Il volume – pubblicato da Il Saggiatore nel 1966 – si apre con lo scritto Mauthausen città ermetica, scritto nel 1945 all’indomani del ritorno in Italia dell’autore, sopravvissuto alle atrocità del campo di sterminio e eliminazione riservato principalmente agli oppositori politici di tutta Europa.
Bizzarri fu infatti arrestato dalla Gestapo per non meglio specificate “attività antinaziste” mentre era a Budapest e deportato a Mauthausen dove rimase un anno fino alla liberazione. Non era rimasto inedito, ma ai fini pratici della sua diffusione è come se lo fosse stato (non mi dilungo su questo tema che già ho affrontato presentando Proibito vivere dello stesso Bizzarri https://liberliber.it/autori/autori-b/aldo-bizzarri/proibito-vivere/). La sua pubblicazione in un volumetto all’inizio del 1946 da parte dell’O.E.T. di Roma ebbe tiratura bassissima e ancora più scarsa diffusione, come tutti i testi editi da quella piccola e un po’ improvvisata casa editrice che ebbe per altro vita assai breve.
Bizzarri documenta la sua esperienza con mancanza quasi assoluta di commenti e con un linguaggio disadorno che impartisce a questo scritto una formidabile tensione documentaria. Il suo ribadire il “no al fascismo”, in maniera non attenuata e stemperata dalle smobilitazioni che si sono susseguite alla fine della seconda guerra mondiale accentuandosi ed estendendosi fino ai giorni nostri, risulta quindi particolarmente pregnante ed efficace. La riflessione di Bizzarri è tesa a cercare di comprendere come l’uomo moderno avesse potuto giungere a degradarsi e a degradare il suo simile nell’abominio della logica concentrazionaria; così facendo tale riflessione trascende l’esperienza personale per approdare a una coscienza comune negli uomini della sua generazione e alla conoscenza per quelli delle generazioni successive.
Al termine di questa prima parte è opportunamente riprodotto l’articolo Come si torna in Italia, pubblicato il 21 agosto del 1945 su “Risorgimento liberale”, che è una delle primissime testimonianze del fenomeno che coinvolse con diverse modalità circa due milioni di italiani che rientrarono in patria alla fine del conflitto mondiale dopo l’esperienza dei campi di sterminio e di prigionia, compresi quelli allestiti dagli alleati. Nonostante sia stato scritto e pubblicato antecedentemente a Mauthausen città ermetica, è opportuno che sia collocato al termine del resoconto dell’esperienza mauthauseniana, perché in qualche modo la conclude e fornisce interessanti strumenti di comprensione delle problematiche di quei travagliatissimi mesi.
Alla seconda parte del volume è attribuito il titolo Cronache e moralità e raccoglie una scelta di scritti pubblicati tra il 1946 e il 1948 su quotidiani e riviste: “Risorgimento liberale, “Il Perseo”, “Domenica”, “Fiera letteraria”, “Giornale di Sicilia”, “Momento Sera”, “Il Giornale”. L’abilità giornalistica di Bizzarri permette di cogliere aspetti emergenti della vita e del costume caratteristici dell’immediato dopoguerra attraverso aspetti secondari, particolari che potrebbero passare inosservati. Con questo strumento abbiamo però la possibilità di scorgere con chiarezza una visione d’insieme. Nel loro complesso, passando da una riflessione sugli annunci economici che comparivano sui quotidiani dell’epoca a quella dell’uso delle maiuscole e minuscole, questo gruppo di scritti travalica il limite dell’occasionalità per giungere a far gustare a chi legge oggi un personalissimo modello di sensibilità e stile giornalistico.
La terza parte, Letture, offre invece un saggio delle riflessioni dell’autore di marca più spiccatamente intellettuale; prendendo sempre lo spunto da libri significativi pubblicati in Italia tra il 1946 e il 1952, arco di tempo nel quale si dipanano questi articoli originariamente pubblicati su “Risorgimento liberale” e “Il Mondo”, Bizzarri esprime la propria posizione su vari aspetti della cultura contemporanea fissando le tappe di un percorso umano, oltre che intellettuale, teso a ritrovare la fiducia nella cultura e nella civiltà del suo tempo.
Nonostante l’apparente frammentarietà questa operazione editoriale restituisce a chi legge oggi questi scritti un discorso organico relativo a un itinerario che conduce, partendo dall’esperienza più disumana e disumanizzante che si possa immaginare, a un non facile ritorno al vivere civile dipanando le intricate problematiche della cultura dell’epoca. Tale discorso organico prende le mosse e ruota attorno soprattutto a una indagine severa e puntuale delle conseguenze nefaste del tentativo storicista, sotto qualunque forma questo si presenti. Dice Bizzarri nella Conclusione di Mauthausen città aperta:
«Si comincia col pretendere di pensare per tutti, allo scopo dichiarato di fare il bene di tutti, la felicità collettiva. Se ne trova una formula e la si proietta nel futuro. Il fatto che non calzi al presente, è particolare del tutto trascurabile, cosí come lo è il sacrificio di generazioni di viventi alle schiere ipotetiche di un’umanità da venire.»
Nell’articolo Uomo d’oggi e uomo di sempre:
«Son già vari decenni (e forse assai piú), che si ridicolizza e combatte quell’uomo «di sempre», questa humanitas, in nome di varie e moderne rivelazioni che danno la ricetta dell’uomo nuovo, reale, concreto del nostro tempo e cosí via. Espressioni a doppio e triplo uso. Fascinosi specchietti, i quali abbagliarono molti di noi. Ma proprio chi già cadde in abbaglio ha il dovere di mostrare dove conducano certe strade.»
