Scrisse Alfonso Gatto che «nel viaggio Barilli trova il suo necessario esilio di uomo». Infatti è attraverso le impressioni di viaggio che l’autore offre uno spaccato di se stesso sempre nuovo e sorprendente. Troviamo questi aspetti fin da Parigi e poi in Il paese del melodramma.
Credo che Gatto abbia voluto sottolineare con la sua considerazione come Barilli si senta sempre estraneo a casa sua e bene accolto da un mondo che riesce a far apparire come luogo senza tempo all’interno del quale può ritrovare la propria libertà e il senso della propria protesta, presentando i paesi che descrive in maniera che tutti i significati della loro esistenza risultano evidenti a chi legge.
Il libro fu pubblicato nel 1941 e si riferisce a un viaggio attorno all’Africa compiuto dieci anni prima. È un’Africa di mistero e di fascino che lascia un retrogusto di malinconia. La prosa di Barilli è, come di consueto, nervosa e contemporaneamente piana e scorrevole; uno stile vivace e dinamico ma allo stesso tempo sintetico. Pur non essendo futurista e non inventando le parole, il suo vocabolario risulta personalissimo e originale, e con questo può permettersi una scelta di immagini, di accostamenti, di paragoni che risulta innovativa e densa di sperimentazione linguistica che si manifesta liberandosi dalle spoglie delle sue stesse immagini, incalzanti ma mai definitorie.
Il viaggio ha origine da Marsiglia e si snoda da Città del Capo, la Rodesia, il Transvaal, Beira, Zanzibar, Mambaza e la costa dei Somali per giungere al Mar Rosso. Il tempo che è intercorso tra il viaggio e la scrittura di questo diario ha consentito forse quel certo distacco che si manifesta attraverso sobrietà ed eleganza, privo di scorie e vulcaniche esplosioni che avrebbero probabilmente caratterizzato un resoconto redatto sul momento. Anche per questo il suo racconto documentario può avvicinarsi alle culture che incontra libero dai vincoli delle fonti storiche e le presenta a chi legge come civiltà più solide e concrete della storia che vorrebbe spiegarle. Forse si può comprendere meglio in che maniera il linguaggio ad un tempo barocco e sintetico faccia risaltare l’immagine attraverso l’evidenza sintattica, con qualche esempio. Ecco Barilli a torso nudo sull’espresso di Kimberley attraverso il Mathanbeland:
«Son capre bianche con un manto di pelo lungo sontuoso, che tocca in frange uguali la terra, e copre i loro piedini come una toilette da sera. Tutte in fila. Controluce. Sembra che vadano a una festa. Col passo leggero e frettoloso delle dame. Su questo paesaggio così torrido, abbagliato e cupo fanno un effetto straordinario. Un attimo in cui riluce l’eleganza infernale, fugace, del continente nero.»
Descrivendo la fauna ittica attraversando l’Equatore:
«Avendo il pescecane la vista corta e la schiena inflessibile, il negro si tuffa in mare con un coltello e lo attacca, e lo uccide facilmente, purché riesca a nascondere le palme delle mani e le piante dei piedi, che biancheggiano sott’acqua e il pescecane le può scorgere. Per la stessa ragione i pescatori di perle del Mar Rosso s’immergono e vanno a fondo avvolti in un sacco completamente nero – come i morti che vengon calati a mare.
Risalendo il fiume Bonny:
«Ma tuttavia questo lontano rullìo da marcia funebre dà un fremito al cuoco del battello che sonnecchia il dopo pranzo sul ponte.»
L’Africa di Barilli è tumultuosa ma contemporaneamente immobile. Ecco le sue riflessioni parlando di Città del Capo:
«La città sudafricana è un innesto puro e semplice, un’operazione di riporto su terra selvatica. Una città venuta di peso dal mare. Nessuna forma originale e durevole. Nessuna testimonianza creativa del nuovo clima. Una città dunque? Piuttosto una crosta. Una crosta d’asfalto. L’asfalto, del resto, è quel che c’è di più vecchio in Africa – poi vengono i distributori automatici della benzina, le condutture dell’acqua, l’elettricità e finalmente le case. Questa è una civiltà sospesa come un ponte – e sotto i nostri piedi s’apre qua e là il baratro africano, il mondo sotterraneo, la bolgia dei negri. Basta guardare, laggiù, i cafri scaricatori del porto, i loro occhi, la loro bocca, per misurare la distanza che ci divide da loro: un’eternità buia.»
Per chi non conosce Barilli questo libro potrebbe essere un’interessante scoperta. Barilli lascia trasparire il suo essere musicista oltre che scrittore e spezzetta ed arieggia la sua prosa con soste obbligatorie dettate da asterischi quasi ad ogni pagina. Per questo il libro non si legge “tutto d’un fiato” ma con calma e circospezione e pensando a questo autore che, come dice il fratello Arnaldo, «continua sempre la sua vita zingaresca, senza casa, senza abitudini e apparentemente senza scopo e senza piacere; lo crediamo a Roma ed è a Parigi; lo cerchiamo a Parigi ed è a Gratz. A Perugia, a Budapest… talvolta nessuno sa darne novella; è sparito. Di quando in quando me lo vedo capitare a Parma. Appena arrivato mi dice che non potrà fermarsi che poche ore fra un treno e l’altro […] Fortuna che perde successivamente tre o quattro corse, sicché di solito rimane con noi e coi vecchi amici un paio di giorni a parlare del passato e dell’avvenire, così belli in confronto del presente.»
Sinossi a cura di Paolo Alberti
Dall’incipit del libro:
Chiamai al telefono l’agenzia marittima della rue de la République, per sapere se c’eran lettere per me. Lettere non ce n’erano, viceversa mi avvertirono che il piroscafo Piave, arrivato il mattino da Malta, sarebbe ripartito la sera stessa, in rotta per l’Africa.
Non c’era tempo da perdere. Avevo ancora molte cose da sbrigare in città. Mancavo d’un equipaggiamento equatoriale. C’eran le formalità d’imbarco, le valige da fare – e i conti da pagare.
Era già tardi quando presi un taxi per il molo «G».
Il porto di Marsiglia? – è una parola. Ce n’è uno nel centro, ed è il porto vecchio – ma quello dei piroscafi grandi, che si chiama porto nuovo, è almeno a dieci chilometri fuori di Marsiglia – il molo «G» poi è uno degli ultimi, e ci vuole più di mezz’ora di corsa, attraverso sobborghi rettilinei, vialoni, cantieri, banchine, cataste, fumaioli, elevatori, e silos, che non ti lasciano vedere né il mare né il cielo.
Il Piave è un bastimento mercantile dipinto in nero – carica merce, e trasporta passeggieri lungo le coste dell’Africa e del Mediterraneo. Un mostro di 133 metri – che non aveva avuto il tempo di far toeletta per ricevermi.
Scarica gratis: Il sole in trappola di Bruno Barilli.



