Rigel è “il piede sinistro di Orione” ed è una stella supergigante blu luminosissima, la più luminosa della costellazione e la settima più luminosa del cielo notturno. Non è lei che scompare, ovviamente, ma il bellissimo gioiello, uno zaffiro blu, al quale è stato attribuito quel nome. Ne ha il possesso il principe indiano Akbar, vassallo dell’impero inglese, ma appartiene alla Corona d’Inghilterra.
La morte del principe lascia il possesso del favoloso gioiello alla moglie, una ex manicure slava della quale il principe si era innamorato durante un viaggio. Per tornare in Inghilterra la principessa si reca via mare a Napoli, per proseguire poi in treno da Napoli a Ventimiglia. La sorveglianza del prezioso gioiello viene affidata, per questo tragitto italiano, ad Ascanio Bonichi – già noto ai lettori del gialli di Varaldo – il quale si trova a dover collaborare con un funzionario di Scotland Yard e uno della Sûreté francese.
Tra i personaggi chiave di questa vicenda vi è il principe armeno Edmiryan, detto Karma, che ha la bizzarra passione di “tagliare” le pietre per moltiplicarne il valore, con il rischio però di rovinarle irreparabilmente. Il suo sogno, tutt’altro che nascosto, è di “tagliare” Rigel. Oltre che da tre polizie internazionali, la guardia al gioiello è assicurata dall’insonne e attentissimo indiano Mogallana, già servitore del principe. Nella sosta a Roma del treno sul quale viaggia la suddetta compagnia, salgono, oltre a Bonichi, l’amica e antica collega della principessa ex manicure, Dolores, minata nella salute da una vita dissoluta e colma di stravizi, amata però alla follia da un ricco borghese e possidente lombardo, Tiraboschi; anche quest’ultimo, non invitato, sale tuttavia sul treno per restare accanto alla donna amata. La compagnia si completa con altri personaggi che riempiono la scena e aggrovigliano l’intreccio. Durante il viaggio tuttavia un personaggio viene ucciso e un altro scompare, e scompare anche Rigel. Per cui tutti si fermano a Genova per consentire lo svolgimento delle indagini. Ed è Genova quindi lo scenario all’interno del quale si dipana quasi tutta la narrazione. Una Genova del 1934 (l’anno di pubblicazione del libro) ancora indenne dalle ferite profonde che verranno inferte dai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Tutta la compagnia si trasferisce quindi dal vagone letto che aveva occupato all’Hotel de Gênes, che al tempo aveva sede in un palazzo della centralissima Piazza De Ferrari, di fronte al teatro Carlo Felice in piena attività operistica; attività che cesserà poi, distrutto dalle bombe, fino alla sua ricostruzione a fine degli anni ’80 del secolo scorso.
L’azione di Bonichi si snoda quindi tra le sale del Palazzo Ducale, dove avevano sede all’epoca vari uffici giudiziari, fino al loro trasferimento negli anni settanta nel nuovo Palazzo di Giustizia di Portoria, quartiere anch’esso devastato dai bombardamenti e completamente ricostruito negli anni ’60. Varaldo è attento ed efficace nella descrizione della città che certamente conosce meglio di ogni altra e ci consente quindi di seguire dettagliatamente Bonichi nei suoi percorsi investigativi (e gastronomici) tra il centro storico, Sottoripa, Portoria etc. E seguiamo anche l’agente inglese Taylor, fortemente interessato a visitare i conventi dove sostò un suo avo tanti anni prima.
Ovviamente la trama del giallo non la sveliamo ulteriormente, perché chi legge possa apprezzare in pieno lo svolgersi del sagace gioco di vigilanza reciproca operato dalle tre polizie, gioco nel quale Bonichi, geniale ma estremamente umano e quindi capace di scorgere indizi attraverso impercettibili ammiccamenti, naturalmente primeggia e finisce per mettere in scacco, non solo i colpevoli ma anche gli astuti poliziotti venuti da Francia e Inghilterra. Per altro scrisse Loris Rambelli, tra i più efficaci analizzatori dei romanzi polizieschi di Varaldo, che uno dei motivi di interesse dei gialli di questo scrittore risiede nell’imprevidibilità e inverosimiglianza dello scioglimento finale. Per giungere al quale non si rinuncia neppure a incoerenze e coincidenze davvero improbabili. Tuttavia se il groviglio dell’intrigo immaginato da Varaldo può sembrare eccessivamente immaginifico, gli appassionati del genere giallo possono pensare ad esempio allo scandalo Stavisky, attualissimo proprio nel 1934, i cui risvolti e anfratti superano abbondantemente la più vivace immaginazione.
