Pubblicate la prima volta nel 1871, queste Novelle del milanesissimo Giovanni Visconti Venosta (1831 – 1906) sono immerse nella temperie culturale dell’area geografica in cui si svolgono, la città di Milano e i piccoli paesi che la circondano, e quella storica del periodo assai turbolento ed incerto precedente e subito successivo all’Unità d’Italia. Siamo infatti portati, con le tre novelle, nel periodo tra il 1848 e la terza guerra d’Indipendenza, che si svolse principalmente nel nord della penisola.

L’autore nell’Avvertenza avvisa lettrici e lettori che ormai:

«I tempi nuovi domandano una letteratura nuova, che ritragga le idee operative della società moderna, risponda alle aspirazioni più vivacemente sentite, e insegni il modo di adempierle, noti i vizi dei contemporanei e si studi di correggerli; sia scuola, educazione, apostolato.»
E dunque le storie che egli racconterà e che si svolgono nel recente passato dovranno essere di insegnamento e fornire gli strumenti per affrontare il futuro.

Così nella prima novella, Una scappata fuori dal nido. Memorie di Alberto, prendendo le mosse da una delle cose più brutte che il protagonista ricorda della sua infanzia, e cioè un passeretto assistito dalla sorella del curato che si era malridotto per aver tentato di fuggire dal nido, Alberto dunque – in realtà Adalberto, come lo ha battezzato il curato appassionato di nomi storici che impone a tutti i nati del paese – racconta la sua vita di giovane orfano di madre, spedito giovinetto in collegio per studiare e diventare speziale, come lo zio. La ‘scappata fuori dal nido’ per Alberto è il rimanere affascinato da amici che gli parlano della rivoluzione delle masse, ‘dell’emancipazione della donna e del pensiero’, degli Stati Uniti d’Europa ma anche dalla vita galante di Milano. Egli costruisce intorno a sé tutta una vita di finzione. Per fortuna non tarda ad arrivare l’occasione di rimediare a tutto e anche di “dare una mano fino in fondo allo stivale, perchè lo si potesse mettere a nuovo, e d’un solo colore.”

La seconda novella, Lo scartafaccio dell’amico Michele, narra, con uno stile diaristico, le vicende di un paese del milanese tra il 1865 e il 1867. Chi scrive, persona ormai d’età e anche un po’ malmessa con la salute e un po’ misantropa, decide di lasciare la città e tornare al suo paesino. Ma qui la situazione, tra paesani vecchi e nuovi, è sempre più bollente, ovunque si parla di politica, si creano fazioni, si pensa ai deputati da eleggere, nascono continue polemiche, ma nasce anche un amore, quasi come tra Montecchi e Capuleti.

Infine in L’avvocato Massimo e il suo impiego, novella anche questa ambientata tra Milano e un piccolo paese lombardo, Visconti Venosta narra tutte le vicissitudine di due cugini di diversa estrazione sociale, uno, il “signor avvocato Massimo”, che si è laureato ed è diventato avvocato e l’altro, “Martin matto”, per il quale la vita è stata molto più difficile.

Le pagine di Visconti Venosta, che narrano la vita minuta e quotidiana nella Lombardia al tempo dell’Unità d’Italia, sono piene di buon senso, delicatezza, umorismo, garbo e profondità e, nonostante non manchino i brani dolorosi e tristi, fanno godere della sua scrittura.

Sinossi a cura di Claudia Pantanetti, Libera Biblioteca PG Terzi

Dall’incipit del libro:

Le due cose più brutte che ho vedute nella mia infanzia sono proprio quelle che non solo non mi uscirono mai dalla memoria, ma che ci rimasero anzi più scolpite e più vive. Le cose belle e ridenti trovano una via facile e armonica nella fantasia infantile, e l’attraversano rapidamente lasciandovi spesso poca traccia di sè. Queste due brutte cose erano una vecchia sorella del curato e un suo passero, e formavano nel mio pensiero una cosa sola; tanta era l’abitudine di vedere questi due esseri in compagnia. La sorella del curato infatti diceva d’avere, dal canto suo, circondato questo passero di tutti i suoi affetti, ch’erano quelli d’un celibato severo. Che cosa dicesse l’altro non so. Parmi che vivesse nel celibato esso pure; ma anche qui non so se fosse un celibato spontaneo, o un celibato imposto dalla sua amica per non introdurre alcuna disparità. Questo passero era zoppo e mezzo spennato; si faceva di solito tutto raggruppato e grosso; lasciava cadere un’ala a terra, e non teneva aperto che un occhio. Faceva le viste di non dar retta e di non accorgersi di nessuno; ma la sorella del curato diceva che capiva tutto, e che era un mostro di talento.

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