«Nel 13 dicembre 1838, in una serata fredda e piovosa, un uomo di statura atletica, che aveva addosso un pessimo giubbone di tela, traversò il ponte del Cambio, e s’inoltrò nella Vecchia Città, labirinto di strade buje, strette e tortuose, che va dal Palazzo di Giustizia sino alla chiesa di Nostra Signora.»

 

Così ci appare il misterioso Rodolfo, colto mentre si addentra in un quartiere malfamato della vecchia Parigi popolato da loschi personaggi, «individui di quella razza infernale che riempie le prigioni e le galere, e il di cui sangue tinge i patiboli»; egli si presenta nelle vesti di un modesto artigiano, ma tratti e comportamenti ne rivelano, nonostante le apparenze, una ben diversa estrazione sociale:

«Certe rughe della fronte di Rodolfo manifestavano in lui il pensatore profondo, l’uomo soltanto contemplativo; e peraltro, la serietà che appariva sulla sua bocca, la maniera imperiosa e qualche volta ardita di tenere alta la testa, scuoprivano allora l’individuo capace di agire, di cui la forza fisica e l’audacia esercitano sempre sulla moltitudine un ascendente irresistibile.»

La sua identità, al pari di quella di altri personaggi, rimane misteriosa in tutto il primo tomo, ma egli fin dall’inizio riveste nello svolgersi delle vicende, così come Sue nella narrazione, quel ruolo di filo conduttore del quale un’opera monumentale come questa non potrebbe fare a meno. In più di duemila pagine, infatti, il lettore assiste ad un continuo susseguirsi di colpi di scena, intrighi amorosi e delinquenziali, tradimenti, vendette, omicidi, suicidi, furti, rapimenti, arresti e scarcerazioni, dagli esiti spesso lasciati volutamente in sospeso per interi capitoli, talora per centinaia di pagine («Il leggitore ci scuserà se abbandoniamo una delle eroine di questa storia in sì critica situazione, della quale diremo in appresso lo scioglimento.»).

Il procedere della narrazione, che talora lascia spiazzato il lettore, ed il suo rallentamento talora eccessivo negli ultimi tomi, inizialmente non previsti, a tratti ripetitivi e prolissi, sono strettamente legati al genere dell’opera, il romanzo d’appendice o feuilleton, nato nel 1836 con la rivista La Presse. Il suo fondatore, Émile de Girardin, nell’intento di dare maggiore diffusione al giornale era riuscito a dimezzare il prezzo dell’abbonamento (da 80 a 40 franchi) adottando due strategie vincenti, l’introduzione degli inserti pubblicitari, e, soprattutto, la fidelizzazione dei lettori: aveva infatti incominciato a pubblicare nelle ultime pagine di ogni numero (“appendice”) un avvincente romanzo popolare a puntate, ognuna delle quali si concludeva, come gli episodi di molte attuali serie TV, in un momento cruciale della vicenda. La decisione di Balzac di aderire all’iniziativa concorse al suo successo e il termine “feuilleton”, che dapprima indicava l’inserto culturale delle riviste, divenne la denominazione di un sottogenere del romanzo, il nostro “romanzo d’appendice”.

Alla proposta dell’amico Prosper Goubaux di scrivere un romanzo ambientato non nell’alta società ma nel mondo popolare, Sue, borghese che amava frequentare la nobiltà parigina, aveva dapprima reagito con un reciso rifiuto: «Mon cher ami, je n’aime pas ce qui est sale et qui sent mauvais». (“Mio caro amico, non amo ciò che è sporco ed emana un cattivo odore”). Stuzzicato comunque dal suggerimento, durante una spedizione in incognito in un quartiere malfamato di Parigi fu testimone, in una bettola, di una rissa simile a quella che, ispirato, subito introdusse nel primo capitolo del romanzo. Questo venne pubblicato in anteprima, tra il 19 giugno 1842 e il 15 ottobre 1843, sul Journal des débats, fruttando all’autore la cospicua somma di 26500 franchi ed ottenendo un successo tale che i volumi dai due inizialmente previsti divennero dieci e le traduzioni furono avviate ancor prima della conclusione.

Le vicende si svolgono in ambienti che, descritti nei minimi dettagli, spaziano dalla Parigi dei quartieri malfamati e popolari, con “case del colore del fango”, “anditi sporchi e buj”,osterie dalle “mura impiastricciate di calcina […] cosparse quà e là di disegni grossolani e di motti in termini del gergo furbesco”, a quella dei palazzi nobiliari di “un lusso imponente, regale!” («Gli usciali, di erisicetro, erano adorni di membretti d’argento dorato cesellati delicatissimamente»); non manca la campagna, di cui Sue, che poco prima di iniziare il romanzo aveva lasciato Parigi per ritirarsi nella Sologne, traccia un quadro idilliaco:

«Un morbido tappeto cuopriva il pavimento, un buon fuoco ardeva nel caminetto, e due grossi mazzi di asteroidi d’ogni colore in due vasi di cristallo spargevano la loro balsamica fragranza. A traverso alle persiane verdi mezzo chiuse, si scorgevano le prata, il ruscelletto, e più là il colle su cui erano i castagni.»

