Ho visto il film in una proiezione del tardo pomeriggio, in una sala piccola ma con un impianto audio sorprendentemente potente. Ed è proprio il suono a imporsi subito come elemento dominante: durante le sequenze musicali viene spontaneo chiedersi quanto della voce sia davvero quella di Michael Jackson. In effetti il film utilizza per gran parte dei brani le registrazioni originali dell’artista, mentre l’attore interviene soprattutto nelle parti recitate e in alcune sezioni più intime, con un risultato complessivo di notevole credibilità.
Il film di Antoine Fuqua non costruisce tanto una biografia quanto un processo di canonizzazione. Michael viene raccontato come una figura destinata fin dall’inizio a trasformarsi in mito, attraverso una parabola che parte da un’infanzia segnata dal controllo familiare e arriva alla consacrazione globale della popstar.
Joseph Jackson domina la prima parte del racconto come presenza autoritaria e ossessiva. Le prove dei Jackson 5 diventano il luogo in cui il talento di Michael nasce insieme alla paura: disciplina, umiliazioni, controllo psicologico. Il successo del gruppo tra Chicago, Los Angeles e la Motown consolida rapidamente l’immagine del giovane Michael come centro assoluto della scena, mentre il rapporto con il padre si irrigidisce sempre di più.
La svolta arriva con Quincy Jones e con la nascita della carriera solista. Da Off the Wall in avanti il film racconta l’invenzione di un linguaggio musicale e visivo capace di ridefinire la cultura pop contemporanea. Parallelamente emerge però anche la crescente solitudine del protagonista, sempre più chiuso in uno spazio personale che appare insieme rifugio e prigione. La rottura con il padre coincide con la conquista dell’autonomia artistica. Michael costruisce un proprio team, si affida a John Branca e si allontana progressivamente dalla dimensione collettiva dei Jackson 5. Tuttavia il legame familiare continua a gravare sulla sua esistenza come una tensione mai realmente risolta.
La sezione dedicata a Thriller rappresenta il cuore spettacolare dell’opera. Qui il film trova il suo equilibrio migliore: Beat It, Thriller e la costruzione dei videoclip vengono mostrati come momenti di rivoluzione culturale prima ancora che musicale. L’interesse di Jackson per la danza urbana e per l’immaginario afroamericano contribuisce alla nascita di un’estetica destinata a cambiare il rapporto tra musica, televisione e immagine. Il culmine simbolico arriva con Billie Jean a Pasadena nel 1983 e con il moonwalk, trasformato dal film in un momento quasi fondativo del mito contemporaneo. Da lì in avanti la narrazione assume sempre più il tono dell’ascesa irreversibile, nella quale anche gli eventi traumatici – come l’incidente durante lo spot Pepsi – vengono assorbiti nella retorica della resilienza e della performance. Il film si chiude nel periodo di Bad e della tournée mondiale del 1988, fissando l’immagine di un artista ormai completamente trasformato in icona globale.
Dal punto di vista critico, Michael è un’opera formalmente molto efficace ma apertamente agiografica. Il film non cerca davvero di comprendere Michael Jackson: cerca piuttosto di preservarne l’immagine, di proteggerla dalla frattura definitiva agli occhi dello spettatore contemporaneo.
Anche il rapporto con il padre, pur rappresentato attraverso tensioni e violenza psicologica, viene in parte attenuato e ricondotto entro una struttura narrativa funzionale alla costruzione eroica del personaggio. Ancora più significativa è però l’esclusione totale delle vicende giudiziarie e delle accuse che hanno segnato la fase più controversa della vita dell’artista. Questa rimozione non è un semplice vuoto narrativo ma una precisa scelta ideologica. Il film decide consapevolmente di fermarsi prima della caduta del mito, evitando qualsiasi confronto con le zone più oscure della biografia di Jackson.
Ed è proprio qui che emerge la questione più interessante in vista di un possibile sequel. Poiché il progetto nasce con il sostegno diretto della famiglia Jackson, resta da capire come verranno affrontati gli anni della crisi: gli scandali giudiziari, le accuse di pedofilia, il progressivo isolamento mediatico e umano. Paradossalmente, è proprio lì che il progetto rischia di diventare ancora più problematico, perché dovrebbe scegliere se continuare nella celebrazione del mito oppure confrontarsi finalmente con le sue contraddizioni.
Sul piano interpretativo il lavoro degli attori è straordinario. L’interprete di Michael bambino restituisce con grande precisione fragilità e determinazione, mentre Jaafar Jackson – nipote reale del cantante – impressiona per la capacità di ricostruire non solo l’aspetto fisico ma soprattutto il linguaggio corporeo e scenico dell’artista.
La regia trova la sua massima efficacia nelle sequenze musicali, dove montaggio, suono e coreografia si fondono in un dispositivo spettacolare di enorme impatto. È in quei momenti che il film smette quasi di essere un biopic e diventa qualcosa di più vicino a un rituale collettivo della memoria pop. Il vero protagonista del racconto è infatti il corpo di Michael Jackson: un corpo disciplinato, esibito, trasformato, continuamente spinto oltre i limiti della performance fino a coincidere con la propria leggenda. Ne risulta un film di grande potenza visiva e sonora, ma consapevolmente parziale. Michael non vuole essere una biografia definitiva: vuole ricostruire la percezione emotiva di un’icona globale, proteggendone il fascino e congelandola nel momento della sua massima grandezza. Ed è qui che il film mostra insieme la propria forza e il proprio limite. Tutto ciò che riguarda la ferita, l’ambiguità e la disgregazione viene lasciato fuori campo. Rimane il mito, rimane il corpo, rimane la musica. Ma resta soprattutto l’impressione di assistere non alla verità di Michael Jackson, bensì alla sua definitiva trasformazione in immagine eterna.

Michael
Un film di Antoine Fuqua. Con Jaafar Jackson, Nia Long, Laura Harrier, Juliano Valdi
Biografico, durata 127 min. – USA 2026. – Universal Pictures
uscita mercoledì 22 aprile 2026.





