Casa del Jazz – 28 giugno
Carla Bley (1936–2023) è una delle figure più originali e sfuggenti del jazz del secondo Novecento. Compositrice, pianista e architetta sonora, ha attraversato decenni di trasformazioni stilistiche senza mai aderire a un linguaggio unico, costruendo invece un universo in cui scrittura, teatro, ironia e libertà improvvisativa convivono in equilibrio instabile e continuamente mutevole.
Cresciuta all’interno della generazione dei grandi innovatori degli anni Sessanta — tra cui Keith Jarrett, Gary Burton, Chick Corea e Steve Swallow — Bley partecipa a quella fase in cui il jazz ridefinisce radicalmente i propri confini, tra eredità del mainstream, esplosione del free jazz e apertura a linguaggi esterni come rock e musica colta contemporanea.
In questo contesto la sua scrittura si distingue per una forte componente laterale: brani spesso molto diversi tra loro, strutture aperte, materiali essenziali o teatralizzati, sempre attraversati da una vena ironica e da una visione compositiva non riconducibile a un solo stile. È in questo senso che la sua opera può essere letta come una delle espressioni più lucide di un pensiero musicale oggi definibile postmoderno.
Il presente progetto propone una rilettura del suo repertorio attraverso gli arrangiamenti di Maurizio Giammarco e l’esecuzione della Metropolitan Jazz Orchestra. La scelta si concentra deliberatamente su materiali non originariamente concepiti per big band, privilegiando brani aperti e flessibili, adatti a una nuova reinvenzione orchestrale.
Uno degli aspetti più interessanti del progetto riguarda proprio il lavoro di riscrittura. Arrangiare Carla Bley significa infatti confrontarsi con una musica che sfugge a qualsiasi formula. Molti suoi brani nascono come idee estremamente sintetiche, quasi abbozzi destinati a svilupparsi nell’esecuzione; altri, al contrario, possiedono una fisionomia così precisa da rendere superfluo qualsiasi intervento. Per questo motivo sono stati esclusi i lavori originariamente concepiti per big band, dove la scrittura orchestrale dell’autrice è già parte integrante dell’opera. La scelta è caduta invece su composizioni che conservano un margine di apertura, permettendo agli arrangiamenti di dialogare con il testo originale senza tradirne lo spirito. Più che una semplice trascrizione, il risultato è una rilettura che mette in evidenza la sorprendente attualità della musica di Carla Bley e la sua capacità di generare ogni volta nuove prospettive interpretative.
Il percorso si apre con Vashkar, tema essenziale e altamente trasformabile, noto anche nella versione dei Tony Williams Lifetime, dove la scrittura viene radicalmente riconfigurata in chiave elettrica e rock.
Segue A Genuine Tong Funeral, opera del 1967 scritta per Gary Burton, una “dark opera” che fonde jazz, teatro e narrazione surreale. In brani come Mother of the Dead Man emerge con chiarezza l’influenza della tradizione europea, in particolare di Kurt Weill, e della cultura teatrale tedesca tra anni Venti e Trenta.
Ida Lupino è invece un omaggio alla regista e attrice Ida Lupino, figura pionieristica della regia femminile a Hollywood. Il brano diventa così anche un ritratto simbolico di emancipazione e autonomia creativa.
Con King Korn si entra nel territorio più aperto della scrittura di Bley, dove il materiale armonico è spesso solo un punto di partenza per sviluppi liberi e imprevedibili, lontani da qualsiasi ortodossia formale.
Pretend You’re in Love, dal periodo più tardo degli anni Settanta, mostra una scrittura più distesa e lirica, anche grazie alla collaborazione con Steve Swallow, figura centrale nella sua musica e nella sua vita artistica e personale.
Il concerto si chiude con Sing Me Softly of the Blues, uno dei brani più rappresentativi della sua fase matura, in cui scrittura e libertà interpretativa convivono in un equilibrio essenziale e riconoscibile.
Nel loro insieme, questi brani restituiscono il profilo di un’autrice che ha costantemente rifiutato qualsiasi definizione rigida, attraversando generi e linguaggi con una coerenza profonda ma mai dichiarata. La sua musica resta un territorio aperto, ironico e intelligibile solo attraverso il continuo slittamento dei suoi significati.
Maurizio Giammarco – direzione e arrangiamenti
Metropolitan Jazz Orchestra





