Pubblico qui l’introduzione e una scelta di testi dall’antologia, da me curata, delle opere di Camillo Zampieri, letterato del Settecento meritevole di riscoperta, se non altro, per certe movenze che paiono manzoniane e leopardiane ante litteram.
INTRODUZIONE
Non è ossequio ad un luogo comune dire che questa antologia viene a colmare un vuoto editoriale, e ad aggiungere alla storia della cultura un tassello forse minore, ma non futile.
Camillo Zampieri (letterato sette-ottocentesco dai vasti interessi, dalla solida erudizione e dall’intelligente e versatile eclettismo; vero anello di congiunzione, a ben vedere, con la sua duplice Musa italiana e latina, fra il classicismo aggraziato e lieve dell’Accademia dell’Arcadia e quello più erudito e rigoroso della Scuola Classica Romagnola, che con il Montalti proseguì, sulle orme dell’Umanesimo, la creazione poetica in latino; presente, e non senza frutto, nelle biblioteche sia di Manzoni che di Leopardi, e forse addirittura precursore di alcune loro atmosfere e alcuni loro nuclei concettuali) è oggi oramai poco più che un nome, perlopiù ignoto agli stessi storici della letteratura; ed è, in sostanza, ma ingiustificatamente, anche in passato, rimasto ai margini del più consolidato canone della letteratura italiana.
Vincenzo Monti, peraltro, celebrava la sua morte, nel 1784, con questo sonetto (Poesie liriche, LXV), la cui solenne e cesellata fattura potrebbe accostarsi al terso marmo neoclassico del monumento funebre (davvero “sublime”, stagliato ed aggettante) dello Zampieri in San Domenico, disegnato da Luigi Morelli, fratello e collaboratore di Cosimo:
Piangean le Muse su l’avel che spento
Del Vatreno racchiude il terzo Orfeo;
Quando repente tremò il sasso, e feo
Un grido uscirne doloroso e lento:
— Tregua, o dive, ai sospiri: altro lamento
Suonar qui deve che del coro ascrèo:
Pianga la Patria che il miglior perdeo
Dei figli, e or tutta la sua gloria è vento.
Dolce è fra il duolo delle Muse al Fato
Ceder la spoglia; ma più dolce ancora
Morir di pianto cittadin bagnato. —
Tacque la voce: s’arretraro allora
Le dee di Pindo, e della tomba a lato
Venne a plorar la Patria, e ancor vi plora.
Terzo Orfeo del Vatreno (nome latino, già in Marziale che soggiornò sulle sue rive, del Santerno), forse, dopo Marcantonio Flaminio, suo precursore nei cimenti della Musa latina, e Giovanni Battista Felice Zappi, fra i primi animatori della Colonia Vatrenia dell’Arcadia e dell’Accademia degli Industriosi, che ad essa era legata: istituzioni in cui lo stesso Zampieri (Alceta Eseno in Arcadia) ebbe un prominente ruolo (tanto che alla sua morte, nel 1784, uscì a Faenza, in suo onore, una raccolta di Componimenti degli Arcadi imolesi, in cui spicca un Breve di Papa Pio VI che lo definiva «Poeta Christiano nomine dignus», poiché «versuum elegantiae argumenti gravitatem addidit»: poeta, cioè, che aveva piegato la dottrina e lo stile alla superiore esigenza etica di contrastare le insidie della modernità ribadendo le fondamenta della fede cattolica).
Ma Monti (che ricalcava, forse volutamente, l’intonazione e la struttura dei lamenti funebri che lo stesso Zampieri echeggiava, sulle orme di Catullo come del Pontano) mostrava di ritenere le doti e i meriti civili dell’autore (più volte Gonfaloniere di Giustizia e Ambasciatore presso la Santa Sede) addirittura superiori a quelli strettamente poetici; cogliendo, in ciò, l’essenza, ma forse anche l’inattualità, di un uomo che in piena età moderna aveva coltivato, con uno spirito ancora quasi medievale, un modello universale e quasi metafisico di curialitas (per riprendere il termine dantesco) per il quale l’esercizio delle lettere non era scindibile da un sistema di valori morali e religiosi, e da un ossequio alle istituzioni e al sapere costituito e minacciato dall’innovazione, rispetto ai quali l’esercizio delle lettere era quasi ancillare (poesia, si potrebbe quasi dire, come ancilla theologiae, e proprio in questo sorella della filosofia).
Può darsi che all’oblio sceso su Zampieri abbia contribuito anche il tono sprezzante con cui Carducci, nella sezione Pariniana delle Conversazioni critiche, lo liquida, in una riga, come «autore d’un poema su Tobia, d’una infinità di sonetti frugoniani e di catulliani endecasillabi», e, nel saggio L’Accademia dei Trasformati e Giuseppe Parini (apparso sulla «Nuova Antologia» nel 1891), come «quel del Tobia o dell’educazione, catulliano in latino e bernesco frugoniano in volgare».
Giudizio decisamente riduttivo, se è vero che Catullo fu solo uno dei modelli a cui Zampieri guardò, contaminandolo (come il mio pur essenziale apparato di note dimostra) con una varietà di antecedenti che spaziava da Lucrezio a Virgilio, da Ovidio all’innografia cristiana, fino alla stessa poesia latina dell’età umanistica; mentre la severa ed austera coscienza morale, il sostrato biblico e teologico e il sofferto vissuto familiare rendono la sua poesia in italiano molto lontana, anzi in sostanza antitetica, rispetto ad una velenosa mordacità satirica o ad un intrattenimento salottiero ed estemporaneo, per quanto brillante, quali parrebbe suggerire l’accostamento ai nomi del Berni e del Frugoni.
Riduttivo e distaccato anche il registro che predomina nell’unica monografia (pur utile sul piano documentario) finora dedicata all’autore, quella di Enzo Cordaro, Un letterato imolese, Camillo Zampieri (Faenza 1950).
Recensendola benevolmente sul «Giornale storico della letteratura italiana» dell’Aprile 1951, Carlo Calcaterra bollava lo Zampieri come «soporifero», pur riconoscendogli il merito (non trascurabile, e per il quale egli è a tratti fuggevolmente ricordato) di avere, fra i primi, se non per primo, nel breve carme De Ossiano poeta, raccolto in questo florilegio, riconosciuto l’apocrifia delle celebri poesie attribuite ad Ossian, misterioso nordico cantore.
In questo panorama in cui le incomprensioni, anche illustri, si alternano alle omissioni, è positivo che lo Zampieri abbia un piccolo spazio almeno in un’antologia della poesia arcadica recentemente apparsa (Rime degli Arcadi, a cura di M. L. Doglio e M. Pastore Stocchi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2020). Del resto, proprio alle Rime degli Arcadi egli affidò due dei suoi sonetti più densi d’impegno concettuale e stilistico, inclusi in questo volume.
Come accennato, nei versi latini l‘adesione al modello catulliano non è esclusiva. Esso viene per certi aspetti privato sia del suo lepos, della sua venerea grazia, sia della sua tensione erotica e della sua implicazione giocosa, per essere semmai piegato a riflettere un vissuto amoroso nutrito di platonismo e di Stilnovo, e dunque tale da poter essere conciliato con la vena eminentemente cristiana (per certi aspetti di ascendenza dantesca, per altri quasi manzoniana ante litteram) che caratterizzava il poeta.
