Mentre la Casa Bianca riscrive il diritto a colpi di tweet e minacce belliche, l’elettore globale si ritrova stretto tra il fascino della grancassa sovranista e il sospetto di un’irreversibile lobotomia collettiva.
C’è qualcosa di profondamente orchestrale nell’ultima settimana di Donald Trump. Ma non parliamo di una filarmonica, quanto piuttosto di una banda di paese durante una sagra molto alcolica, dove il Primo Cittadino ha deciso di suonare contemporaneamente il Bombardino e il cannone.
L’ultimo discorso dalla Casa Bianca sulla guerra in Iran è stato un capolavoro di estetica involontaria. Da un lato abbiamo il Trump-Bombardino: quello che emette suoni caldi, rassicuranti e profondi per i suoi fedelissimi, promettendo che “finiremo il lavoro in due settimane” (come se una guerra fosse un trasloco di mobili a Mar-a-Lago). Dall’altro abbiamo i “Bombardati”: noi, i cittadini globali, che cerchiamo di capire come si possa essere contemporaneamente l’uomo della “pace attraverso la forza” e quello che invita gli alleati della NATO a “andarsi a prendere l’olio da soli nello Stretto di Hormuz”, con la stessa grazia di un benzinaio che ti lancia la pompa in faccia perché ha finito il turno.
Trump ha trasformato la geopolitica in una seduta di brainstorming psicotico. È entrato alla Corte Suprema come se fosse il proprietario di un hotel che va a controllare se le cameriere hanno rifatto i letti, ricordando ai giudici che il diritto è un’opinione, ma il suo “voto popolare” è un dogma.
Il dilemma è servito: siamo di fronte a un raffinato suonatore di Bombardino che usa la retorica per incantare il serpente dell’elettorato, o siamo semplicemente tutti Bombardati (nel cervello, sic!) da un flusso costante di ordini esecutivi che hanno la coerenza logica di un tweet scritto alle tre del mattino dopo un cheeseburger di troppo?
L’analisi è chiara: Trump non vuole governare l’America, vuole indossarla. E mentre lui suona la sua grancassa asimmetrica vendendo contratti commerciali all’Europa che somigliano più a pizzi mafiosi che a trattati internazionali (“comprate il nostro gas o vi tolgo l’amicizia su Facebook”), il mondo resta a guardare, stordito.
Forse la verità sta nel mezzo. Trump è il solista di una nazione che ha smesso di leggere gli spartiti della democrazia per affidarsi all’improvvisazione jazz di un uomo che confonde l’atomica con un effetto speciale di The Apprentice. Resta solo da capire se, alla fine del concerto, rimarrà qualcuno in piedi per fargli l’applauso, o se saremo tutti troppo impegnati a cercare di ricordare dove abbiamo messo i rifugi anti-atomici mentre lui cercava la nota giusta sul suo bombardino d’oro.



