Scrive Jandolo, nel presentare il suo libro:

«Veramente avrei dovuto chiamare questo libro «L’anno romantico 1874» non un romanzo, benchè non manchino a questi capitoli che si susseguono, per ordine di tempo, due diverse vicende passionali. […] Questi capitoli riflettono e cercano anzitutto di rappresentare un’epoca poco trattata, in verità, dai modernissimi scrittori di oggi. L’Italietta bambina di Quintino Sella e di Marco Minghetti è un po’ la provinciale che, timida e imbarazzata, muove i primi passi in una vasta metropoli. […]

Via Margutta, la celebre via dei sognatori, sede della mattacchiona, fraterna comunione tra gli artisti, con le burle atroci, le malignità e le maldicenze dei modelli di Anticoli e di Saracinesco, con l’accademia di Gigi e lo studio lussuoso di Vertunni, tutto questo mi è piaciuto assai ed ho tentato di fermarlo. […] Tutti questi aristocratici dell’arte che s’agitavano e vivevano ancora in un’atmosfera di paese, mi hanno preso, mi hanno sedotto!»

Il testo nasce (nel 1940) per prima cosa dall’amore di Jandolo per le persone e i luoghi: è una conoscenza spesso diretta e, dove non è diretta, lo storico antiquario, vissuto in Via Margutta per quasi un cinquantennio, la raccoglie da parenti e amici degli artisti, dagli epistolari di questi. Jandolo cerca di rispettare i loro caratteri ma aggiunge quel pizzico di fantasia che rende fluida ed affascinante la lettura.

Sfilano davanti a noi i nomi illustri di pittori, ‘gli aristocratici dell’arte’, attivi a Roma sul volgere del XIX secolo: Mariano (o Marià) Fortuny i Marsal, Ercole Rosa, Achille Vertunni, Ludwig Adam Kunz (nel testo Kuntz), e poi, nello sfondo, ma vivissimi, Morelli, Gemito, Carnevali, Tadolini, Depiné, Simonetti, Cabianca… Tra loro la figura che Jandolo descrive con più affetto e maggiore profondità è quella di Mariano Fortuny i Marsal, che, appena trentaseienne, muore a Roma proprio nel 1874. L’autore dedica alla sua morte e al dolore che lascia dietro di sé pagine assai commoventi. Marià Fortuny i Marsal, meglio noto col nome italianizzato Mariano Fortuny (Reus, 11 giugno 1838 – Roma, 21 novembre 1874) fu il padre di Mariano Fortuny y Madrazo (Granada, 11 maggio 1871 – Venezia, 2 maggio 1949), ai nostri tempi forse più noto di suo padre. Rimasto orfano a tre anni, “il piccolo Marianino”, come lo chiama Jandolo, si trasferì con la madre prima a Parigi e dal 1889 a Venezia.

Troviamo anche un bel ritratto del grande scultore Vincenzo Gemito (Napoli, 1852 – Napoli, 1929) da giovane:

«— È bello il cielo! Starei sempre a guardarlo! [dice Gemito]
E il piccolo Marianino sta per addormentarsi tra le braccia materne con gli occhi in alto, in ammirazione di quell’intenso azzurro che, nella bella maturità, gli darà l’ispirazione per una geniale trovata: una risorsa estetica che darà al pubblico di tutti i teatri del mondo, l’illusione del vero orizzonte.»

E poi ci sono i modelli e le bellissime modelle – ma allora, nell’ambiente, il termine si declinava rigorosamente solo al maschile: modello! – come la dolcissima, onestissima e intelligentissima Maria Grazia o Marietta l’Organettara, sicura di quello che vuole dalla vita e determinata ad ottenerlo in ogni modo. E infine ci sono i luoghi della Roma di allora, la Piazza di Spagna con la sua maestosa scalinata, il Caffè Greco (qui, in Liber Liber trovate anche Le cronache del Caffè Greco, di Diego Angeli), Trastevere, le osterie dove incontrarsi e far baldoria, ma soprattutto lei, la Via Margutta, ancora oggi una delle via più incantevoli della città.

Nel dialogo tra Fortuny e Gemito, è racchiuso il senso pieno dell’arte:

«— Conosco così poco di lui! [dice Fortuny di Giuseppe Verdi, del quale Gemito è amico e del quale ha fatto un busto nel 1873]
— Male, Fortuny! Male! Un artista per produrre ha sempre bisogno dell’ispirazione, e questa gli viene spesso da un’arte sorella. Non bisogna vivere troppo isolati. Bisogna mantenerci al corrente di tutto ciò ch’è grande e bello! Una buona musica niente di più facile che ispiri un buon quadro.
— E un buon quadro credete che possa ispirare della buona musica?
— E perchè no? Tutte le arti sono dissimili e tutte in un certo modo, si assomigliano quando le guida un sentimento. A parte la disparità di epoche, io penso che Longhi avrebbe potuto ispirare Carlo Goldoni. Cimarosa e Rossini avrebbero potuto trarre partito dalle caricature di Pier Leone Ghezzi e dalle pitture dell’inglese Hogarth. La stessa cosa dicevo l’estate scorsa a Verdi e gli domandavo come mai, con un temperamento musicale come il suo, avesse spesso preferito Victor Hugo a Shakespeare; all’infuori del Macbeth.»

Sinossi a cura di Claudia Pantanetti, Libera Biblioteca PG Terzi

Dall’incipit del libro:

Via Margutta è quasi deserta nelle prime ore del mattino e, deserta, è ancora più bella. I lauro-cerasi del giardino Patrizi che si conservano verdi anche durante l’inverno, fan capolino al di sopra del muro di cinta sul quale si adagia l’edera, muro che divide la strada dal giardino. Tra casamenti piuttosto vasti e casupole di nessuna importanza questo stabile può ritenersi il migliore, costruito intorno al 1860 da un architetto dilettante, per gli studi di pittura e di scultura.
La facciata è semplice, di tre piani e un ammezzato: la decorano di busti di grandi artisti del Rinascimento entro nicchie rotonde, e statue di scavo frammentate e deturpate da brutto restauro, due portoni e due fontane addossate al muro. All’ingresso del giardino, appena varcato il cancello, a destra, un basso fabbricato ov’è la residenza del portiere. Appena compiuta la costruzione, essa venne, per così dire, presa d’assalto da tutti quegli artisti che cercavano una decente residenza nella città eterna. Situata alle falde del Pincio e in prossimità di Piazza di Spagna e di Piazza del Popolo, parallela a via del Babuino questa strada centrale e nel tempo stesso appartata, silenziosa e piena di luce, dev’essere apparsa agli artisti nostri e a quelli stranieri come un’oasi di riposo, come un rifugio in cui si dovessero concepire solo dei capolavori.

Scarica gratis: Via Margutta di Augusto Jandolo.