I personaggi sono nel primo tomo loschi individui, uomini e donne che hanno lasciato i loro nomi per adottare i soprannomi attribuiti loro in carcere, «nomi che abbiano relazione alla respettiva energia o crudeltà, o a qualche pregio o difformità fisica» come Cantante, Braccio-rosso, Maestro di Scuola, Scheletro Ambulante, Girellona o Testa di Morte. La loro “difformità” è marcata anche dal linguaggio usato, non il francese ma l’argot, qui chiamato “parlar furbesco”, che caratterizza la comunità e fa apparire estraneo e sospetto, sia nei quartieri malfamati che in carcere, chi non lo padroneggia. Sue attribuisce a questi personaggi tratti animaleschi che ne rispecchiano la degradazione («avvegnacchè la perversità morale vada quasi sempre congiunta con la sporchezza fisica»): ne sono esempi eclatanti il Maestro di scuola, dal volto sfigurato dal vetriolo, e la sua complice, la Civetta, orribile vecchia malvissuta con un solo «occhio verde e tondo, il naso a becco d’uccel di rapina, le labbra sottili, il mento in fuori, e la cera d’astuta e di malvagia», oppure i carcerati che

«quasi tutti offerivano spaventose somiglianze bestiali: sui lineamenti di questo si ritrovava la perfida astuzia della volpe, su quello la rapacità sanguinaria dell’uccel di rapina, in uno la ferocia della tigre, in un altro la stupidità della pecora».

Il volto rispecchia l’animo non solo dei più efferati delinquenti, ma anche dei personaggi virtuosi, modelli di comportamento (fin troppo perfetti) che il narratore propone ai lettori: ne è un eclatante esempio Fior di Maria, la misteriosa giovane vittima da bambina delle sevizie della Civetta, da adolescente di rapimenti e tentativi di omicidio:

«… bionda, con occhi grandi azzurri e malinconici, con un profilo di purezza angelica e ideale alquanto pallido e dolente, e insieme spiritoso, simile alle adorabili villanelle dipinte da Greuze, di carnagione fresca e trasparente, misto ineffabile di grazia, di candore, di meditazione serissima.»

Fin dall’inizio si delinea una contrapposizione fra il mondo della malavita e il “signor Rodolfo”, impegnato con i suoi aiutanti nella missione di riparare i torti e di soccorrere i poveri che, vittime di una sorte avversa o delle oscure trame dei malvagi, sono riusciti tuttavia a mantenersi onesti. Egli assurge però, nel contempo, anche al ruolo di vendicatore, nella convinzione di agire in nome della Provvidenza divina sostituendosi a una giustizia umana iniqua «la di cui applicazione è assolutamente subordinata ad una questione di pecunia». Rodolfo si assume pertanto il compito di punire i rei di gravi misfatti, secondo una sua personale legge del contrappasso.

«Sicuramente, (ei pensava) se l’uomo, alla guisa di Prometeo, ha mai preso dalla Divinità un qualche raggio, è in quegl’istanti ne’ quali fa ciò che oprar deve la Provvidenza per l’edificazione del mondo: provare a’ buoni ed a’ malvagi che v’ha premio per gli uni e per gli altri punizione. […] Lussurioso, lo straziava con la lussuria; Cupido, con la cupidigia; Ipocrita, con la ipocrisia.»

Nel secondo tomo un radicale cambiamento di scena immerge il lettore nel mondo dell’alta nobiltà parigina, dove i personaggi vivono nel lusso, parlano un forbito francese, ma come i popolani possono essere sensibili, altruisti e generosi o malvagi, cinici e corrotti e l’onnipresente Rodolfo, che qui ci appare in ben diverse vesti, spostandosi da un quartiere all’altro e passando con disinvoltura dall’argot alla lingua nazionale, mantiene, assieme alle due diverse identità, il suo ruolo di filo conduttore.

