“A serious man” (2009) di Joel e Ethan Coen.
L’America degli anni ’60 e degli apparenti “secondi uomini”.
Un film americano, ma non hollywoodiano. Una pellicola poco commerciale e poco “Netflix”, ambientata nel Minnesota.
È la storia di Larry, un uomo ordinario, A Serious Man (“Un brav’uomo”), che subisce le prevaricazioni della moglie e dell’amante di lei, i quali, con gentilezza ebrea e glacialità religiosa, lo sbattono fuori di casa.
Perché lui è un ebreo adulto, mezzo nerd, maltrattato un po’ da tutti e circondato da figure grottesche: il preside, i vicini, i rabbini; come lo sono anche i suoi sogni erotici con la vicina, al limite del caricaturale.
Intrigante e incisiva la scena del Bar Mitzvah del figlio Danny, in cui gioia rituale e celebrazioni formali si intrecciano con imbarazzo e tensione, evidenziando il contrasto tra la tradizione giudaica e le numerose insicurezze di Larry.
Tutti approfittano della debolezza dell’uomo: la moglie, che dopo i tradimenti gli svuota il conto corrente per pagare i funerali dell’amante; la figlia, che gli ruba i soldi per rifarsi il naso; lo studente coreano che lo vuole denunciare; il venditore di dischi che gli propina merce non voluta.
Ma la sua volontà di reagire ai guai e alle prepotenze continue si scontra con il determinismo della cultura dell’ “Haec est voluntas Dei” che gli trasmettono i suoi rabbini-consiglieri.
Purtroppo i maestri religiosi non fanno che NON dargli risposte e finiscono per confermargli quella che è probabilmente la visione esistenziale dei fratelli Coen: i veri illusi non sono tanto i fedeli in cerca di senso, quanto invece proprio i rabbini, convinti di poterne fornire uno.
Perché il mondo è ingiusto, la realtà non ha senso e la religione diventa un escamotage che ci costringe ad accettare eventi e misteri, senza riuscire davvero a comprenderli




