L’opuscolo che vi presentiamo, si propone sin dal titolo come una risposta a Degli ultimi casi di Romagna di Massimo d’Azeglio, che discuteva della rivolta riminese dell’anno precedente. Pubblicato (con l’indicazione di Parigi, ma a Bastia) nello stesso anno 1846, è una puntuale contestazione “da sinistra” da parte un anonimo autore che si presenta come compatriota di d’Azeglio.

In un articolo di Piero Zama del 1950 l’autore viene identificato nel Prof. Lorenzo Giribaldi, [https://www.giornalistoricicesena.it/ilsavio/StudiRomagnoli1949_1999/1950/Studi_Romagnoli_1950_22.pdf] che viene citato due volte in terza persona nell’opera, anche se l’OPAC SBN registra l’opera come anonima.

Il titolo completo, con il riferimento anche alle “speranze d’Italia”, mi aveva indotto erroneamente a pensare che l’argomento toccasse anche il libro di Cesare Balbo (Delle speranze d’Italia), ma il suo libro non è mai nominato, e Balbo è citato soltanto come esponente della “privilegiata setta” dei moderati e come cattivo maestro di d’Azeglio.

Il testo è strutturato in otto “Osservazioni”, in cui si contestano e smentiscono otto diverse affermazioni di d’Azeglio, secondo cui in Italia non ci sono governi tirannici, c’è libertà di opinione e di pubblicare le proprie idee, le sommosse sono sempre negative e fonte di “immensa infamia” ecc., fino alla speranza espressa da d’Azeglio che il governo papale diventi “un po’ più assoluto, un po’ più dispotico”, e alla sua proposta di “protestare a viso aperto” contro le ingiustizie.

Nella seconda parte dell’opuscolo (Capitolo Unico: Sulle speranze d’Italia riposte in Carlo Alberto) l’autore smonta completamente (con dovizia di esempi e di aneddoti) l’affidamento su Carlo Alberto, presentando numerose prove del suo carattere debole, opportunista e tirannico: la sua infame condotta nel 1821 e 1833, la sua persecuzione dei liberali, il suo essere manipolato dai Gesuiti e dalla nobiltà, la sua indifferenza verso la giustizia e la morale, e la soppressione di ogni tentativo di promozione della cultura italiana e della tolleranza religiosa nel suo regno.

L’autore conclude che l’unica via per la rigenerazione d’Italia è una “generale sommossa” e “l’esterminio dei principi e dei troni”, esortando d’Azeglio a predicare questa verità e a rinunciare a qualsiasi moderazione.

Sinossi a cura di Claudio Paganelli

Dall’incipit del libro:

Era lunga pezza, che aveva in animo di dirigervi qualche parola, ma più ragioni inutili a dirsi mi tennero sempre fin’ora in forse, e non ultima fra esse si fu la stima che altissima io portai ognora a voi tanto come a letterato e pittore, quanto come a uomo e cittadino d’Italia: cosicchè fino al giorno d’oggi io mi condussi senza mandar ad affetto il proposto mio, volendo anche illudermi per qualche tempo, por fede nelle vostre parole e dividere con voi e coi vostri seguaci quelle speranze che andavate rinfrescando nei nostri fratelli, ed aspettare insomma che finalmente la lima del più acuto rimorso avesse coll’opra continua di venticinque anni appianato, e corroso il callo che ad ogni magnanimo senso un Principe aveva fatto; Principe che mentre i natali, la patria, le condizioni dei tempi, tutto chiamavalo a grandezza, alla rigenerazione d’Italia, prefferse vigliacco infangarsi nella massima delle viltà, e macchiarsi della più schifosa fra le infamie.
Di quì potrete già addarvi, che io non vi intendo parlare nè di arti nè di lettere, sia perchè troppo difficile e malagevole si è il comparire in un’arte o scienza qualsiasi edotto discorrendo con persone in esse dottissime, chè ad altri per quanto io mi sappia non è mai incontrato quello che accadde all’immortale Cornellie, il quale poetando comparve valoroso guerriero al gran Turrena; nè io d’altronde vorrei arrischiarmi di guadagnar la taccia che ebbe quegli il quale fu ardito d’entrare di guerra al cospetto d’Annibale.

Scarica gratis: Sul libro degli ultimi casi di Romagna e sulle speranze d’Italia fondate su Carlo Alberto di autore anonimo.