«Saevus Amor lepido servit et ingenio». Alla lepidezza, alla delicata levità dello stile può corrispondere un vissuto sofferto, forse per la lacerazione tra la seduzione terrena dell’amore sensuale e un’imperativa esigenza di rigore morale e di severo impegno politico.
Basta, per rendersene conto, scorrere l’epistolario intercorso fra lo Zampieri e Faustina Maratti (amicizia, per quanto principalmente epistolare, che fu per entrambi la più intensa, sincera e durevole: commovente, quasi romantica ante litteram, testimonianza di una passione che sarebbe potuta essere, s’intuisce, ardente ed assoluta, ma non poté avere concreto compimento), attestato dalle Carte Zampieri custodite nella Biblioteca Comunale di Imola così come dalle pagine, briose anche se un poco dilettantesche, della monografia di Gilberta Galli Nel Settecento, edita da Cappelli nel 1923 (e onorata anch’essa da una recensione di Calcaterra sul «Giornale storico»).
«Non posso», scriveva la poetessa, «leggere i vostri caratteri senza risentirne un piacere così intenso, che in quel momento io giurerei, ch’io vi veggo, ch’io vi palpo, e che io cento altre baie dattorno vi faccia, e se non fosse il tanto onore che vi fanno le catene a cui siete legato, chissà, cosa mi parrebbe, e mi verrebbe voglia di fare». Proprio quelle catene, morali, religiose, istituzionali, tennero lo Zampieri troppo legato alla città natale per potersi unire alla spregiudicata e mondana letterata, avvezza alla brillante conversazione e alla libertà di relazioni dei salotti romani e felsinei.
La gentildonna sapeva che Zampieri non avrebbe mai avuto la risolutezza di raggiungerla a Roma, «per essere voi troppo avvilito negli affari di padre e di marito. Fatemi bugiarda, che vel perdono».
Il figlio della Maratti sembrava invece prediligere proprio l’antico Foro di Cornelio, trovarvi, scriveva Zampieri, «quel bene che io (troppo tardi sommene avveduto) non v’ho
giammai ritrovato, né spero di ritrovare fino a che io ci viva».
Fu forse, quella dello Zampieri, una «vita strozzata» quasi come quella (per riprendere un’espressione del Croce di Poesia e non poesia) di Leopardi. Da questo punto di vista, l’erudizione (classica non meno che biblica) da un lato, la sublimazione platonica e petrarchesca, nella poesia, della passione irrisolta dall’altro, non furono che il duplice compimento, il duplice esito di una potenzialità esistenziale dolorosamente incompiuta.
I fastidiosi senes severiores che in Catullo si adombravano per la libertà dei suoi amori sono invece, in Zampieri, coloro che maliziosamente sospettano che l’amore che ispira i suoi versi non sia del tutto spirituale e disincarnato. La sensualità che inevitabilmente s’insinua tra i vezzi, le grazie e le mollezze dello stile è soffocata e rimossa dal pensiero. Mai come in questo caso, la parola scritta è schermo, velo, compensazione e insieme rimozione e repressione, dell’eros.
Anche questo Catullo per così dire platonizzato e petrarchizzato, convertito dall’accesa sensualità dell’originale ad un’atmosfera rarefatta ed intangibile, affondava le proprie radici, come gran parte della poetica arcadica, nella riflessione del Gravina. Sottilissimo è ciò che, nella Ragion poetica, il Gravina osserva circa il valore recondito, quasi un sovrasenso, che il sentimento infonde nelle parole di Catullo: «ne’ suoi componimenti si legge più l’animo che le parole»; «il numero suo par nato con la cosa medesima e trasformato nel di lei genio». La lettera sta al senso come il fenomeno al noumeno, come la materia all’essenza. L’espressione del sentimento è l‘esatto contrario di un semplice sfogo soggettivo: è, semmai, il tramite attraverso cui il pensiero si fa ritmo e musica, e dunque il corpo e la sensazione divengono spirito e concetto.
Analogamente, secondo il Gravina Chiare, fresche e dolci acque (che per inciso il Flaminio, nel Cinquecento, aveva tradotto, o meglio rielaborato, in latino, sempre in metro catulliano: «O fons Melioli sacer, / Lympha splendide vitrea, / In quo virgineum mea / Lavit Delia corpus») è un esempio di «catulliano ed anacreontico stile»; ma Petrarca redense la Musa classica dall’«amore impuro», attraverso la «platonica dottrina» non meno che per il tramite della religione cristiana. Onde Petrarca non può essere compreso se non «dai dotti e filosofi», e particolarmente da quanti sono animati da quello stesso amore platonico senza il quale il poeta «rimane ascoso» anche all’ingegno dei dotti.
Echi di questo Catullo-Petrarca, che non venera e non brama più un corpo sensuoso ma una sorta di intellettuale e forse illusorio simulacro, si ritroveranno nel Pascoli latino, e per l’esattezza nel Catullocalvos: «tibi non amatur ipsa, / sed tuae mera mentis umbra quaedam»: non la donna reale, ma una proiezione, ombra o chimera della propria immaginazione, mediata o riflessa, forse, come negli Stilnovisti, da un superiore ed impersonale Intelletto, è il vero oggetto dell’amore del poeta.
Anche la più pagana giocosità si tinge, nell’emulazione di Catullo attuata da Zampieri, di fosche ombre. Il coro degli uccelli, che farebbe pensare ad Aristofane, intona un lamento funebre («Lugete o avium chorus canentum»). E il lamento per la morte dell’animale, che in Catullo come nei suoi emuli rinascimentali non è privo di venature ironiche e di un giocoso distacco, in Zampieri rivela invece una autentica compartecipazione emotiva e umana, che fa presagire una sintonia con il mondo naturale, e con le sofferenze che lo travagliano, destinata a riaffiorare in Pascoli («Ritornava una rondine al tetto: / l’uccisero: cadde tra spini. / (…) E il suo nido è nell’ombra, che attende, / che pigola sempre più piano»); e proprio Zampieri potrebbe, per inciso, incarnare un anello della lunga catena di emulazioni e riscritture attraverso cui il modello catulliano arriva a Pascoli.
Si è accennato ad un paradossale “Catullo stilnovista” che prende forma nei versi di Zampieri. E a maggior ragione i versi italiani dell’autore, pur risentendo, com’è ovvio, del clima petrarchista tipico dell’Arcadia, alla quale egli appartenne, rispecchiano una fenomenologia amorosa raccolta, sofferta, analitica, che riflette, della poesia anteriore a Petrarca (da Cavalcanti a Dante, specie quello petroso), l’ossessiva concettualizzazione del sentimento, la quale derivava dalla sublimazione intellettualistica della passione.
Basti pensare alla personificazione della Ragione che trattiene il poeta sull’orlo dell’abisso dell’ossessione amorosa, o la crudeltà della donna («Ben debb’io ringraziar, Donna crudele, / Ogni repulsa, ed ogni tua durezza, / Che la mia speme ad ingannarmi avvezza / Nutri non d’altro che d’ assenzio, e fele») che si rivela quasi salutare, poiché consente al poeta di restare, con immagine lucreziana, sulla riva a contemplare, con un distacco, paradossalmente, epicureo ed ascetico ad un tempo, la tempesta in cui il sentimento, nel suo evolversi, l’avrebbe gettato. Proprio questo anacronistico eclettismo, questa erudita e a suo modo originale contaminazione, possono fare di lui una voce non priva di originalità e di significato storico.