Da liberale e libertario Bizzarri non può mancare di identificare questi itinerari con quelli proposti da chi, in una maniera o nell’altra, progetta una sempre più vasta ingerenza dello stato nella vita del cittadino:
«codesti iconoclasti dell’immagine ipostatica dell’uomo sono generalmente e in pari tempo adoratori di un’immagine ipostatica dello stato.»
«Certo che voler l’uomo d’oggi e per contro lo stato avveniristico e messianico, significa rovesciar bellamente i termini del rapporto ideale. (E lo stato divorerà l’uomo senza accorgersene, perché a questo non resterà neanche la voce per farsi sentire.)»
«Non a caso i principali perturbatori della pace e promotori di barbarie dei nostri tempi son stati gente che voleva l’uomo d’oggi e, per contro, lo stato granitico e immarcescibile. E non sapevano di latino.»
L’accento posto, a volte esplicitamente, altre in maniera implicita, sulla funzione della cultura come elemento fondamentale per la conquista della libertà, è sempre presente nell’idea di Bizzarri. In Maiuscole e minuscole specifica ulteriormente i caratteri esteriori (ma, purtroppo, sempre più totalizzanti) che vengono proposti dai mitizzatori dell’autorità statale:
«Qual meraviglia che in una tale epoca abbia preso la maiuscola anche lo Stato? Anche lui divenuto un dio Moloch, cui sacrificare a occhi chiusi e coscienza sorda. Avido e divoratore, senza piú proporzioni umane, a codesto Stato maiuscolo non basta la terra: si fa trascendente, ambisce metafisici cieli e di là ridiscende a incarnarsi in Capi che esigono dai seguaci non solo il braccio, ma la devozione di tutti i pensieri e dell’anima stessa.»
«Vita, Storia, Stato, e ancora la Forza, la Potenza, l’Azione, la Causa, il Fine e via dicendo. Fra tante maiuscole, unica minuscola l’uomo. Che ormai, per farsi notare nella selva dei concetti giganti, deve diventare “massa”.»
È appena il caso di aggiungere che, in un periodo nel quale una parte considerevole del mondo della cultura reagiva al periodo fascista e nazista che aveva devastato l’Europa avvicinandosi al marxismo-stalinismo, in pochi – e tra questi certamente Bizzarri – avevano compreso che i rischi del materialismo storico si andavano facendo sempre più evidenti, anche se ancora il mondo non era compiutamente a conoscenza dei crimini di Stalin e quelli di Mao-tze-tung e Pol-pot erano ancora in embrione. Bizzarri lo sottolinea in più di un’occasione:
«[…] uno pseudo storicismo, che consiste in un atto di adorazione e di rinuncia alla critica.»
«[…] dimenticando che essa storia è fatta dagli uomini e perciò non può essere la loro teologia.»
Inevitabile a questo punto anche la citazione da Al di là del bene e del male di Nietzsche:
«Il potere rende stupidi… La civiltà e lo Stato – non nascondiamocelo – sono in contrasto, l’uno prospera a spese dell’altra»
Un’ultima annotazione, anche questa specchio dei tempi e della difficoltà del periodo per raggiungere in tempi ragionevoli anche informazioni semplici. Scrive Bizzarri in un articolo del 28 luglio 1946 a proposito di Stefan Zweig:
«Col titolo Il mondo di ieri Stefan Zweig ha scritto forse la piú bella, certo la piú patetica delle sue biografie: quella di se medesimo nel suo tempo. Che è certo anche il nostro, poiché egli è un vivente come noi e tuttavia il libro ha in fondo sapore di strana lontananza, quasi fosse non opera di contemporaneo, ma un messaggio d’oltretomba.»
Zweig nel 1946 non era più un “vivente” essendo morto suicida, insieme alla moglie, nel 1942 dopo essere riparato, lui ebreo e austriaco, prima negli Stati Uniti e poi in Brasile. Nel biglietto d’addio scrisse: «Saluto tutti i miei amici! Che dopo questa lunga notte possano vedere l’alba! Io che sono troppo impaziente, li precedo. Penso sia meglio concludere in tempo e in piedi una vita in cui il lavoro intellettuale significava la più pura gioia e la libertà personale il bene più alto sulla Terra.» Forse Bizzarri non era a conoscenza di questa scelta ma è certo che idealmente ha saputo in maniera magistrale raccogliere il testimone che Zweig porgeva al mondo della cultura e delle idee.
Sinossi a cura di Paolo Alberti
Dall’incipit del libro:
C’è un modo di fotografare da sotto in su e tutte le propagande lo hanno prediletto (cosí un nano diventa gigante, la casupola cattedrale) e c’è un modo di dipingere sforzando i colori al contrasto (cosí un mazzo di garofani gentili appare sangue di martiri). Il presente libretto, se è fotografia lo sarà con l’obiettivo in posizione assolutamente normale e se arrivasse a esser quadro, lo sarebbe senza compiacenze di colore. È il fatterello quotidiano che ha bisogno di venir drammatizzato per stare in piedi; ma le grosse tragedie collettive mi sembra vogliano sobrietà di racconto e in luogo di abbellimenti si giovino della piú scarna nudità. Specie quando sono senza precedenti storici e di per sé incredibili, come quella di Mauthausen. Cosí questo scritto aspira a essere un documentario, sintetico e doveroso.
Non quindi un’esibizione, piú o meno romanzata, di ricordi personali. Pur senza umiltà, sono cosciente che il fatto di aver vissuto gli ultimi dodici mesi di Mauthausen non dà nessun diritto di sventolare ricordi fuori della cerchia familiare; specie quando ci sono, sparsi per l’Europa, compagni che di mesi ne han fatti cinquanta o sessanta e han davvero traversato quell’inferno nel tempo del suo maggior furore.
Scarica gratis: Il problema è la persona di Aldo Bizzarri.