiche di Francesco Giampaoli moltiplicando le voci delle canzoni. Insieme a me ci sono stati Sofia, Malak, Gabriele e Albino, giovani rapper che hanno preso a cuore l’esistenza, le loro parole sono il germe del futuro di questa esperienza”.
Il teatro comunitario del Cisim si compone di una forte presenza di persone richiedenti asilo, con esperienze di distacco involontario, viaggio forzato. L’opera scelta in questa edizione in che modo ha fatto suo anche questo aspetto del viaggio?
L.V.: “Nello spettacolo il viaggio viene intrapreso per redenzione, per cancellare sbagli antichi, una condizione diametralmente opposta al motivo del viaggio di chi si trova ad affrontare pericoli per richiedere asilo in fuga dalla povertà, dalla guerra…..
Il Grande Teatro credo abbia la missione di mescolare generazioni e culture modificando la percezione di chi lo frequenta a partire da un lavoro collettivo. Quest’anno, più che concentrarci sul viaggio, abbiamo reso lo stigma sociale di chi è diverso attraverso una canzone che racconta le menzogne di un potere che finge di accogliere ma in realtà mortifica e sfrutta.
Grazie alla Cooperativa Teranga abbiamo la fortuna di conoscere centinaia di ragazze e ragazzi in questi anni che anche in questa edizione sono stati con noi con entusiasmo e grande pazienza come parte di un coro scenico complesso, regalandoci tempo e passione”.

Come si sviluppa la parte musicale e che ruolo ha il rap in questa edizione?
La parte musicale la scrive Francesco Giampaoli, dopo la consegna delle musiche ci sono due fasi distinte: la prima consiste nelle prove fitte con i musicisti non professionisti che frequentano i nostri laboratori per rendere la parte musicale organica.
La seconda è la scrittura delle parole che andranno a costruire la canzone. Per le canzoni più melodiche me ne sono occupato insieme a Francesco Giampaoli, mentre per la parte rap ho fatto session di scrittura per 3 mesi con i rapper che erano con me sul palco.
Abbiamo individuato i passaggi della storia da mettere in musica e abbiamo lavorato a 5 canzoni che oltre a occuparsi del lato emotivo sono a tutti gli effetti una parte narrativa fondamentale dello spettacolo.Sul rapporto tra la musica e la drammaturgia credo ci sia una nuova fase in essere”.

Sentiamo ora la testimonianza di Federica Savorelli, direttrice di struttura, e del suo incontro con il Cisim: ” Si tratta di una lunga storia, iniziata quando lavoravo all’interno della cooperativa Agorà e aperta in collaborazione con cooperativa Libra nel 1999, con l’appoggio del Comune, attraverso i quali è nato uno spazio sociale polivalente a Lido Adriano dove ho lavorato per 10 anni. Era un paese dove non c’era nulla e a rischio degrado. Insieme al regista e cofondatore del Teatro delle Albe Luigi Dadina abbiamo dato vita ad una collaborazione che ha portato sulla costa i laboratori della non scuola delle Albe, fino a quando, nel 2010, Agorà si è trasformata nell’Aps Il lato oscuro della costa ed è nato il centro culturale Cisim-Centro internazionale del Mosaico che dopo una breve parentesi di corsi di mosaico ha acquisito una connotazione soprattutto teatrale e musicale, con il musicista rapper Lanfranco Moder Vicari, insieme a Federica Vicari che cura la direzione organizzativa.
Lido Adriano è un territorio particolare, con una storia di forte immigrazione sia dal Sud della penisola che dai continenti africano e asiatico, un luogo di passaggio, dove riuscire a costruire qualcosa insieme, un tessuto sociale, dove la gente ha pochi mezzi, è fondamentale”.

La collaborazione con Teranga inizia nel 2023, quando parte la prima edizione de Il Grande Teatro di Lido Adriano, voluto fortemente dai due direttori artistici Dadina e Vicari per un teatro vivo, pulsante, nato dalla comunità e capace di evolversi attraverso l’incontro con lingue e culture diverse, utilizzando il veicolo del teatro come porta verso una dimensione che annulla le differenze e dà vita a spettacoli contraddistinti da una forte coralità e dalla capacità di coinvolgimento del pubblico presente, che alla fine viene invitato ad unirsi agli attori e ai musicisti. Le opere portate in scena nelle prime tre edizioni, tutte appartenenti alla tradizione letteraria orientale e mediorientale, sono state Il Verbo degli uccelli, poema persiano di Farīd ad-dīn ʻAṭṭār, scritto nel 1177, seguito nel 2024 dalla raccolta di favole indiane del Pañcatantra, che risalgono nella loro forma attuale al al VI secolo d.C. per poi arrivare lo scorso anno al testo sacro induista della Bhagavadgītā – Il canto del divino composto tra il II secolo a.C. e il II d.C.
“Ho proposto la partecipazione degli ospiti della cooperativa sociale, dove nel frattempo mi ero trasferita a lavorare e l’idea è piaciuta, oltre che a loro, anche al Ravenna Festival che l’ha inserita nel calendario degli spettacoli di apertura della rassegna. Ho sempre svolto un ruolo di tipo organizzativo e oltre agli ospiti ho girato la proposta di collaborazione anche agli operatori. Dalla seconda edizione hanno quindi aderito l’operatrice legale Elisabetta Carlini e l’operatrice di accoglienza Lucia Tazzari che oltre all’aspetto organizzativo partecipano come attrici nel coro. Successivamente è entrata a far parte della parte musicale del coro la vicepresidente Giorgia Cavallaro. Dall’anno scorso sono presenti anche gli operatori di accoglienza Mbacke Mouhamadou Diagne e da quest’anno Laura Raspanti e Giulia Zinni“.
La motivazione principale, prosegue Savorelli, è sempre stata quella di creare relazioni, attraverso un percorso che inizia a gennaio con i laboratori, coinvolgendo figure così diverse come residenti, volontari, richiedenti asilo, bambini, adolescenti, giovani e anziani, ciascuno portando ciò che ha. Un modo di stare insieme annullando le differenze che desidero veder crescere”.