Lo intuiva già un suo ammiratore e sodale, Girolamo Ferri, latinista insigne, maestro di Vincenzo Monti, difensore della latinità contro la gelida modernità dell’Illuminismo (posizione, questa, che non può essere ridotta a semplice conservatorismo, poiché consuona con certi risvolti del pensiero di Vico come di Leopardi), nella biografia di Zampieri consegnata al dodicesimo volume delle Vitae Italorum raccolte da Angelo Fabbroni nel 1785.
I valori della perennis humanitas che attraverso la Scuola Classica e Carducci arriverà fino a Serra sono già delineati in quelle splendide pagine, stese in un latino quanto mai raffinato e ricercato, a tratti denso fino a rasentare l’oscurità. La humanitas e la scribendi elegantia non erano scindibili dalla prudentia nell’agire e dalla morum probitas: letteratura come vita, religio litterarum. Bologna, la città della sua formazione, dove ebbe maestri Francesco Maria Zanotti ed Eustachio Manfredi, è una sorta di nuova Atene, omnium doctrinarum parens et altrix, dove la poesia, superate la decadenza e la corruzione del Barocco (saeculi proximi barbarie deleta), era tornata alla limpidezza e all’armonia di una Classicità vista come intemporale età dell’oro; la piena adesione al modello catulliano, assorbito fino in succum et in sanguinem, eppure sovrapposto ad altri modelli, dai Comici a Cicerone ad Orazio; in un poeta, Zampieri, capace di spaziare dalla grazia alla solennità, dalle venustates Anacreontis alla Pindari immensitas.
Ma il Ferri sottolineava anche la dedizione del poeta alla lettura delle Sacre Scritture, di cui coglieva (come il Gravina, e poi Leopardi) il lato solenne e sublime, tale da avvicinarle ai Greci e ai Latini: parole, quelle della Bibbia, divino afflata numine e superna nobilitata sapientia, e dunque non inferiori a quelle dei poeti classici, pervasi, come indicavano il Platone dello Ione e il Cicerone della Pro Archia, da un divino furore e da un sacro entusiasmo; tanto che, nel rielaborare in ottave il Giobbe biblico, operò non come pedissequo traduttore, come fidus interpres, verbum verbo, parola per parola, ma come poeta, cosicché il lettore fosse sospinto e rapito nella lettura, rerum divinitate commotus, scosso e animato dalla divinità degli argomenti, e addirittura operi novas faces accendit, quo clarius spectantium oculis sese praebeat, insinuò nell’opera nuove luci, grazie alle quali lo sguardo del lettore potesse più limpidamente vederne l’essenza.
Un ritratto che meglio si spiega alla luce di ciò che Ferri stesso scrive nelle Epistulae Alambertianae, del 1771, in cui è strenuamente difesa, contro la modernità, l’arcana sacralità della lingua latina: «Lingua repudiata, quae non parum laboris in se habet , cuncta sive sacra, sive profana, nil nisi populare quiddam et plebeium sonabunt, quod cum a graviorum disciplinarum sacrorumque rituum maiestate prorsus alienum, tum nemo non videt». Pensiero che riaffiorerà in Pascoli, nell’elogio di Diego Vitrioli intitolato Un poeta di lingua morta: dove proprio l’oscurità, la difficoltà, il mistero insiti nel latino lo eleveranno a lingua sacra per eccellenza, la sola degna delle verità sublimi e inattingibili, lontanissime dall’ordinario.
Proprio la diciassettesima delle Alambertianae, indirizzata a Zampieri, è emblematica di come il primato riconosciuto alla latinità, grande madre di sapienza, non escludesse affatto la considerazione della lingua volgare. Se da un lato lo stile latino era divenuto, passando dall’età arcaica a quella classica, più regolare, raffinato e limpido, così era avvenuto anche nello stile italiano, dal plurilinguismo dantesco alla limpidezza, cara agli Arcadi, di Petrarca. Ma lo stesso stile più elevato, armonioso e regolare della prosa italiana, dal Boccaccio al Rinascimento, si era nutrito del modello ciceroniano. L’uso del volgare non solo non comportava l’abbandono del latino; ma da esso poteva trarre alimento, e con esso suggerire paralleli.
Concetti quanto mai attuali, anche con riferimento all’odierno dibattito intorno all’utilità degli studi classici; e si noti che d’Alembert, nella voce Collège dell’Encyclopédie, on proponeva affatto l’abolizione dell’insegnamento del latino, ma semplicemente ne condannava (polemica ancor oggi quanto mai proponibile, senza mutare una virgola) lo studio fine a se stesso, l’inutile e sterile pedanteria grammaticale.
Ferri, del resto, non tralasciava il rilievo dei due poemi in volgare di Zampieri, entrambi di argomento biblico, il Giobbe in ottave e il Tobia in endecasillabi sciolti.
Nella prefazione a quest’ultimo, Zampieri prendeva le distanze dal Baretti (pur suo amico e corrispondente) che ironizzava contro i «versiscioltai», mentre Zampieri, in accordo con il Frugoni e in anticipo sul Foscolo dei Sepolcri, considerava l’endecasillabo sciolto «acconcio ad esprimere cose gravi, sublimi, ed eroiche quant’altro il possa degl’italici metri».
Lo stesso concetto esprimeva, sempre in antitesi al Baretti, Frugoni nel poemetto Il Genio dei versi sciolti: «Cetra, in Pindo, cred’ io, temprata, dove, / de’ non suggetti numeri maestra, / fra’ bei doni febei, tiensi Eloquenza, / per man, la saggia Libertà del canto». Privi di rima gli endecasillabi sciolti, come privi di rima erano i metri classici, i «non suggetti numeri».
Foscolo, nelle Osservazioni sul poema del Bardo, pur contrapponendo proprio l’eccessiva verbosità del Frugoni al sobrio vigore del Monti, notava che quest’ultimo offriva l’esempio di «un verso veracemente narrativo che dipinga alla mente ed al cuore più che non suoni all’orecchio», atto ancor più dei metri rimati alla trattazione dei temi epici.
E proprio epos biblico era il Tobia; nella cui riscrittura in versi sciolti il pur classicista Zampieri non ometteva di concedere qualche libertà al proprio estro creativo: «Ho creduto esser permesso all’estro avvivator delle idee lo spaziar liberamente in quei tratti, che erano suscettibili di fantasie le più poetiche» (e qui viene in mente Foscolo: «Me ad evocar gli eroi chiamin le Muse / Del mortale pensiero animatrici»).
Il verso sciolto non è solo una facile scappatoia dalle difficoltà della rima; anch’esso «ha le sue leggi; ha il suo freno ancor egli, che forse non si ravvisa, e non s’intende da tutti;
ma sciolto si volle dire perché esente dalla servitù della rima, che sconosciuta, e straniera al poetico genio, a forza solo d’ingannatrici armonie gli si rendé tiranna la più severa. Se l’amabile poesia, bel dono del sommo cielo, che primieramente nacque, e suonò sulle labbra innocenti del primo padre; se parlar potesse la poesia , e render conto fedele di se medesima, ella direbbe che libera, e sciolta d’ogni legame fin dal suo nascimento gode vedersi; che libera e sciolta animò il fervore de’ patriarchi a tributar sagrifizi di lode all’eterno lor Dio; che nel libero fuoco de’ gran profeti si fè più forte, più fantasiosa, e più bella».
