Quando nel 1942 fu pubblicato questo romanzo, Pietro Casu aveva abbandonato la sua produzione letteraria in lingua italiana da quasi vent’anni, dedicandosi invece a una produzione in lingua sarda-logudorese contribuendo non poco a conferire a questa lingua una dignità letteraria non trascurabile.
Per chi conosce i romanzi di Casu degli anni venti e precedenti (su tutti Notte Sarda) il distacco e la cesura è evidente. Non siamo più di fronte al romanzo storico e alle implicazioni sociali che erano invece il fulcro della scrittura che aveva caratterizzato questa passata esperienza. La vigna sterposa appare quindi più convenzionale, quasi ingenuo nella sua schematica presentazione dei valori positivi e negativi che animano i personaggi protagonisti della vicenda. Don Emilio è un giovane prete di nobile famiglia, che ha studiato a Roma e vive tranquillo a Aritzo nella Barbagia collinare. Gli viene assegnato l’incarico di parroco a Orrulìas, una località nel Campidano oristanese, una delle più importanti dell’archidiocesi ma, purtroppo per la gerarchia cattolica locale, troppo turbolenta e difficile da governare.
«La popolazione, prima una delle più quiete e morigerate della regione, vi era divisa in partiti da mille beghe e invidiuzze, da quando un piccolo numero di forestieri vi aveva acceso il fuoco della discordia e della lotta: la religione non vi fioriva, combattuta com’era da qualche ascritto alla massoneria e al socialismo e da molti capiscarichi e indifferenti e oziosi.»
Appare quindi fin dalle prime pagine del romanzo il tema conduttore della narrazione che tende a presentare la laicità come elemento perturbatore, bieco e infingardo, teso a conservare uno status di privilegio fondato sull’ignoranza e la miseria dei meno abbienti.
«Il suo predecessore era stato bersagliato in mille modi con insidie serpentine, macchinazioni tenebrose, iscrizioni oscene sui muri, volgari calunnie, intimidazioni, spari alle finestre, bombe al portone della canonica; finchè era stato costretto a ritirarsi. Vari altri vicari erano stati mandati per reggere la parrocchia temporaneamente; ma nessuno aveva potuto resistere contro le arti maligne della perversità settaria, che aveva una buona alleata nell’apatia della classe agiata e nella pecorile acquiescenza dei lavoratori e dei servi.»
L’autore è estremamente abile nel rovesciare le argomentazioni classiche normalmente tese a screditare il clero e il cattolicismo conservatore: qui i conservatori sono rappresentati dal sindaco, dal medico (la perniciosa influenza che viene da fuori, il bieco forestiero), dal commerciante, da una parte della pretura. Don Emilio è invece l’innovatore, dalla parte degli umili per ridare dignità ai lavori più pesanti, prospettive dignitose ai giovani e ai fanciulli. Fioriscono quindi le iniziative: cooperativa di consumo, banda musicale, attrezzatura agricola moderna ed efficiente, energia elettrica. La qualità della vita del paese migliora e i massoni (che già il fascismo aveva disciolti come associazioni) tramano diabolicamente per screditare il prete. Il loro tentativo, squallido e disonesto, verrà sconfitto su tutta la linea; la popolazione è ormai tutta dalla parte di don Emilio.
Non manca neppure l’accenno a storie d’amore, una delicata e nobile, l’altra più turbolenta ma certo benedette entrambe dall’intervento di Don Emilio. Il quale raggiunge l’apice della sua influenza e popolarità, quando, tra lo scetticismo quasi generale, riporta nell’ambito della chiesa la peggiore reproba della comunità, evitata e ed emarginata.
Al di là di una trama, ripeto, piuttosto ingenua, le pagine sono tuttavia gradevoli. Va ricordato che Casu considerava l’italiano una lingua “straniera” e faceva parte del gruppo di scrittori che avevano tentato l’uso dell’italiano senza averne completa padronanza. Lingua certamente appresa e maneggiata con perizia ma sostanzialmente libresca. Conquista difficile che riuscì appieno a Grazia Deledda ma non agli scrittori del gruppo che si coagulava attorno alla rivista «Nuraghe». Tuttavia l’apporto di questi autori, tra i quali Casu è senza dubbio l’esempio più rilevante, è importante per stabilire un’ibridazione fruttuosa, anche dal punto di vista lessicale (chi legge potrà rimanere disorientato, talvolta, nell’imbattersi in vocaboli davvero inusuali), caratterizzata da una osservazione della realtà insolita da parte di uno sguardo molteplice, una prospettiva diversa sul mondo. Caratteristica presente e da valorizzare in pieno anche oggi in scrittori stranieri che scrivono in italiano. Si tratta quindi di una scrittura sostanzialmente più “pulita”, priva di eccessive ridondanze che appesantiscono senza arricchire, e che mira all’essenziale sia nei dialoghi che nelle descrizioni. Scrittura sempre caratterizzata dal forte legame con le proprie origini, che emergono rimanendo alla base della propria formazione culturale e professionale, oltre che umana.
Le analisi della società e dei suoi limiti risultano però sfocate e portatrici di una scarna enfasi che le svalorizza. Se mettiamo a confronto questo romanzo con quelli che l’autore scrisse vent’anni prima ne esce certamente ridimensionato, senza tuttavia mancare di porre un ulteriore tassello in quella costruzione letteraria che consente di concretizzare l’immagine che i Sardi avevano di se stessi, con riferimenti alla propria storia, alle peculiarità delle popolazioni delle diverse zone dell’isola (in questo caso ad esempio tra Barbagia e Campidano), a comprendere in maniera più articolata i rapporti tra l’elemento locale e le presenze estranee. È chiaro che a questo fine lo strumento del romanzo storico, che Casu aveva maneggiato con grande abilità, era più adatto ed efficace. Ma anche questa garbata apologia dell’operato del clero nelle campagne conserva la sua rilevanza e il suo interesse.
Sinossi a cura di Paolo Alberti
Dall’incipit del libro:
Lo schiocco secco di frusta, accompagnato da un incitamento gutturale e rabbioso del vetturino e seguito da un traballone del legno, destò don Emilio dalle sue profonde riflessioni. Il giovane sacerdote si scostò mormorando «scusate! scusate!» dal compagno di destra, il cancelliere vescovile, contro cui era stato sbatacchiato; e guardò sorridendo i due compagni di fronte, il Vicario generale e un altro canonico del duomo, ch’erano stati anch’essi sbattuti l’un contro l’altro con violenza, e con violenza disgiunti, come due fantocci inerti da improvviso capriccio di vento.
— Santa Maria del Rimedio! – esclamò il vecchio canonico, segnandosi, e durando fatica a tener fermo il capo che gli ciondolava. Monsignor Vicario chiuse il diurno, su cui leggeva le ore lebbreggiando, per gridare un’avvertenza al cocchiere:
— Ehi, per carità: fate attenzione!
Il pretino di destra scrosciò nel suo riso a sprazzi e rimugolò tra i denti una facezia, che la presenza del superiore non gli consentiva di sputar fuori liberamente.
Tornata la calma, don Emilio si sprofondò un’altra volta nei suoi pensieri intensi, guardando senza vedere, attraverso il finestrino aperto, la fiorita campagna campidanese, per cui la carrozza lentamente s’avanzava.
Una vita nuova doveva cominciare per lui in quel chiaro mattino d’aprile, tra una benedizione di sole, tra pompe sfarzose di colori e onde soavi di melodie, tra lieti presagi mandatigli là, lungo la via campestre, da una fata propizia.
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