Alla Reggia di Caserta, il 21 settembre, Giorgia porta in scena 35 canzoni, una band di grande livello e una produzione spettacolare. Ma, alla fine, tutto ruota intorno a una cosa molto più semplice: la sua voce.
La serata è organizzata bene. L’ingresso è ordinato, le sedute sono comode e l’area dedicata a cibo e bevande è ben strutturata. Qualche tratto del percorso è più polveroso e sterrato e il prato non è particolarmente curato, ma sono dettagli che non compromettono una serata nel complesso ben gestita.
Un palco grande, ma al centro c’è Giorgia
Il palco è molto largo e rialzato, con una grande scalinata centrale, due schermi laterali e una parte centrale utilizzata per effetti visivi ad alta definizione. Diverse piattaforme quadrate salgono e scendono durante lo spettacolo e vengono utilizzate anche dai musicisti.
Giorgia, però, non rimane mai semplicemente al centro a cantare. Si muove continuamente, corre, sale e scende, occupa tutto lo spazio. In un momento arriva dall’alto di una delle strutture mobili; in un altro è il chitarrista a essere portato in alto. All’ingresso indossa una giacca interamente di paillettes, un corpetto bianco e una gonna paillettata, completati da calze e stivaletti. È un’immagine che anticipa bene l’energia con cui affronterà tutto il concerto.
La voce prima di tutto
Sono in ottava fila, abbastanza centrale, e la posizione permette di seguire molto bene sia la parte visiva sia quella musicale. Proprio per questo si percepisce chiaramente anche l’unico vero limite tecnico della serata.
Nei primi quattro o cinque brani il suono è molto aggressivo e il volume decisamente alto. Batteria e basso, in alcuni passaggi, tendono a coprire la voce di Giorgia. Poi il bilanciamento migliora sensibilmente. Il volume rimane potente e qualche volta la sezione ritmica torna a prevalere, ma l’ascolto diventa progressivamente più equilibrato.
Quando la voce emerge, però, il discorso cambia. Giorgia conferma dal vivo perché è considerata una delle grandi voci della musica italiana: potenza, controllo, riconoscibilità e soprattutto capacità di interpretare.
Una band con un’anima soul e blues
A sostenerla c’è una formazione che dà al concerto una forte impronta soul e blues. Al basso c’è Sonny Thompson, Sonny T., mancino, che in alcuni momenti passa anche alla chitarra. Alla chitarra Mike Scott. Alla batteria William “Mylious” Johnson, protagonista di una prova molto fisica, con una potenza che in alcuni momenti ricorda quasi quella di Billy Cobham. Gian Luca Ballarin è direttore musicale, pianoforte, tastiere e programmazione; alle tastiere Fabio Visocchi. Completano la formazione Caterina Coco e Alessio Cavalazzi ai violini, Matteo Lipari alla viola, Valentina Sgarbossa al violoncello e le voci di Diana Winter e Andrea Faustini. È una band che non fa semplicemente da accompagnamento: costruisce il suono del concerto e gli dà quella componente ritmica, soul e blues che emerge soprattutto nei brani più energici.
Trentacinque canzoni, senza perdere il ritmo
La scaletta conta 35 brani, un numero notevole. Per riuscire a mantenere il ritmo, molte canzoni vengono accorciate, accelerate o collegate tra loro, con passaggi quasi da mash-up.
Tra i momenti più riusciti c’è Gocce di memoria. Giorgia si avvicina al quartetto d’archi e canta praticamente accanto ai musicisti. È una versione particolarmente azzeccata, perché non ha bisogno di effetti aggiuntivi: voce e archi sono sufficienti a creare uno dei momenti più intimi della serata.
Poi arriva Purple Rain. Sonny Thompson prende la chitarra. Con i suoi capelli afro, lo strumento tra le braccia e soprattutto una voce che si presta molto bene a quel repertorio, viene naturale pensare a Prince. Non tanto per una semplice imitazione, quanto perché Thompson ha il timbro e la presenza giusti per affrontare il brano.
Il momento di Come saprei
Uno dei passaggi più attesi è Come saprei. Qui Giorgia sembra scegliere la strada del rispetto assoluto. Nessuna necessità di reinventare un brano così conosciuto: va semplicemente cantato bene. Si parte con un assolo di pianoforte. Entrano poi gli archi e, solo dopo questa introduzione, arriva l’attacco dell’iconico brano. Giorgia scende dalla scalinata centrale mentre canta. È anche il primo vero cambio d’abito: un abito rosso intero, indossato sotto una giacca dall’effetto vellutato. La canzone rimane sostanzialmente quella che conosciamo, senza forzature o riletture eccessive. E proprio per questo funziona.
Quando il pubblico entra nel concerto
Il rapporto con il pubblico è uno degli elementi più evidenti della serata.
Sotto il palco ad un certo punto arrivano bambini, genitori e famiglie. Alcuni genitori tengono i figli sulle spalle. C’è chi porta un cartello, chi un album da far firmare e chi cerca semplicemente di arrivare il più vicino possibile. Le persone sotto il palco poi sono così numerose da provocare un’interruzione di circa cinque minuti. Giorgia gestisce la situazione con pazienza e naturalezza, cercando di riportare gradualmente l’attenzione verso il concerto.
E proprio nella parte finale si vede quanto il pubblico abbia preparato la serata. Durante La cura per me, una ragazza ha organizzato una piccola coreografia: ha preparato delle stampe con la frase “La cura, sei per noi” e le ha lasciate sulle sedie delle file davanti, perché venissero sollevate tutte insieme. Quando arriva il momento, quelle stampe compaiono tra il pubblico e diventano un’immagine semplice ma molto efficace. Non è una trovata della produzione: è qualcosa costruito dagli spettatori, per Giorgia.
La cavalcata finale
Dopo La cura per me arrivano gli ultimi due bis: Credo e Golpe. Per questi ultimi brani Giorgia cambia nuovamente abito e torna in scena completamente vestita di nero, ancora una volta con una giacca paillettata. Ormai il pubblico è raccolto davanti al palco. Bambini sulle spalle dei genitori, cartelli e album continuano a spuntare tra la folla. La scaletta arriva così alle 35 canzoni, comprese le quattro cover: Purple Rain, I Feel for You, Human Nature e Don’t Stop ‘Til You Get Enough.
Un finale da grande concerto
Giorgia lascia il palco quando mancano ancora circa due o tre minuti alla conclusione della coda musicale. La band rimane a suonare e porta a termine da sola l’ultimo segmento dello spettacolo. È un finale classico, ma efficace: la cantante esce di scena e la musica continua ancora per qualche minuto. E quando tutto finisce, rimane una sensazione piuttosto semplice. Le piattaforme, le luci, gli schermi, gli arrangiamenti e una band di livello costruiscono uno spettacolo importante. Ma sono strumenti. Il centro rimane lei.
Giorgia canta.
E alla Reggia di Caserta, alla fine, è stata proprio la sua voce a diventare lo spettacolo.
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Ensemble
- Giorgia — voce
- Sonny Thompson (Sonny T.) — basso, chitarra
- Mike Scott — chitarra
- William “Mylious” Johnson — batteria
- Gian Luca Ballarin — direzione musicale, pianoforte, tastiere e programmazione
- Fabio Visocchi — tastiere
- Caterina Coco — violino
- Alessio Cavalazzi — violino
- Matteo Lipari — viola
- Valentina Sgarbossa — violoncello
- Diana Winter — cori
- Andrea Faustini — cori





