Sala come il generale Ushijima: stretto tra le linee d’attacco e la volontà di non abbandonare il fronte
Okinawa, primavera del 1945. Un’isola strategica, affollata, verde, agricola, dove il Giappone si gioca la faccia con l’ultimo barlume di orgoglio. Il generale Mitsuru Ushijima non si arrende, non fugge, resiste pur sapendo di essere già circondato. Sceglie di restare fino alla fine. Il prezzo sarà devastante: oltre 130.000 morti giapponesi, civili arruolati compresi. La strategia è chiara: logorare l’avversario, anche se costa l’autodistruzione.
Milano, estate 2025. A ottant’anni esatti da quell’inferno di guerra, il sindaco Beppe Sala si trova in una trincea meno cruda, ma altrettanto logorante. I nemici non indossano elmetti, ma postano meme, alimentano fughe di notizie, avvolgono di sospetti un’amministrazione che, almeno fino a prova contraria, non ha ancora perso il contatto con il proprio mandato popolare.
Come il comandante giapponese, Sala sceglie di restare. «Ho le mani pulite», dice. «Ho pensato mille volte di lasciare, ma non posso farlo adesso». Parole che sembrano uscire da un bunker scavato più nell’animo che nel cemento.
La cronaca recente è impietosa. Indagini pubblicate anzitempo, insinuazioni virali, scenari posticci generati da intelligenze artificiali che vestono il sindaco con una tuta da galeotto e calzini arcobaleno. Il tutto in un’arena politica dove persino i propri alleati osservano da bordo campo, con la biro in mano, pronti a firmare il verbale della ritirata, più che un patto di lealtà.
Come a Okinawa, l’attacco è frontale ma anche laterale. Il gruppo Yamato in questa versione è la macchina del fango, che non mira più al dominio geografico, ma alla delegittimazione morale. L’effetto è il medesimo: creare un clima in cui ogni giorno sembra quello buono per l’abbandono.
Ma il sindaco non arretra. In un clima di solitudine, mentre le istituzioni non riescono più a distinguere tra avversari e sciacalli, sceglie di combattere per la propria integrità. Come Ushijima, resiste in nome di qualcosa che è più grande della sua figura: la città. O, forse, la narrazione che di essa si vuole difendere.
La dialettica è negativa, perché non ha vincitori. A Okinawa, la vittoria americana fu l’inizio del trauma atomico. A Milano, la sopravvivenza di Sala potrebbe rappresentare l’ennesimo capitolo di una politica che sopravvive a se stessa solo per inerzia.
Il problema, allora, non è Sala. Né il centrodestra. Né la magistratura. È la guerra permanente che disumanizza ogni cosa, anche l’amministrazione pubblica. È l’idea che per governare oggi non serva un programma, ma un’assicurazione contro il linciaggio mediatico.
In questo scenario, la battaglia di Okinawa non è un parallelo eccessivo. È la prova che, nella guerra asimmetrica del potere, resistere non è eroico: è l’unica cosa che resta da fare quando la sconfitta è già iscritta nel paesaggio.
Eppure, come allora, resta una domanda sospesa: quanto può durare ancora questa resistenza prima che anche il più determinato dei comandanti scelga il silenzio della fine?



