Fedone è il quarto dialogo della prima tetralogia nella quale incontriamo ancora un Socrate identificabile in qualche modo con il Socrate storico. Tuttavia il Fedone appartiene già a una nuova fase del pensiero platonico e si vedono delineate le linee essenziali della sua filosofia. Temporalmente è collocabile tra il primo e il secondo viaggio in Sicilia, quindi tra il 390/89 e il 367 a. C.
Nella prima parte abbiamo il dialogo diretto tra Echecrate e Fedone, mentre nella seconda parte si trova il dialogo “raccontato” da Fedone stesso che assiste alle ultime ore di Socrate insieme a Critone, Cebete, Simmia, Apollodoro. Dal racconto che Fedone fa ad Echecrate traspaiono sentimenti forti e contrastanti. Nella cella in cui Socrate attende il carceriere che gli porti la cicuta, dopo aver congedato la moglie, si parla dapprima dello stretto rapporto tra dolore e piacere. Discorrendo poi della morte Socrate rovescia la credenza comune e dimostra che la morte è un bene perché ci libera dal corpo che è limite condizionante e impedisce al filosofo di contemplare con maggiore efficacia quei valori eterni che costituiscono l’oggetto della sua ricerca. Per questo si può dire che tutta la vita del filosofo sia una continua tensione verso la morte e sarebbe quindi assurdo che quando si trovi realmente in prossimità di questa se ne debba dispiacere. In seguito alle riflessioni di Cebete, Socrate passa quindi a esaminare il problema dell’immortalità dell’anima e procede a una dimostrazione attraverso quattro prove successive. Nell’ultima parte del dialogo, che precede l’assunzione del veleno e la morte di Socrate, viene descritta la sorte delle anime nell’aldilà in funzione della loro vita corporale e della virtù perseguita o dell’intensità e gravità delle colpe commesse. Parallelamente a questo mito Socrate coglie l’occasione per una interessante descrizione del globo terrestre e della sua posizione nell’universo.
Fedone è un dialogo solo apparentemente socratico. Anche con una lettura rapida ci si rende conto agevolmente che Platone dà vita a una teoria dell’anima autonoma ormai rispetto alla fonte socratica. In sintesi si può dire che il rapporto conoscitivo che si stabilisce tra soggetto che conosce e oggetto conosciuto esige una omogeneità ontologica dei termini, e l’anima, in quanto conosce, non può essere di natura diversa da quella delle idee. Per questa ragione è immateriale. La conoscenza, che è in ultima analisi reminiscenza, presuppone la preesistenza al corpo. In questo passaggio è esplicito il riferimento ad Eraclito per spiegare con la teoria degli opposti la necessità dell’immortalità, in quanto “opposta” alla caducità, e della vita “ultraterrena” contrapposta alla vita mortale. Il destino dell’anima è quindi strettamente connesso a quanta resistenza avrà saputo opporre all’azione corruttrice della materia; la vita terrena è vista come preparazione alla morte che perciò si configura, sotto un profilo etico, come liberazione e redenzione dell’anima.
A questa severa valutazione sulla vita dei sensi il cristianesimo attinse a piene mani. Altri miti mettono invece l’accento sull’aspetto di metempsicosi e di reincarnazione in altri corpi, animali o nuovamente umani, per giungere infine, tramite la riflessione filosofica, alla purezza che consente di essere ammessi alla presenza e alla compagnia degli dei. In successivi dialoghi, ad esempio Fedro e Convivio, Platone specificherà meglio che il mezzo d’elevazione è soprattutto l’amore al quale si giunge attraverso la bellezza, che coincide con il Bene e quindi con il Vero.
Il traduttore Martini fa precedere al testo del dialogo una sua introduzione e correda il dialogo stesso con numerose note, desunte anche da altri insigni commentatori; l’apparato critico è, come di solito, per queste traduzioni, accurato ed esauriente.
Sinossi a cura di Paolo Alberti
Dall’incipit del libro:
Ech. E c’eri proprio tu, Fedone, con Socrate il giorno, in cui bevve il veleno nel carcere, o ne udisti da altri?
Fe. C’ero proprio io, Echecrate.
Ech. E, dunque, che cosa disse il nostro amico prima di morire? e come finì? Sarei così contento d’udirlo! Perché né alcuno dei Fliasii frequenta ora per nessun motivo Atene, né da parecchio tempo c’è venuto di là alcun ospite, che fosse in grado di riferircene qualcosa di preciso, all’infuori di questo: che, bevuto il veleno, morì. Del resto non sapeva dirci nulla.
Fe. Sicché non avete sentito nemmeno come si svolse il processo?
Ech. Questo sì, poiché ci fu riferito da un tale; e ci meravigliavamo anzi, come, sebbene la condanna fosse stata pronunziata da un pezzo, tuttavia la sentenza, pare, non venne eseguita se non molto dopo. Perché mai, Fedone?
Fe. Per una coincidenza puramente casuale, Echecrate. Fu difatti per caso che il giorno precedente al giudizio fosse coronata la poppa della nave, che gli Ateniesi mandano a Delo.
Ech. E che nave è codesta?
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