Il verso sciolto, con la sua naturalezza, la sua primigenia spontaneità, rifletteva (in un’ottica non lontana da quella di Vico e di Leopardi) la voce originaria dell’umanità, la limpidezza assoluta e rivelatrice della Parola come dono divino.
Canterà Leopardi nell’Inno ai Patriarchi (anch’esso in endecaillabi sciolti): «Di suo fato ignara / E degli affanni suoi, vota d’affanno / Visse l’umana stirpe; alle secrete / Leggi del cielo e di natura indutto / Valse l’ameno error, le fraudi, il molle / Pristino velo; e di sperar contenta / Nostra placida nave in porto ascese». Versi che andranno letti accanto alle riflessioni dello Zibaldone (3564-3568) intorno alla lingua ebraica «poetica ancor nella prosa, per quella sua estrema povertà», la quale è però, nella sua necessaria essenzialità, fonte della «somma forza» e del «sommo ardire» che nel dettato biblico paiono «segno di divinità»; e «non potendo quasi la prosa ebraica usar parola che non formicolasse di significazioni, essa doveva necessariamente riuscir poetica e per la moltiplicità delle idee che doveva risvegliare ciascuna parola, (…) e perché essa parola non poteva dare ad intendere il concetto del prosatore se non in modo vago e indeterminato e generale come si fa nella poesia». La Bibbia e Omero «essendo i più antichi libri, sono i più vicini alla natura, sola fonte del bello, del grande, della vita, della varietà» (Zibaldone, 1028).
Il Giobbe di Zampieri figura tra le probabili letture di Leopardi.
Si può ad esempio citare la rievocazione, notturna e risonante, del passo (Giobbe 4, 12) in cui è evocato il «Verbum absconditum», la parola occulta e appena bisbigliata, della divinità, la verità inaccessibile ed imperscrutabile: «Io stesso ignota / Voce sì come d’indistinto e cheto / Romor notturno, e che parea remota, / Intesi risonar nel più segreto / placido orror, quando su l’ale immota / La notte rende ogni animal quieto» (si pensi al fascino leopardiano del lontano indefinito indeterminato, e in particolare all’«indistinta voce» che, nella canzone All’Italia, ancora bisbiglia al viandante delle remote imprese della Grecia classica).
L’ampia parafrasi di Zampieri del passo, lapidario (Giobbe 5, 7), in cui si dice che «homo ad laborem nascitur et avis ad volatum» («l’uomo istesso / per la fatica, e pel travaglio è nato … / A questo fine lui formò Natura», mentre all’uccello fu dato «il remigio de l’ali avventurato / Su per gli spazi de l’aria») può avere offerto (insieme ad altri antecedenti, fra cui gli Uccelli di Aristofane) un qualche spunto al Leopardi dell’Elogio degli uccelli («certo fu notabile provvedimento della natura l’assegnare a un medesimo genere di animali il canto e il volo; in guisa che l’aria, la quale si è l’elemento destinato al suono, fosse popolata di creature vocali e musiche»).
Infine (ma i richiami potrebbero moltiplicarsi) l’idea, già implicita nel testo biblico («Numquid Deum quispiam docebit scientiam», 21, 22) e poi ampiamente sviluppata dal pensiero cristiano, che il volere divino non sia subordinato o commisurato al bene o al male, al vantaggio o allo svantaggio, dell’uomo, ma perduri imperscrutabile nella sua assolutezza che solo oltre il tempo terreno renderà comprensibile la propria ragione, può prefigurare (anche se in modi metafisici, danteschi, di poesia teologica, lontana dal materialismo leopardiano) la stessa impassibilità e la stessa lontananza che Leopardi attribuirà alla Natura matrigna: non si deve credere che l’«Eccelso Dio, che ne l’empireo regno / Beato in sé beatitudine spande», «Prenda regola, o faccia alcun disegno / Per utile, che il mondo in lui tramande» («Credevi forse», dirà in Leopardi la Natura, «che il mondo fosse stato fatto per voi? Sia chiaro che io mi occupo ben poco di voi, nel creare e dare ordine alle mie opere, e che miro a tutt’altro che alla felicità o infelicità degli uomini»).
Ma il Giobbe si trovava anche nella biblioteca di Manzoni. Ed è difficile non pensare a lui sin dal solenne incipit: «Canto de l’alta Providenza eterna / Moderatrice de l’umane cose / Le arcane vie, per cui tempra e governa / Quaggiù le sorti a mortal guardo ascose. / Come i favor, come i gastighi alterna / secondo il retto fin, ch’ella s’impose; / E se qui l’empio esalta, e il buono affanna / Non è men giusta, e non è mai tiranna».
Concetti teologici, certo, assai diffusi; ma qui espressi in modi che sembrano particolarmente prossimi a quelli di Manzoni («Chi dava a voi tanta giocondità e per tutto; e non turba mai la gioia dei suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande»; «Il Dio che atterra e suscita / che affanna e che consola»).
Mentre, del pari, in accezione completamente diversa, connessa all’irrisolto ed angoscioso mysterium iniquitatis, all’insolubile scandalo della sofferenza immotivata, arcano ed ascoso (come il destino di sofferenza segnato all’uomo ab initio), sono parole e concetti anche di Leopardi: «Arcano è tutto, / Fuor che il nostro dolor. Negletta prole / Nascemmo al pianto, e la ragione in grembo / De’ celesti si posa» (ma decisamente «tiranno» è, in lui, il «poter che, ascoso, a comun danno impera», che di divino, o demoniaco, ha solo la suprema e metafisica ineluttabilità ‒ mentre «ascoso» sarà, nel Natale manzoniano, il divino «consiglio», il sovrumano disegno, della salvezza).
Non vi è, del resto, nel classicismo di Zampieri, alcuna assoluta e sovrastorica idealizzazione. Egli fu anzi consapevole di trovarsi alla fine di un’epoca. «Carmina nil possunt»: i versi svaniranno non meno dei monumenti; non saranno aere perennia.
Se gli Antichi risorgessero, non riconoscerebbero la propria lingua nel modo, straniante, in cui la leggono, illudendosi di riportarla in vita, i Moderni.
Con questa consapevolezza, Zampieri precorre tanto il Carducci delle Odi barbare (che tali appunto, pur emulando i metri e i ritmi antichi, sarebbero parse agli Antichi: «Queste odi poi le intitolai barbare, perché tali sonerebbero agli orecchi e al giudizio dei Greci e dei Romani, se bene volute comporre nelle forme metriche della loro lirica, e perché tali soneranno pur troppo a moltissimi Italiani, se bene composte e armonizzate di versi e di accenti italiani»), quanto il Serra di Intorno al modo di leggere i Greci, lucidamente rassegnato all’evidenza che «la poesia dei Greci noi non la possediamo più. Le parole scritte sono solo un simbolo. Noi non le leggiamo come loro, non poniamo l’accento della nostra voce e l’enfasi del nostro spirito là dove essi la ponevano. Dove?».
Ciò che accomuna il Latino tanto al Greco quanto all’Ebraico non è solo il loro immenso valore di testimonianze storiche, ma anche l’essere idiomi ormai sepolti sotto le pietre e la cenere della lontananza, dell’oblio, dell’alterità incolmabile.
