Il romanzo, scritto nel 1908, qui nella seconda edizione pubblicata nel 1920, è uno dei pochi scritti in prosa del poeta Francesco Pastonchi, e ci rimanda ad una storia d’amore. Protagonista maschile il nobile Jacopo, le cui ingenti ricchezze gli consentono di coltivare la passione per il violino, in cui è ben più che un dilettante, senza però mai esibirsi per un vero pubblico. All’inizio del libro Jacopo, vissuto da sempre all’ombra della sorella maggiore Virginia, è di ritorno dal funerale di lei e si chiede se mai potrà esistere un’anima di artista che possa amarlo e condividere con lui la vita e l’arte. Crede di trovare quest’anima in Laura, bellissima donna, buona pianista e figlia di un liutaio, dal fascino gelido, che è vissuta sempre col padre, in attesa della passione totalizzante: i due si illudono che dal loro matrimonio possa nascere un vero amore, basato sulla passione per la musica che li ha fatti incontrare. Di qui nasce la vicenda, apparentemente simile a tante altre, di un amore “a senso unico” e di un matrimonio in cui chi ama è uno solo, mentre l’altro attende passivamente di trovare l’amore (e lo trova altrove…)

La minuziosa descrizione di panorami e di pensieri dei protagonisti, se rallenta lo svolgersi della storia d’amore di Jacopo e Laura, è certamente funzionale a comprenderne gli stati d’animo e la loro evoluzione nel volgere del tempo, e ci consente di seguire le vicende con una profondità che altrimenti potremmo perderci. E ci consente con la stessa efficacia di seguire i co-protagonisti della narrazione, che non sono solo umani (Arrigo, Elena, Filippo, Andrea, Olimpia eccetera) ma anche i violini della collezione di Jacopo, soprattutto quello chiamato “il Divino”.

Sinossi a cura di Gabriella Dodero

Dall’incipit del libro:

Pietro, il vecchio servo di casa Da Sesto, aperse l’uno dopo l’altro, lentamente con fatica, i due battenti del grande castello settecentesco sulla corte d’onore. Veniva dalla strada uno scalpiccìo sempre più vicino. Il padrone non poteva tardare, e i visitatori sarebbero presto partiti. Già alcune donne del popolo, col loro velo ricomposto sul braccio e in mano il grosso cero spento, erano passate frettolose di ritorno: e ora tra i gelsi laggiù apparivano grige e nere le confraternite di San Vito e dei Battuti.
Dietro a loro non si scorgeva che un pulviscolo d’oro acceso dal sole d’aprile, che inclinava al tramonto. L’aria era piena di un precoce tepore, e tutte le cose splendevano nitide nella chiarità primaverile, con un’allegrezza quasi impaziente tra gli svoli delle rondini e gli aliti miti di un vento che portava odor vago di violette.
Il sole illuminava ancora mezza la fronte della villa e una parte del cortile, rilucendo sui finimenti lustri di tre carrozze patronali. E i cavalli zampavano a tratti sull’acciottolato e scuotevano le teste con tinnire di freni, mentre dall’alto delle cassette i cocchieri discorrevano pianamente fra loro e coi discenditori in attesa presso le stanghe.

Scarica gratis: Il violinista di Francesco Pastonchi.