Delle speranze d’Italia è un’opera di Cesare Balbo, pubblicata la prima volta a Parigi nel 1844, e poi in due successive edizioni, accresciute dall’autore, a Capolago (Svizzera italiana) nel 1844 e nel 1845. Il testo di riferimento, con la data di Venezia del 1848, riproduce la terza edizione.
La pubblicazione all’estero era naturalmente necessaria per aggirare i divieti della censura: fu espressamente vietata nel Lombardo veneto austriaco, nel Regno delle due Sicilie e negli Stati pontifici; in Piemonte non era ammesso ufficialmente ma era lasciato entrare. Forse solo la Toscana lo lasciò circolare senza problemi.
Preceduto da Del primato morale e civile degli italiani di Vincenzo Gioberti e seguito dopo pochi anni da Degli ultimi casi di Romagna di Massimo d’Azeglio costituisce uno dei più importanti testi del movimento moderato, a cui Balbo rivendica esplicitamente l’appartenenza nella prefazione del libro.
Il libro è una riflessione politica e storiografica sul futuro della penisola, in un periodo in cui il dibattito sull’unificazione era molto acceso. Dei tre importanti temi che si dibattevano a quell’epoca: indipendenza, unità e libertà, l’autore considera fondamentale solo il primo, mentre l’unità e la libertà sarebbero per lui elementi divisivi che avrebbero impedito il conseguimento dell’obbiettivo principale.
L’autore si ispira esplicitamente all’opera di Gioberti, che loda, ma se ne differenzia perché non accetta la tesi di conferire al Papa la presidenza della futura federazione degli stati italiani. Anche per lui la scelta migliore era quella di una federazione degli attuali stati monarchici, ma pur non dicendolo esplicitamente, la sua preferenza andava invece ad una guida della monarchia sabauda.
La speranza principale di Balbo era che la dissoluzione dell’Impero ottomano, che gli sembrava imminente, avrebbe portato a un allargamento dell’Impero austriaco nelle regioni europee occupate dai turchi, e questo avrebbe comportato l’abbandono da parte degli austriaci delle provincie italiane, da ottenere per via diplomatica, ripudiando esplicitamente moti insurrezionali e rivoluzioni.
Come sappiamo, queste due condizioni (federazione di stati ed “inorientamento” dell’impero asburgico) non si sono realizzate, mentre più realistiche si sono dimostrate le sue previsioni di un ruolo guida dello stato sabaudo e la necessità di un’azione militare a cui invitava gli stati italiani a prepararsi.
Alla seconda e terza edizione vennero aggiunte delle appendici in cui l’autore, in mancanza di una libera stampa in cui fosse possibile discutere le idee politiche, inserisce le sue risposte alle critiche ricevute, enumera fatti recenti che a suo parere confermano le sue tesi, discute della censura piemontese che non lascia stampare il suo libro, ma lo lascia circolare, ed inserisce altri argomenti fuori contesto, come un’apologia delle linee ferroviarie, che stavano nascendo in Italia, ed una discussione sull’opportunità di una lega doganale italiana simile allo Zollverein tedesco.
Sinossi a cura di Claudio Paganelli
Dall’incipit del libro:
Pochi anni sono io scrissi sulla storia d’Italia e sugli insegnamenti pratici a trarne, un libro ch’io serbava a rivedere e pubblicare in altri tempi. ‒ Ma ora voi. Signore ed Amico, trattando quasi il medesimo assunto nel vostro libro del Primato, avete fatte inutili molte parti del mio. A che ridire men bene tante cose magnificamente dette da voi, e nelle quali consentiamo? A che, per le poche nelle quali dissentiamo, ripor io con fatica quelle fondamenta dei diritti e dei doveri pubblici italiani, da voi poste, a parer mio, irrevocabilmente? A che ricominciar sempre, rinnegando i predecessori, per profferir sè solo capo di scuola e d’idee, come fanno taluni a grave danno delle scienze, e, che è peggio, delle pratiche più importanti? ‒ Meglio edificare sull’edificato da voi; accettar da voi ciò che mi par dirittamente sancito dalla vostra eloquenza ed autorità; e partir indi per progredire, se mi sia possibile, poi.
Così ho tentato fare. E non, riprendendo e troncando il mio libro or invecchiato, ma facendone uno nuovo, che mi parve meno ingrata fatica, non, del resto, riferendomi di continuo a voi, in quella forma polemica che suol riuscir poco grata a’ leggitori, per l’obbligo imposto loro di tener a mente due libri insieme; ma facendone uno che possa star da sè, e sia piuttosto una sintesi delle mie idee, che non un’analisi di quelle di nessuno.
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