«Omnia nam fato subsunt mortalia eidem; / Perpetuum nostro durat in Orbe nihil». Insomma, come dirà Foscolo, «involve / Tutte cose l’obblio nella sua notte».
Una consapevolezza (in cui la inesauribile passione per l’Antico si mescola all’accettazione del suo inevitabile tramonto) che culminerà forse nel Pascoli latino, in cui la Scuola Classica raggiunge il proprio vertice d’intensità espressiva e di consapevolezza culturale e stilistica e, nel contempo, sconfina nell’inquietudine sfumata e sottilmente morbosa del Moderno, finendo per dissolvervisi.
Ogni voce, ogni testimonianza, nell’Uno-Tutto e nell’Uno-Nulla di Fanum Vacunae, svaniranno nell’indistinto Vuoto. E a quel punto neppure la poesia più sublime potrà nulla. «Unus qui vacuo tunc spatio permeet undique, / seque ipso omne quod est, compleat, atque ipse sit omnia / unus. Quid tua tum carmina?».
Di questo processo storico, che condusse e sottopose i modelli classici alla rilettura archeologica, alla rivisitazione, alla contaminazione, e infine al loro esaurimento, al loro splendido tramonto, anche Zampieri fu un anello: forse non fra i più scintillanti, ma a suo modo prezioso e necessario, e dunque meritevole di essere almeno sfiorato, e saggiato con occhio non del tutto distratto.
Matteo Veronesi
Carmina qui legit haec, si quis me credit amasse,
Humanam credit rem simul, ac facilem.
sed non semper idem est canere atque alere intus Amorem.
saevus Amor lepido servit et ingenio1.
1 L’epigramma con cui si è deciso di aprire questo florilegio (tratto dai Carminum libri quinque, Placentiae 1771 e dalle Poesie latine e italiane, Piacenza 1755) sintetizza il paradosso (e, quale che sia, la possibile originalità) dello Zampieri: il quale piegò lo stile in sé perlopiù lieve, leggiadro e amabile di alcuni celebri versi del Catullo più affettuoso e tiepido (quello insomma del Libellus, più che dei Carmina docta) all’espressione di un vissuto sofferto e complesso, in cui le ascendenze dello stilnovo si fondevano con una austera visione religiosa, intrisa di platonismo cristiano. L’emistichio «canere atque alere intus Amorem» (che mostra, fra l’altro, con le audacissime sinalefi, le grandi libertà, spesso oltre i limiti della scolastica correttezza, che lo Zampieri si concedeva sul piano metrico, onde il suo classicismo è tutt’altro che rigidamente normativo e canonico) pare emblematico anche per la chiara eco del virgiliano «spiritus intus alit» (Eneide, VI, 726) che allude alla Grande Anima effusa nell’universo (sebbene qui sia il poeta a nutrire, a covare in sé l’Amore, e non viceversa).
Chi legge questi versi, se crede ch’io abbia amato,
crede che ciò sia cosa umana e agevole.
Ma non è sempre lo stesso
cantare l’Amore e nutrirlo nell’intimo.
Anche un amore tormentoso
può servire un ingegno leggiadro.
Amo, nec pudet hunc meum fateri
Dulcem candidulum probumque amorem,
Quem pulchris oculis genisque pulchris,
Et pulchro pariter puella risu
Meas fixit in intimas medullas.
Nec solum fateor, sed hunc amorem
Iam mens praetrepidans ad astra flagrat
Astutum lepido vocare versu,
Quid iftuc? Video severiores
Mi mussare senes1, manusque ad aures
Ambas ponere. Pol quid inde? Ponant,
Mussentque; his etenim neque ipse canto
Molestis rigidis gravedinosis
His, sunt perpetui qui amoris hostes.
Vobis, o pueri integri, integresque
Puellae, quibus abdita et pudica
Pascit flammula corculum tenellum2,
Unis haec equidem unicisque canto3.
Vos meum legite, et simul probate
Dulcem candidulum probumque amorem.
1 Sono i celebri rumores senum severiorum del quinto carme di Catullo.
2 Diminutivo raro, tipicamente catulliano (Carmina, XVII, 15): «Et puella tenellulo delicatior haedo» («Fanciulla più delicata di un tenero agnello»).
3 Anche Orazio, nell’incipit de terzo libro delle Odi, affermava di cantare «virginibus puerisque», disdegnando invece il «profanum vulgus»
Amo, e non è per me vergogna
confessare un candido e casto amore,
che una fanciulla con i begli occhi e con le belle gote,
e con il riso parimenti amabile,
instillò nel profondo del mio cuore.
E non solo lo confesso, ma già la mente trepidante
arde dal desiderio di gridarlo agli astri,
affinato dall’amabile verso. Cosa?
Vedo i vecchi austeri contro di me mormorare,
alle orecchie portare le mani. E allora?
Mormorino, m’ignorino; non è per loro,
molesti rigidi austeri,
che dell’amore sono i nemici eterni,
ch’io canto; ma per voi, giovani intatti e puri,
per voi, fanciulle, a cui celata e pudica
una fiammella consuma il piccolo tenero cuore:
a voi, per voi soli questi versi io intono.
Voi leggete, e insieme approvate
il dolce e candido e casto amore4.
Abibis, mea lux, tuo remotas
Vultu continuo beabis oras.
Felices nimis, et nimis beatae
Orae, quo bona tanta commigrabunt!
At nos, heu miseri, omniumque inanes
Bonorum! mea lux, abibis ergo.
An vero sine me putas abire?
Ne puta; en anima ipsa, quantula in me est,
Hoc tibi per iter comes futura
sui sarcinulam parat doloris.
4 I motivi catulliani sono dal poeta sublimati in chiave platonica, stilnovista o petrarchesca, e dunque trasposti dal piano carnale a quello spirituale. significativo, in tal senso, che questo amore sia portato ad astra, tramite un’eco virgiliana, Eneide, IX, 641-642: «sic itur ad astra, / dis genite et geniture deos» («Così ci si innalza alle stelle, / o figlio di dei, destinato a generare dei»). E si potrebbe citare, per questo amore unico e casto, anche il Petrarca dell’Epistula Posteritati: «Amore acerrimo sed unico et honesto in adolescentia laboravi».
Tu te ne andrai, mia luce, senza sosta
col tuo viso delizierai rive remote5.
Troppo felici, troppo beate rive,
approdo di un bene così grande!
Ma noi, sventurati, e di ogni bene privi!
Partirai dunque, mia luce. Ma davvero
senza di me tu credi di partire?
Non crederlo; ecco,
tutta la piccola anima che è in me,
che lungo il viaggio ti sarà compagna,
prepara il bagaglio del proprio dolore.
5 L’ispirazione è forse in alcuni madrigali del Tasso («Perché ne l’aria bruna / s’udían, quasi dolendo, intorno intorno / Gir l’aure insino al giorno? / Fûr segni forse de la tua partita, / Vita de la mia vita?»), cui si aggiunge il motivo medievale dell’amor de lohn.
AD CAROLUM INNOCENTIUM FRUGONIUM
Musis orte bonis poeta summe,
Qui Phaebo auspice naviter latinos
Aptasti citharae modos Etruscae,
Tuo, Carole, pauca dic sodali.
Quid mali miseris putas poetis
Insuetum minitarier Comaetam
Hunc, qui abs aetherio, ipse quo latebat,
Vortice, eque sinu remotiore
Emersus, liquida exeunte nocte
Promissa micat inter astra barba?