L’autore, regista e narratore onnisciente, si rivolge spesso ai lettori, riportando alla loro memoria fatti e personaggi abbandonati molti capitoli prima («Noi rammentiamo al lettore, il quale lo avrà certamente obbliato…»), ma anche per commentare vicende, azioni e comportamenti. Sue, che dopo il ’48 aderirà al socialismo, diventando nel ’50 deputato del dipartimento della Senna, con I misteri di Parigi non si propone il solo scopo di intrattenere i lettori: nel ritrarre la società del suo tempo, infatti, ritiene che la sua missione sia quella di denunciarne i mali, mettendoli in luce in tutta la loro crudezza e suggerendo possibili soluzioni (nell’ultimo tomo inserisce addirittura lo statuto di un possibile “Stabilimento della Banca degli operaj senza lavoro”). In tutto il romanzo sono posti in primo piano, con ampie digressioni, la miseria e lo sfruttamento di cui sono vittime i lavoratori, costretti a condizioni di vita addirittura peggiori di quelle del carcere o del manicomio. Una giustizia indulgente con i ricchi e spietata con i poveri, dei quali non incentiva l’onestà ma punisce inesorabilmente i crimini, interviene solo per riempire quelle carceri, ampiamente descritte nel romanzo, che invece di redimere i prigionieri ne scatenano per emulazione i peggiori istinti. Nel romanzo ritroviamo spesso accorati appelli alle classi dirigenti, agli uomini politici, ai legislatori, agli imprenditori, affinché s’impegnino nel porre rimedio ad una situazione che è la causa prima della criminalità.

«I tetri abituri della miseria e dell’ignoranza sono popolati da individui col cuore avvilito. Purificate quelle cloache, spargetevi l’istruzione, l’amore per il lavoro, equo salario, adeguata ricompensa, e subito quei volti macilenti, quegli animi spossati rinasceranno al bene, ch’è la salute e la vita dell’anima…»

Ai tanti misteri del romanzo si aggiunge per noi quello relativo al traduttore di questa edizione, A. Orvieto, che non può essere l’Angiolo Orvieto presente nell’Enciclopedia Treccani, giornalista, poeta e librettista, nato nel 1869, 25 anni dopo la pubblicazione della versione italiana de I misteri di Parigi. Possiamo ricavare i pochi dati disponibili solo dalle opere da lui tradotte, sulle quali è citato come A. Orvieto, o, nella relazione I due processi di Madama Laffarge (Livorno, Bertani, Antonelli & C., 1840), come “Angiolo Orvieto”. In assenza di dati biografici, possiamo da queste dedurre che Angelo o Angiolo Orvieto è stato un traduttore dal francese, attivo almeno fra l’inizio degli anni ’30 dell’Ottocento e il 1850, legato soprattutto all’ambiente editoriale di Livorno (Bertani, Antonelli, Vannini), ma attivo anche per editori di Bologna e Firenze. Oltre alla traduzione italiana de I Misteri di Parigi e di un’altra opera “parigina”, I veri misteri di Parigi di François Vidocq (Firenze, Felice Le Monnier), gli sono state attribuite quelle di romanzi di narrativa popolare francese di C. P. de Kock e Ducange (Livorno, Bertani, Antonelli & C.) e di George Sand. Risulta essersi occupato anche della traduzione italiana de Il Dizionario delle invenzioni, origini e scoperte (1850), un’opera francese di carattere enciclopedico di Noël, Carpentier e Puissant.

Nella traduzione de I misteri di Parigi le scelte lessicali spesso datate non rendono comunque difficoltosa la comprensione del testo, di scorrevole lettura. Discutibili appaiono piuttosto l’uso della punteggiatura e di apostrofi e accenti (“qual’è”, “quì” e “quà” “blù”…), le concordanze (“turbolenti compagne”, “vendette sanguinolenti”…), i plurali di parole terminanti in -cia (“angoscie”, “guancie”, “minaccie”…) e l’ortografia (“scafale”, “kilometri” “paralellogramma”, “macchiavellici”, “sfarsose”, “chiaccherare”, “soccorevole”, “ingegniosi”…).

Sinossi a cura di Mariella Laurenti

Dall’incipit del libro:

Nel gergo, che tra ladri ed assassini è detto parlare furbesco, si usa in Francia l’espressione di tappeto-libero (tapis-franc), per significare osteria, bettola d’infima classe.
Un uomo già condannato a pena afflittiva, che in quella impura favella si chiama Orco (ogre), o una donna nella medesima degradazione, che appellasi Orca (ogresse), tengono comunemente siffatte caverne, frequentate dalla feccia della popolazione parigina, e dove sono in gran copia forzati usciti di galera, truffatori, uccisori e barattieri.
Quando sia stato commesso un delitto, la polizia stende (s’è lecito dir così) una rete in quel fango, e quasi sempre vi coglie i colpevoli.
Il nostro esordio annunzia al leggitore dover egli assistere a scene assai triste: s’ei vi si adatta, penetrerà in luoghi brutti ed incogniti; modelli orrendi, spaventosi, abbonderanno in tali cloache, siccome i rettili ne’ pantani.
Ognuno ha scorse le ammirande pagine in cui Cooper (il Walter Scott americano) dipingeva i feroci costumi de’ selvaggi, il loro linguaggio pittorico, poetico, e le mille e mille astuzie mercè le quali o sfuggono od inseguono i nemici.

Scarica gratis: I misteri di Parigi, Tomo 1, Tomo 2, Tomo 3 e Tomo 4 di Eugène Sue.