Questo quarto romanzo della serie dei gialli che vedono protagonista Bonichi segna forse l’inizio di una parabola discendente nella qualità espressa nei primi tre (già presenti in questa biblioteca Liber Liber) ma credo che sia tra quelli che indusse Camilleri a dire, in più occasioni, di sentire “un vago odore di Pasticciaccio” tra le pagine nelle quali agisce Bonichi. L’idea di Camilleri di accostare due autori così diversi e qualitativamente collocabili su piani abbastanza lontani, può apparire irriverente; tuttavia è anche vero che le caratteristiche della scrittura di Varaldo hanno consentito alle sue opere di essere tradotte in varie lingue (per esempio unico giallista italiano dell’epoca ad essere ospitato regolarmente, tradotto in portoghese, nella collana brasiliana Livraria do Globo) ed all’autore di essere apprezzato ancora oggi per i suoi intrecci.
Il comprimario di Bonichi, Arrighi, ha una parte molto defilata in questo testo, tuttavia Bonichi lo fa arrivare da Roma per svolgere qualche delicato incarico. Contrariamente all’idea di Varaldo che il giallo non necessiti di presentare scene truculente per tenere avvinto chi legge, abbiamo qui una descrizione piuttosto macabra, interpretata da un appassionato medico legale che trova significativamente affascinanti i particolari sanguinolenti. In questa maniera anche i lati scabrosi vengono sovrastati dalla vena ironica propria dello scrittore, il quale ancora una volta dimostra di preferire che il colpevole sia piuttosto un furfante che un assassino e di voler inserire almeno qualche sfumatura “rosa” per rendere di una tonalità più gradevole il suo “giallo”.
Sinossi a cura di Paolo Alberti
Dall’incipit del libro:
La sera di San Silvestro del 193… nel tabarin molto elegante di cui si adorna un grande albergo di via Nazionale c’era folla compatta. A ben osservarle certe folle gaudiose – donne discinte ed eleganti, svestite piú nell’abito da sera, quanto piú sono vestiti gli uomini; e bei signori stretti in quella che è livellatrice livrea e che per la sola cravatta, e non sempre, li distingue dai camerieri – a ben osservarle dunque certe folle gaudiose c’è da sentirsi stringere il cuore. Un poeta li chiamò sepolcri imbiancati. Ah! possedere per un momento gli occhiali fatati e leggere nelle menti e nei cuori! C’è da scommettere che se ne leverebbe un pugno di mosche, ne sfuggirebbero impazzate carovane di scarafaggi, le inquietudini, le ansie, le paure, il domani buio, la tara, che può essere all’improvviso scoperta, la mortale tristezza di una esistenza avariata. Ah! che davvero la gioia non è che apparenza, mentre la vita è a fondo amaro, irta di terrori! Tuttavia la folla gaudente parea libera, non di preoccupazioni soltanto, ma di minimi fastidi: sorriso per tutte le labbra, serenità per tutti gli sguardi, e fronti sgombre di nubi e di rughe e liberalità per tutte le mani.
In un angolo appartato donde però si godeva l’oscillare trascicato d’un tango fra i piú celebri – che naturalmente come gran parte dei balli moderni porta un titolo da far rabbrividire – due giovani donne in cupo cremisi l’una, in giallo tea l’altra – ma nel resto standardizzate dalle scarpe ai capegli – in compagnia d’un mastodontico e rubicondo cavaliere, bottoni luccicanti di solitari, mani coperte d’anelli, quasi tutti rubini, ma vellose come zampe rapaci, s’agitarono ad un tratto scorgendo un signore che s’aggirava fra i tavolini e che parea non guardasse nessuno, assorto com’era nell’esaminare un sigaro toscano comprato allora allora dal ragazzino efebo che scivolava dondolandosi fra le coppie e le tavole.
Scarica gratis: La scomparsa di Rigel di Alessandro Varaldo.