Scrive Brancati in una sua lettera privata a Carlo Antonini:
«Oggi mi è stato comunicato ufficialmente che la censura vieta La governante. È una cosa che mi irrita molto perché la credo ingiustissima. In ogni modo questa è l’Italia: la terra della censura. Lo è stata e lo sarà sempre.»
Era il 1952 e l’irritazione dell’autore sfociò rapidamente in uno scritto vibrante e significativo nel quale traccia con accurata spietatezza il percorso – che conobbe solo una rapida e volatile soluzione di continuità – che ha condotto dalla censura fascista a quella clericale.
«La cultura diventa subito odiosa. In Italia venne sopportata fra il ’45 e il ’46, l’unico periodo in cui si ragionò civilmente. La nostra società si sottopose a un duro esame, fu vivace, curiosa, drammatica, moderna. Quanto di peggio c’era in Italia, responsabile di quanto di peggio fosse accaduto all’Italia, stava rannicchiato nel fondo e taceva. La parola venne data per due anni a quanto di meglio avesse il nostro Paese.»
Il testo propone una riflessione sul rapporto tra cultura e libertà che a me sembra sempre attualissima nonostante gli oltre settant’anni trascorsi. Il famigerato Ministero per la Cultura Popolare ha cambiato nome ma non metodologia e tirannia culturale. La strada verso la libertà rappresentata dalla cultura è sempre ostacolata e talvolta sbarrata da concezioni (quella cattolica e quella comunista, quando Brancati scriveva queste pagine, e il nome delle ideologie dietro alle quali nascondersi ed agire è oggi diverso, ma la necessità di ostacolare la libertà di conoscenza resta invariata per il potere) che prevedono innanzitutto la necessità del potere di tenere il pubblico lontano dalla critica e dall’intelligenza. Scrive ancora Brancati, dopo aver trattato di quell’inusuale biennio di cultura e libertà:
«Ma presto passarono alla riscossa. Con pressioni prima coperte ed abili, poi scoperte e brutali, la cultura venne lentamente rispinta fuori della vita pubblica. Dalle cantine uscirono, fra lazzi, motti, scherni, salti, do di petto nazionalistici, le squadre degli scrittori graditi, quelli che è piacevole leggere perché, non avendo essi letto quasi nulla, danno, a chi legge le loro cose, l’impressione rinfrescante di non leggere nulla. Si diffuse l’allegria del circo equestre nelle soste fra un esercizio difficile e l’altro.»
Le accuse sono precise e circostanziate, con esempi, citazioni, stralci di indicazioni censorie. Persino i nomi non è difficile individuarli. La continuità della censura che Brancati si trova a criticare con quella del ventennio di dittatura appare evidente, persino nelle persone incaricate a farla funzionare:
«Ma (e sembra un’allucinazione ottica), i vecchi impiegati sono ancora lì, nel palazzo di via Veneto, che ora porta il nome di Sottosegretariato per lo spettacolo e le informazioni. Le bombe hanno provocato per loro uno spostamento d’aria che li ha allontanati per uno o due anni dalle loro sedie (il tempo dei Comitati di Liberazione che essi ricordano con orrore); subito sono tornati, e adesso sono tutti seduti dietro i loro tavoli.»
Sottosegretario per lo spettacolo era, nel 1952, un giovane Giulio Andreotti. Nonostante Brancati non abbia vissuto tanto a lungo da poter vedere i nuovi strumenti censori, tuttavia quasi ci si stupisce come abbia saputo individuarne gli embrioni e le dinamiche di sviluppo:
«Adesso non bocciano, ma riconsegnano la sceneggiatura al produttore con una smorfia di dubbio. La smorfia basta al produttore perché egli rinunzi al suo soggetto. […] Queste vaghe, ma paurose disapprovazioni vengono trasmesse oralmente, rafforzando la loro barbarica natura con l’aria preistorica che hanno i comandamenti religiosi emanati prima dell’invenzione della scrittura. È una potente mimica, che non si serve dell’alfabeto, quasi a significare che, in certe zone della società, cultura e analfabetismo possono coincidere.»
Le pratiche illiberali di censura diventano con il tempo evanescenti e subliminali. I potentati economici concentrano sempre di più in poche mani i mezzi di comunicazione costringendo in pratica a una sorta di “autocensura” alla quale deve sottostare chi vuole far sentire la propria voce. E ancora andando oltre fa parte senza dubbio delle nuove forme di censura il propagarsi a cascata di notizie “fake” – come si usa dire oggi – o comunque di una ridondanza di notizie all’interno delle quali risulta sempre più complicato far emergere i valori reali della conoscenza e farli collimare con quelli della libertà. Pubblicare questo pamphlet non fu semplice per Brancati. Ritorno alla censura fu rifiutato da Einaudi e Bompiani e pubblicato infine da Laterza e in appendice trovò posto il testo teatrale, del quale era stata rifiutata la rappresentazione per presunti contenuti osceni, La governante.
Con questa commedia Brancati abbandona il teatro “comico”; in Diario Romano (1953) scrive:
«Quando ci si inoltra negli anni, si vuol vivere più profondamente. Un senso di triste dignità viene a sopraffarci […] e questo è fatale al comico…»
Infatti ben poco di comico possiamo trovare nella vicenda di Caterina Leher e di Leopoldo Platania. La prima è una governante calvinista, il secondo un siciliano trapiantato a Roma sempre incerto sull’utilizzare la propria morale tradizionale o provare disponibilità ad aperture per lui nuove e inusuali. La commedia si fonda proprio su questo contrasto tra la morale rigorosa di Caterina e quella cattolica della famiglia Platania, sempre ipocrita e accomodante. Da questo contrasto l’autore fa scaturire la sua avversione per la società italiana del dopoguerra e la sua borghesia che scivola sempre più verso l’incoltura, che non legge, non va a teatro e, al contrario, contro questo alza la barriera della sua censura. Il limite dell’opera risiede proprio in questo apocalittico contrasto tra le due morali che con difficoltà consente il delinearsi di personaggi credibili. Quello che invece emerge con chiarezza è l’indignazione verso una società e un ambiente che emargina la coscienza critica. I presunti contenuti osceni che hanno provocato il pretesto censorio riguardano gli accenni all’omosessualità femminile – sempre indicati con massima discrezione e del tutto esenti da elementi pruriginosi o da descrizioni esplicite – che è infine causa indiretta del finale tragico.
Sinossi a cura di Paolo Alberti
Dall’incipit del libro:
Stanza di soggiorno dei Platania a Roma. Due porte. Una finestra da cui si vede la cupola di San Pietro. Una scrivania col telefono. Sedie, poltrone. Un tavolo ribaltabile. Uno specchio.
LEOPOLDO (al telefono): No, Alfio mio, non sono piú don Leopoldo di venticinque anni fa, quando vivevo a Caltanissetta… Mia figlia si avvelenò perché nella terrazza di Saro Masumarra… Ah, te lo ricordi… Ma adesso sono un altro, un altro… Il mondo è cambiato, e voglio cambiare pure io, perché se no muoio prima… Non dico che così non muoio, ma muoio piú tardi… E tu, se continui a mangiarti il fegato per stupidaggini!… (alzando la voce) perché sono stupidaggini!… (con tono normale) presto ti stampano il nome sul giornale, con una croce sopra…
Scarica gratis: La governante di Vitaliano Brancati.




