Il maggio delle fate è una raccolta di articoli e saggi solo apparentemente rivolti a un pubblico ristretto di filologi, in quanto intessuti di una trama delicata di notazioni psicologiche e quindi apprezzabili da un pubblico colto ma non necessariamente specialistico, pur non assumendo mai connotati divulgativi. Il fatto di immergersi in un substrato di erudizione non impedisce all’autore il distacco necessario per dominare dall’alto la materia e presentarla in maniera efficace a chi può apprezzare questa sua critica vigile e insieme delicata. La critica di Neri non è biografica né estetica; è, almeno in parte, storica, ma con grande discrezione.

È una critica che ha un carattere proprio e che sfiora le tre modalità sapendone trarre una sintesi originale ed efficace. Sembra, almeno a tratti, evidente il prendere le distanze da quella critica un po’ brutale, ricca di schemi estetizzanti e di inutile pedanteria, nel tentativo di voler essere “appartenente” a una scuola. Neri rifugge da ogni tipo di costruzione ideologica fondata su preconcetti; ama più la penombra e il ricamo delicato. Egli è scrittore elegante e luminoso e trova nel saggio breve la sua caratteristica misura critica più che in un’ampia costruzione storiografica e monografica. Con equilibrio e discrezione e tuttavia con suggestiva scrupolosità risolve questioni di fonti e attribuzioni, definisce la poesia nel limite spaziale di una pagina senza venire mai meno a una accurata indagine filologica.

In questa raccolta di saggi converge la sua attenzione su alcuni temi della letteratura francese. L’approccio è omogeneo: da uno spunto pittoresco e originale parte l’elaborazione della materia e il nodo “erudito” da sgrovigliare appare in un secondo momento. La tesi non viene enunciata apertamente per far scaturire da questa la dimostrazione stringente: addirittura il perno del discorso emerge al termine del saggio: «se ho saputo chiarire l’accordo ch’era nel suo [di Ronsard] spirito fra due modi della sua poesia, il mio saggio è finito.» Ugualmente constata che «la critica di Desbordes-Valmore sarà sempre la scelta dei versi più espressivi nei suoi «recueils» troppo folti.»

Le immagini che commentano una citazione dantesca affiancata ad una ronsardiana sono finissime; i saggi sul Dom Juan e Il momento drammatico di Molière sono un esempio di scomposizione analitica mediante le fonti storiche, di indagine dei personaggi; risalta il rimpianto di non trovare svolto l’accenno secondo cui le sorti della vita di Molière lo indussero a separare «il più profondo dell’animo suo dall’opera di teatro».

Nel saggio sulla «vera» La Fayette, Neri approfondisce la prevalenza della «tempra spirituale» e dopo una serie di utili chiarimenti e di rettifiche conclude: «l’ultimo appello di ogni discussione sul valore morale di uno scrittore (nel caso della La Fayette più che in ogni altro) noi lo porteremo sempre nella sede in cui si giudica di ciò ch’egli ha scritto. Che se ciò non avesse a contare, a tali discussioni non resterebbe che un’importanza aneddotica: ove, senz’altro, non fosse vano accenderle.» Con questa affermazione Neri sottolinea la sua diffidenza verso le constatazioni del biografo puro, che cerca elementi anche nelle malignità e negli aneddoti. La controprova di questo atteggiamento la riscontriamo anche nel saggio Casanova e Stendhal dove l’accenno ai rapporti tra il veneziano e i romanzieri libertini del Settecento è appena sfiorato.

Gli ultimi tre saggi, dedicati ad autrici ed autori che, specialmente ai lettori di oggi, possono apparire misteriosi ed evanescenti, sono densi di frammenti caratteristici scelti con gusto e finezza. Per quanto riguarda Marceline Desbordes Valmore è totalmente ignorata la storia della passione per Latouche; in merito a Nerval il tema della follia e della tragica morte è solo sfiorato; per Moréas il lettore si sarebbe potuto aspettare una pennellata pittoresca relativa ai costumi del Caffè Vachette. È invece attraverso un florilegio di versi e frammenti che abbiamo un sicuro tratteggio di alcuni aspetti dei romantico-simbolisti. Il vigore della critica di Ferdinando Neri appare nitido a chi sa distinguerlo di volta in volta, ma chi legge in ogni caso lo percepisce attraverso le pertinenti osservazioni delle quali sono dense queste interessanti pagine.

Sinossi a cura di Paolo Alberti

Dall’incipit del libro:

Nel chiamare così Le jeu de la feuillée, il breve ludo scenico di Adam Le Bossu, o de la Halle, poeta artesiano della seconda metà del secolo XIII, derivo dal contado toscano il nome del «maggio», ch’è una recita per le feste di primavera. Non più che un simbolo di quelle feste, a guisa del gonfalon selvaggio, vogliono riconoscere alcuni nella Feuillée: onde sarebbe «il gioco della novella fronda»: il Langlois ed il Guesnon insistono sul documento di una determinata feuillée, un padiglione che s’ingiuncava nel mercatino d’Arras per esporvi la teca della Madonna; ma forse è proprio il frascato disposto, nella festa notturna di primavera, per ospitare le fate.
In un Congedo, sugli esempi della poesia locale, di Gian Bodel e di Baldo Fastoul, maestro Adamo aveva annunziato agli amici il suo proposito di lasciare la città nativa, discorde e viziosa, per tornare agli studi; e le scene della Feuillée svolgono il tema del Congedo, con un fare più libero, con un tono di commedia e di satira, che muove dal poeta stesso, quale primo attore del gioco

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