Mentre nei salotti televisivi e nei corridoi dorati dei palazzi romani si parla di “inconvenienti alla viabilità” e “minaccia per l’ordine pubblico”, sulle autostrade del Mezzogiorno sta andando in scena la cruda realtà. Da giorni i camionisti e i piccoli autotrasportatori — quelli che la narrazione governativa bolla come piantagrane quando paralizzano i caselli da Maddaloni ad Avellino Est — stanno semplicemente gridando che lavorare, oggi, costa più che stare fermi. E hanno ragione da vendere.

Il cappio delle accise e la favola delle “risorse pronte”

Per capire perché chi guida un bestione da trenta tonnellate decida di piazzarlo in mezzo a una statale, basta guardare la colonna delle uscite su qualsiasi fattura di un “padroncino”. Tra gasolio che sfiora vette insostenibili, dazi imprecisati, pedaggi autostradali da capogiro e un carico fiscale che sfiora il grottesco, fare il pieno ad un tir equivale ormai a sottoscrivere un mutuo ad alto rischio.

Lo Stato, con la solita ingordigia, continua a incassare fior di miliardi grazie alle accise sui carburanti. Le stesse accise che in campagna elettorale tutti promettono regolarmente di abolire, salvo poi dimenticarsene nell’esatto istante in cui si varcano i portoni dei ministeri. Di fronte alle proteste legittime di chi macina chilometri per sbarcare il lunario, il governo risponde sfoderando il manganello mediatico e le minacce di precettazione, condendo il tutto con l’ennesima manciata di “fondi d’emergenza” e sconti farsa concessi a mezzo decreto.

Carovita ed spesa alle stelle: un’epidemia che parte dalla gomma

L’impatto di questa crisi travalica i confini dei caselli bloccati. L’Italia, piaccia o no alla politica, viaggia quasi interamente su gomma. Ogni volta che il costo del trasporto schizza verso l’alto, la stangata si ribalta immediatamente sui banchi dei mercati e sugli scaffali dei supermercati. Un chilo di pomodori o un cartone di latte arrivano a costare cifre folli non perché l’agricoltore sia diventato ricco o il camionista un distributore di dividendi, ma perché l’intera catena di intermediazione è strozzata dai costi energetici e di trasporto.

Chi oggi addita i blocco dei tir come “incivile” finge di non capire che la protesta del trasportatore coincide con quella della casalinga, dell’operaio e del pensionato. Se il camionista non ce la fa più a sostenere i costi di gestione del mezzo, la conseguenza diretta è il raddoppio del costo della spesa per ogni singola famiglia.

La solita ricetta: repressione e propaganda

Anziché affrontare il nodo strutturale dell’esosità del fisco sul carburante e garantire prezzi calmierati per le categorie essenziali, la risposta istituzionale segue il consueto e stanco copione: blitz delle forze dell’ordine, minacce di identificazioni di massa e denunce. Si prova a spaccare il fronte dei lavoratori agitando lo spauracchio della scarsità di rifornimenti nei supermercati e tentando di mettere i cittadini contro chi protesta. Ma nei presidi l’aria è diversa: alle camionette si alternano cittadini comuni che portano cibo e solidarietà ai lavoratori fermi ai margini delle carreggiate.

I camionisti che fermano i motori sulle autostrade del Sud non stanno facendo un dispetto agli automobilisti: stanno alzando la testa contro un sistema che dissangua chi produce e chi lavora, lasciando intatti i profitti delle grandi speculazioni. E finché l’unica ricetta sarà la carota dei tavoli tecnici posticipati e il bastone delle identificazioni, la rabbia di chi guida continuerà a paralizzare il Paese. Con buona pace di chi pensa di risolvere il carovita con un tweet.

Guarda la situazione reale delle proteste e dei blocchi degli autotransportatori nel Sud Italia sul canale Sud Italia, la protesta di agricoltori e camionisti per comprendere direttamente le ragioni dei lavoratori in presidio.