Hunc vulgus pavitans hiante spectat
Labello; hunc pueri, puellulaeque
Humano generi usque et usque magna
Neque audita prius mala ominantes.
Non (sic me Di ament) referre quicquam
Putavi levia ista foeminarum
Mera insomnia, futilesque nugas.
sed quum Pegasei micare sacro
Collo sydus equi hic et ille iuret,
Heu nimis miseris novum ac repertum
saeclo hoc exitiali et inquieto
Impendere malum reor poetis!
Non bella horrida, non famem, sitimve,
Non incendia, non graves ruinas,
Non casus alios periculorum…
Quid nobis igitur mali est timendum?
Malum audi horribile hercle pestilensque,
Et si deinde queas, amice, iustis
Parce lacrimulis. Puto timendos,
Plus quam illa omnia, pessimos poetas.
A CARLO INNOCENZO FRUGONI
Sommo poeta nutrito dalle nobili Muse,
che accortamente, con l’aiuto di Febo,
adattasti i metri latini all’italica cetra1,
di’, Carlo, poche parole al tuo amico.
Quale nuova sciagura credi che minacci
agli sventurati poeti questa nuova cometa
che emersa dal vortice etereo
in cui stava celata, e da una più remota orbita,
mentre spunta la limpida notte
brilla fra gli astri con la coda protesa?
Il volgo spaventato la attende con le labbra ansimanti,
e così pure i fanciulli e le fanciulle
che presentono per il genere umano
uno dopo l’altro grandi e inauditi mali.
Non ho creduto (gli dei mi siano testimoni)
che qualcosa importassero queste sciocchezze di donne,
vuoti deliri e futili scempiaggini.
Ma quando questo e quello giurano che brilla
l’astro di Pegaso con il sacro collo,
io credo incomba sui poveri poeti
un nuovo male in quest’era micidiale ed inquieta.
Non guerre orrende, né fame, né sete,
non incendi, non gravi rovine,
né l’occorrere d’altri pericoli…
Che male dunque abbiamo da temere?
Ascolta il male orribile e pestifero,
e se puoi, amico, trattieni il giusto pianto.
Credo che più di ogni altra cosa
siano da temere i pessimi poeti2.
1 Allusione alla nota perizia metrica del celebre poeta arcadico, maestro dell’endecasillabo sciolto, che all’orecchio dello Zampieri poteva suonare per certi aspetti affine all’endecasillabo falecio di Catullo, a lui così familiare e caro. Pare singolare che, proprio rivolgendosi al poeta per antonomasia epicureo, salottiero, frivolo e mondano, Zampieri evochi un quasi apocalittico saeclum exitiale et inquietum. Sembra quasi di avvertire il presagio della fine di un’epoca, che la Rivoluzione troncherà definitivamente. Dell’illusorietà e del carattere effimero di quel mondo era ben consapevole lo stesso Frugoni: «Favola è Arcadia nostra / che va, sott’auree leggi, / donando nomi e greggi / e campi che non ha». E proprio Frugoni indirizzò a Zampieri un sonetto tutt’altro che frivolo e mondano, e anzi segnato da una cupezza quasi foscoliana ante litteram: «Zampier, deh! taci il rapido degli anni / Corso, che seco trae tante vicende, / E avaro, quel, che tolse, ahi! Più non rende, / superbo, in suo fuggir, degli altrui danni. / Non fia, che amico lodator m’inganni. / La prima luce in me più non risplende. / Me il sonno eterno, e l’urna oscura attende, / Che a farmi cener freddo mi condanni, / D’Imola il nuovo Dittator tuo prode / Perch’io lodar, se in suo gentil paese / Trovar può in te tanta Apollinea lode? / Da me nei miglior dì cetra si tese, / Di cui forse sarà l’obblio custode; / Nè un canto allora invano a me si chiese» (L’Epistolario ossia scelta di lettere di donne e d’uomini celebri, stamperia Graziosi, Venezia 1796, p. 179).
2 Eco, forse, del monito oraziano che condanna come sommo male la mediocrità dei poeti: «Mediocribus esse poetis / Non homines, non di, non concessere columnae» (Ars poetica, 372-73). Ma di «pessimi poetae» parla anche Catullo nel carme quattordicesimo.
IN OBITU FILIOLI MEI DULCISSIMI
Vale, care puer, quousque vixti
Tui gaudia, nunc dolor parentis.
Quam te Felsinea libens in Urbe
Alebam ut studiis bonisque posses
Tenellam artibus erudire mentem,
Tam nunc heu! doleo, ingemoque; fato
succisus siquidem iaces acerbo
Velut praetereunte flos aratro1.
sed tu concilio Dei receptus
Finem posce aliquam meo dolori.
1 Celeberrima similitudine virgiliana (Eneide, IX, 435).
IN MORTE DEL FIGLIOLO MIO DOLCISSIMO
Addio, caro figlio, fino a quando vivesti
gioia di tuo padre, ora dolore.
Come volentieri ti nutrivo nell’antica Felsina
perché con studi ed arti nobili
fortificassi la tua tenera mente,
così ora gemo e mi dolgo, poiché giaci
troncato dal Fato amaro come un fiore
dall’avanzante aratro. Ma tu, accolto
al cospetto di Dio2
ora implora una fine al mio dolore.
2 Consonanza significativa con i sonetti in morte del figlio di Faustina Maratti Zappi, che dello Zampieri fu per decenni amica e confidente. «Amato figlio, or che la dolce vista / sicuro affiggi nel gran sole eterno, / Né tema hai più di cruda state o verno, / Né gioia provi di dolor commista: / Vorrei che a quel pensier che sì m’attrista / Della perdita tua dessi governo: / Che quantunque dal falso il ver discerno, / Tropp’ei l’anima mia turba, e contrista». Ma si potrebbe citare, nell’àmbito della poesia latina, il lamento del Pontano, nel De tumulis (II, 2), sulla tomba della figlia Lucia: «Ipsa tenebras / liquisti et medio lucida sole micas».
AD JOEPHUM CANONICUM RIVALTAM
Paulum te studio aufer heus severo
Jofeph. Quid faciunt bonae ac venustae
Plantae, quae Armeniis profectae ab oris
Tuo hoc advenae in hortulo beatae
Creverunt, tibique optimos pararunt
Fructus, quid faciunt? Probum id sodalem
Ne celes, rogo. Qua die lubebit,
Quum sol praecipites aget quadrigas
Mari alto propior, cadentque magnae
Iam de montibus umbrae1, uterque nostrum
Tuis hisce sub advenis beatis
Volo tum iaceat virente in herba
Proiectus; teneros uterque nostrum
Ludet versiculos; sed audi; ego ipse
singulis volo versibus supinas
Admovere manus tuis venustis
Advenis sobole optima gravatis;
Deque his perficere, usquedum licebit,
Festivam et lepidam vorationem.
O rem pol mihi amabilem et iocofam!
O fodalitium integrum et cupitum!
sic incendia perfurentis2 aestus
seris denique diluuntur horis.
1 Eco del celebre verso conclusivo della prima Bucolica virgiliana.
2 Scelta lessicale ricercata e preziosa, rafforzata dalla ripetizione del suono dentale. Vedi, con effetto di suono analogo, Lucrezio, De rerum natura, I, 273-4: «Ita perfurit acri / cum fremitu saevitque minaci murmure pontus».
