Un manifesto contro i piagnistei salottieri, i dogmi postmoderni e i gendarmi del pensiero unico che blaterano di crisi solo perché il mondo non li ascolta più.
C’è un copione preciso, un rituale autoassolutorio che si ripete da decenni nei salotti buoni della cultura. È la litania della crisi: crisi della poesia, crisi della critica, crisi delle humanities. È un lamento elegante e colto, che ha un unico, vero, sommerso soggetto: la crisi di chi lo pronuncia.
Il meccanismo è sempre lo stesso. Si prende un fenomeno complesso e vitale – la produzione artistica contemporanea, il dibattito sulle piattaforme digitali, l’evoluzione degli studi umanistici – e lo si misura con il metro sbagliato, un metro fabbricato ad hoc per dimostrare che tutto va male. Il metro di un presunto passato aureo in cui loro, i soloni, i gendarmi della cultura, dettavano legge.
Primo atto: la Nostalgia come Arma.
Si dichiara l’impossibilità di classificare il presente, lamentandone la fluidità. Ma questa non è un’analisi, è un’ammissione di fallimento. È la rabbia del tassonomo di fronte a una foresta che rifiuta di essere ridotta a erbario. L’incapacità di leggere le nuove tendenze non è un dato oggettivo, è il sintomo di una mente pigra, aggrappata a categorie obsolete. Il trasformismo non è del mondo, ma di chi, non sapendo più interpretarlo, si rifugia in un lamento sofisticato e sterile.
Secondo atto: il Complotto del Mercato.
Si addita il marketing e la volgarità dei mass media come i grandi corruttori. È la scorciatoia preferita dell’intellettuale da salotto. Invece di interrogarsi sul perché certi linguaggi comunicano e i suoi no, preferisce costruire un comodo capro espiatorio. La “democrazia poetica” diventa un insulto, perché il privilegio più caro – quello del giudizio inappellabile – è stato eroso. La critica non è in crisi; si è semplicemente immolata sull’altare dello “scambio di cortesie”, della complicità tra colleghi, della paura di scontentare la cerchia ristretta che conta. Ha scelto l’autocelebrazione invece del rischio del giudizio.
Terzo atto: il Dogma dell’Alienazione.
Qui raggiungiamo l’apice dell’ipocrisia. Si proclama che la società vive un’”alienazione culturalistica”, che venera feticci vuoti. E chi sono i sommi sacerdoti di questo culto vacuo? Proprio loro, gli intellettuali che hanno svuotato la cultura di significato concreto, trasformandola in un gergo per iniziati, in un esercizio di stile fine a se stesso. Sono loro i veri alienati, prigionieri di un circuito autoreferenziale che scambia la citazione per pensiero e la complessità affettata per profondità. Sono i Matusa attaccati ai cadreghini delle riviste specializzate e delle cattedre, che parlano di egemonia culturale straniera mentre non fanno che riciclare, in ritardo di vent’anni, le ultime teorie francesi o americane.
Quarto atto: la Falsa Difesa delle Humanities.
Quando poi si arriva al capitolo scuola e università, la tragedia sfocia in farsa. Si piange la crisi delle discipline umanistiche con la stessa aria con cui si piangerebbe un proprio caro estinto, dimenticando di averlo contribuito ad uccidere. Le humanities sono state difese per decenni con l’argomento più stupido e controproducente possibile: che sono “inutili”, ma proprio per questo “nobili”. Hanno sdoganato l’istruzione nozionistica e retorica per educazione al pensiero critico, senza mai dimostrare in che modo un modulo sul decostruzionismo dovrebbe aiutare uno studente a comprendere il mondo reale. La crisi è meritata. È la conseguenza di aver creduto che la cultura fosse un tempio da preservare, non un arsenale di strumenti per agire sulla realtà.
Finale: La Critica Militante come Malattia.
In questo deserto, l’unica figura che sopravvive è il “critico militante”. Ma la sua militanza è troppo spesso una guerriglia per bande, una lotta per la supremazia all’interno dello stesso microcosmo morente. Il danno che induce è profondo: invece di aprire finestre, costruisce fortini. Invece di spiegare, esclude. La sua è una battaglia per il possesso delle rovine, non per la ricostruzione.
La verità è semplice e intollerabile per questa casta: il mondo non è in crisi, lo sono loro. La cultura non è morta, è solo uscita dai loro salotti. La parola non ha perso potere, ha solo smesso di fluire esclusivamente attraverso i loro filtri. Il lamento sulla crisi è l’ultimo, disperato tentativo di dare un significato cosmico alla propria irrilevanza. È ora di smetterla di prenderli sul serio.