Anche dalle parole di Elisabetta Carlini (nella foto, seconda da sx) trapela una forte emozione nel raccontare la sua esperienza: “Conoscevo già il Cisim e il Teatro delle Albe. La mia collaborazione con il GTLA è nato in occasione di un corso di formazione a Teranga in cui si chiedeva in che modo coinvolgere gli ospiti in attività extra lavorative. Oltre al calcio a me è venuto subito in mente il teatro, che è la mia passione da sempre e che ho svolto per diversi anni. Sentendo parlare Federica del Cisim che in quel periodo stava lavorando a Il Verbo degli uccelli e accogliendo la sua proposta di collaborazione, dall’anno seguente sono entrata a far parte dello staff organizzativo e poi del coro degli attori.

In che cosa consiste la parte organizzativa di uno spettacolo così complesso dato l’elevato numero di persone coinvolte?
E.C.: “Si inizia spargendo la voce nelle strutture e invitando, poi si tratta di individuare tra i ragazzi chi è maggiormente portato e gestire i trasporti dalle strutture al Cisim. Abbiamo sempre avuto un ottimo riscontro e quasi mai smettono di partecipare se non per impegni di lavoro concomitanti”.
“Quest’anno – precisa Savorelli – abbiamo avuto una ventina di ragazzi provenienti per lo più dal Bangladesh, mentre negli anni scorsi c’era una maggiore presenza delle nazionalità africane”.
Essendo operatrice legale come vedono i ragazzi questo tuo duplice ruolo?
E.C.: “All’inizio sono un po’ disorientati, perché per loro sono il punto di riferimento per le questioni burocratiche inerenti i permessi di soggiorno, i rapporti con la Questura, la Commissione territoriale e vedermi in scena o trasportarli a teatro sul pullmino forse li può lasciare un po’ spiazzati. Ma si abituano subito e si crea un clima di complicità e allegria che io trovo molto bello. Mi piace favorire la loro socializzazione al di fuori della loro comunità e al tempo stesso vedere che il loro percorso di integrazione viene valorizzato e riconosciuto anche dalla Commissione chiamata ad esprimersi sulla richiesta di asilo.
Oltre a documentare le esperienze lavorative e la conoscenza della lingua italiana, infatti, se coinvolti in esperienze teatrali, questa chiede di allegare anche locandine e foto delle attività laboratoriali che possono influenzare positivamente la decisione finale del giudice”.

Aneddoti o situazioni che volete raccontare?
F.S.: “Il fatto che ci si senta alla pari, si provi insieme, ci si ascolti, anche quando ognuno parla nella sua lingua e sembra che non ci si capisca. Poi le immagini, i gesti, il divertimento nelle improvvisazioni, ma soprattutto mi viene in mente l’emozione degli ospiti in scena”.
E.C.: “Ne ho diversi: uno, nel 2024, quando uno dei ragazzi mi ha detto che fare questa esperienza era stato come leggere un libro intero. Il secondo, l’anno scorso, l’entusiasmo dei ragazzi bengalesi quando Lanfranco Vicari ha utilizzato l’urlo Joy Bangla! in vari momenti dello spettacolo. L’ultimo è stato lunedì sera, quando, a un giorno dalla conclusione dello spettacolo, i ragazzi della struttura di Mandriole (Ra), ci hanno messaggiato chiedendoci scherzosamente perché non eravamo andati a prenderli per le prove.
Infine anche l’esperienza di mio figlio, Ram, che è entrato nel coro dei bambini l’anno scorso, coinvolto all’ultimo momento e si è entusiasmato subito. Quest’anno ha voluto ripetere l’esperienza, l’ho visto prepararsi con attenzione e partecipare con la stressa consapevolezza di un adulto e questo mi ha commossa”.
a cura di Anna Cavallo