AL CANONICO GIUSEPPE RIVALTA1
Distogliti un poco, Giuseppe, dallo studio severo.
Che fanno le care amate piante
che giunte dall’Armenia, liete ospiti
del tuo giardino, crebbero, e frutti ottimi
ti diedero, che fanno? Non celarlo
al tuo probo amico. Nel giorno che vorrai,
quando il sole condurrà il carro precipite
più vicino all’alto mare, e già dai monti
lunghe cadranno le ombre, insieme a te,
sotto queste tue alte liete ospiti
voglio giacere sulla verde erba;
intoneremo insieme versi; ma ascolta:
io verso dopo verso voglio alzare le mani
alle tue ospiti, gravate di ottimi frutti;
e lieto mangiarne, come in festa,
fino a che si potrà. Quale amabile gioco!
Cara bramata amicizia!
Così le fiamme della furente estate
si dissolvono infine nella sera.
1 Professore di Teologia, lasciò un saggio di prose e di rime (Pesaro 1784) contenente orazioni (molte incentrate su elogi di illustri Imolesi) pronunciate nell’Accademia degli Industriosi, istituzione cui era legata la Colonia Vatrenia (cui sia lui che Zampieri erano affiliati) dell’Accademia dell’Arcadia. Stando alla testimonianza di Tiberio Papotti (Biografia degli italiani illustri, Venezia 1834-1845, p. 219), «dalla penna dello Zampieri non uscirono que’ carmi onde egli salì in tanta fama, se prima non ebbero la censura del Rivalta: il quale, rigido seguace del vero, poiché mai non seppe dell’amicizia o di altra umana passione far velo al giudizio, si mostrava sempre verso tutti sincero, anche a costo di riuscire spiacente».
AD CAJETANUM ELEPHANTUTIUM ELEGIA1
Seu statuas referam graeci monumenta laboris
Archetypa e faustis eruta ruderibus;
Seu priscis illis tot cusa numismata saeclis,
Quorum aliqua impulso vomere humum fodiens
Invenit interdum agricola, et miratus in Urbem
Defert, haec rerum sollicitus veterum
Venator propola uno quam mox rapit asse,
Vendere quae magno postmodo scit pretio.
Seu latios inscripta viros tot marmora, praebent
Quae saculam obscurae saepius historiae;
Seu tot pro varia fictas ratione lucernas,
Ac de Mentoreo plurima vasa opere;
Praedurum atque genus gemmarum hominumve, Deorumve
Exculptum miris affabre imaginibus.
Quid meliora tamen mitto? Tabulas, quibus olim
Ars adeo in nostra praestitit Ausonia
Omnimodo praesens imitari cuncta colore,
Quae nec Apelleis cedere temporibus
Est quicquam visa; at multis volventibus annis
(Proh scelus, ac miserae dedecus Italiae!)
Summorum labor ille virum, divinaque virtus
Usque ad Hyperboreos, et mare Oceanum
Quantovis ibat pretio; teneat sibi nummos
Quotquot habet Tamesis, Vistula quotquot habet.
Consilio, curaque tua, sanctissime Pastor,
Quodcumque ars potuit pingere splendidius
Omne asservatur nunc in penetralibus altis;
Cumque arctet vastum copia multa locum,
Tentari ima iubes Tarpei viscera latum
Aedibus inde novis suppositura caput.
Nec satis hocce Tibi; quod adhuc non contigit ulli,
Primorum aut aera, aut marmora Christiadum
Colligere est labor, et monumenta educere in auras,
Torpebant caecis abdita quae tenebris;
Ut iam ubi Religio primam tenet inclita Sedem
Et sua curari gaudeat hic studia.
1 Testo apparso nel secondo volume degli Arcadum carmina, de Rubeis, Romae 1756.
ELEGIA A GAETANO FANTUZZI1
Potrei ricordare le statue, monumenti dell’arte greca,
Archetipi dissotterrati da fortunate rovine;
O le tante monete coniate in quei secoli antichi,
Delle quali alcune, arando col vomere che scava la terra,
Talvolta trova il contadino, e meravigliato le porta In Città,
mentre il mercante, avido di cose antiche,
Subito per un soldo le rapisce,
Sapendole poi vendere a gran prezzo.
O i tanti marmi incisi da antiche mani,
Che porgono sovente una luce all’oscurità della storia;
O le tante lucerne forgiate in vari modi,
E i numerosi vasi dell’opera di Mentore2;
E il durissimo genere di gemme con figure di uomini o dei
Mirabilmente scolpite con fine arte.
Ma perché il meglio tralascio? I dipinti, nei quali
Un tempo l’arte nella nostra Ausonia tanto eccelse,
Solerte nel ritrarre ogni cosa con variegato colore,
che non sembrò per nulla inferiore ai tempi di Apelle;
Ma con lungo volgere d’anni (disonore e disdetta della misera Italia)
Quella fatica di uomini sommi, e divina virtù
Andava fino agli Iperborei e al mare Oceano
A qualunque prezzo. Si tenga pure i suoi denari
Quanti ne ha il Tamigi, quanti ne ha la Vistola.
Per tuo consiglio e cura, santissimo Pastore,
Tutto ciò che di più splendido l’arte ha potuto dipingere
Ora si serba in alti penetrali;
E poiché la gran copia riempie il vasto luogo,
Ordini di esplorare le viscere fonde del Tarpeo
Per insinuare lo sguardo sotto altri edifici.
Né questo ti basta; ciò che ancora non è toccato a nessuno,
È tuo compito: bronzi e marmi raccogliere
Dei primi Cristiani, e le memorie riportare alla luce
Che giacevano in oscure tenebre celate;
Così che dove la Religione gloriosa tiene la prima Sede,
Qui si rallegri di vedere curati anche i suoi studi.
1 Del celebre cardinale romagnolo, esimio giurista, giunto ad un passo dal soglio pontificio, Zampieri sottolinea soprattutto l’erudizione e il collezionismo, che lo portò a raccogliere numerose testimonianze antiche, oggi perlopiù distrutte o disperse. Proprio la solennità dell’argomento sprona forse il poeta a notevoli arditezze, se non contorsioni, sintattiche.
2 Celebre vasaio, elogiato fra l’altro da Properzio.
IN OBITU ELEGANTISSIMI PUELLI THOMAE A VULPE
Eheu mortuus est puellus ille
Thomillus lepidus venustulusque;
Thomillus patris optimi voluptas,
sed brevis nimium patris voluptas,
Eheu mortuus est puellus ille.
Nempe vix geminum recentis aevi
Lustrum condiderat, maligna quum mors
Obrepens tacito pede ac latenti
Iniecit misero manus rapaces.
Olli dura quies utrosque ocellos
Texit illico, ferreusque somnus1;
Visusque est rapi ut albulus columbus,
Qui dulci tener evolare nido
Dum gestit, cupidas quatitque pennas,
Inviso accipitris necatur ungui.
Quid iam non pavitet perire, si flos
Aetatis meliorque pulchriorque
Fato raptus ab impio, atque acerbo est,
O fatum nimis impium, atque acerbum!
Ut saevire tibi est datum! Ille non te
Oris ingenui decor, neque illi
suaves candiduli, bonique mores,
Nec te risus amabilis pusillum
Quivit flectere; non sui parentis
Dolor, lacrimulae, preces, querelas
Tantillum valuere ut unice unum
Quantumcumque brevem fugacis anni
Cursum, mors fera, parceres puello.
Tu vero aligeris recens beatis,
Thomille addite, ne patris recuses
Amorem memori tenere mente;
Nam desiderio tui misellus
Tabescit pater; et quot usque ab imo
Nunc fuspiria corde ducit, et quot
Madet lacrimulis, tot ille laetus
Tot per te niveis fruatur annis.
1 Calco da Virgilio: «Olli dura quies oculos et ferreus urguet / somnus» (Eneide, XII, 309-310).
IN MORTE DELL’AMABILISSIMO FANCIULLO TOMMASO DELLA VOLPE
È morto, ahimè, quel fanciullo,
il piccolo Tommaso, così grazioso e amabile;
il piccolo Tommaso, gioia dell’ottimo padre,
ma gioia del padre troppo breve,
ahimè, è morto quel fanciullo.
Non aveva ancora dieci anni
che la morte spietata, insinuandosi
con il celato passo silenzioso,
gettò su di lui, sventurato, le mani rapaci.
A lui d’improvviso
una dura quiete e un ferreo sonno
ricoprirono gli occhi; parve rapito
come il bianco colombo
che, mentre tenero cerca
di volare via dal dolce nido
e scuote le penne bramose,
è ucciso dall’artiglio crudele del nibbio.
Cosa non dovrebbe temere di morire,
se il fiore dell’età più nobile e bello
fu rapito dal fato crudele ed acerbo?
O crudele ed acerbo fato!
Quanto ti è stato dato d’infierire!
Te né la grazia della pura bocca,
né il suo contegno così mite e candido,
né l’amabile riso poterono
nemmeno un poco piegare;
non di suo padre il dolore,
né lacrime o preghiere o lamenti
bastarono perché tu, feroce morte,
risparmiassi al fanciullo
il così breve corso del tempo fugace.
Ma tu, appena congiunto agli angeli alati,
piccolo Tommaso, serba memoria dell’amore del padre.
Tuo padre, sventurato, langue per te di nostalgia;
e quanti sospiri ora trae dal profondo del cuore,
e di quante lacrime gronda, di tanti candidi anni
lieto per le tue preghiere egli goda.
SACRARUM LITTERARUM VINEA
Felix Vinea, vinearum ocelle1,
Quam sevisse manu ferunt suapte
Herum ipsum, atque animi vocare causa
suas delicias, suosque amores,
Felix Vinea! Te corona circum
sepit perpetuis opaca dumis,
Per quam frustra aditum sibi malignus
Inquirit caper, improbive fures.
Pingue te saturat fimum, ac vigore
Implet praecoce; te cubantem aprico
In clivo tepidis recentibusque
Fovet sol radiis; benigna non te
Aura, non pluviae leves, nec ulla
Coeli gratia fallit adpetentem.
Felix vinea, centiesque felix!
sed cur, tempore quo racemi ubique
Pendent aureoli, ipsamet nec unum
Quidem fers acinum? o pudor! quid iftuc?
Tamne ingrata? Tuine heri labores
Id a te meruere, ut hocce amaro
Fructu denique sint remunerandi?
Nempe; at par referet pari. Impiis te
Heu heu perfodiendam apris, et urfis
Tradet continuo, omniumque dicet
Te labem, opprobriumque vinearum.
1 Ripresa del celebre vocativo catulliano con cui si apre il carme trentunesimo, rivolto a Sirmione perla delle isole.
LA VIGNA DELLE SACRE SCRITTURE
Felice vigna, perla delle vigne,
che seminò il Padrone di sua mano
e dal profondo del cuore la chiamava
sua delizia e suo amore,
felice vigna! Ti cinge una corona
ombrosa di perenni arbusti
che invano il capro malvagio e i sacrileghi ladri
tentano di violare. Ti nutre il pingue limo
colmandoti di precoce vigore; te, distesa
sul luminoso declivio, il sole
copre di raggi appena sorti, tiepidi;
non la benigna aura, non le piogge lievi,
né alcuna grazia del cielo ti delude.
Felice vigna, cento volte felice!
Ma perché, nel tempo in cui
pendono ovunque gli aurei grappoli,
neppure un acino porgi? Perché tanto ingrata?
Questo ottennero le fatiche del padrone,
neppure in ricompensa un aspro frutto?
Certamente. Ma ciò che si è dato si ottiene.
Sempre ti lascerà sventrare dagli orsi
e dai cinghiali empi, e ti dirà
peste ed obbrobrio di tutte le vigne1.
1 L’immagine evangelica della Vigna del signore (Mt 20, 1-16; 21, 33-41) è filtrata attraverso Dante (Par XII 86-87: «la vigna / che tosto imbianca, se ‘l vignaio è reo»), con allusione alla perdita di valore cui va incontro il messaggio cristiano se non è tenuto vivo dall’insegnamento e dalla devozione.
VIRGO CUM INFANTE JESU AD TEMPLUM
Summi limina dum verenda Templi
Transfers candidulos pedes, foresque
subis, o penite venusta, quo te
Dicam nomine? Virginemne dicam?
At quam sollicitis tenellam in ulnis
Gestas sarcinulam, ille dulcis ille
Infans, qui roseo ubera expetiscit
Labello, esse suam te ait Parentem.
Recte; tene igitur vocem Parentem?
At is virgineo modestus ori
Insidens pudor, et beata ocellis
Lux manans ait esse Virginum te
Omnium decus, omniumque florem.
Dic iam dic age, si neque hoc, neque illo,
Quo te cumque modo voles vocari,
O tibi egregie, ampliterque factum!
O Caeli favor! o quod ulla monstrum
Certe nec tulerunt, ferentve saecla!
Virgo nam simul es simulque Mater.
servato siquidem pudore Mater;
Faecundoque sinu reperta Virgo.
LA VERGINE CON GESÙ BAMBINO AL TEMPIO
Mentre veneranda volgi il piede candido1
oltre le soglie del supremo tempio,
e ne varchi la porta, o più d’ogni altra graziosa,
come dovrei chiamarti? Vergine dovrei dirti?
Ma la piccola creatura che culli con le braccia sollecite,
quel dolce bambino che con il roseo labbro
anela al tuo seno, sua madre ti chiama.
Madre dunque dovrei chiamarti?
Ma quel modesto pudore insinuato nel viso virgineo
e la luce beata che dai tuoi occhi s’irradia
ti dice fiore e splendore di tutte le vergini.
Dimmi dunque, dimmi, se né in questo né in quello,
in che modo vorrai essere chiamata,
tu grande ed eccelso miracolo!
O favore del cielo! O prodigio che i secoli
mai portarono, né mai porteranno2!
Vergine e madre sei nel contempo.
Madre, pur conservato il pudore;
Vergine pur con il fecondo grembo.
1 Con perfetto sincretismo classico-cristiano, il paradosso dantesco della Vergine Madre si fonde con l’immagine catulliana del «piede candido», dettaglio sottilmente sensuale che spunta da un passaggio frammentario del carme sessantunesimo, canto nuziale pienamente pagano (ma si può citare anche Petrarca: «Come ‘l candido piè per l’erba fresca / i dolci passi honestamente move»). Ma andrà anche citato, per questo rapidissimo dettaglio anatomico, per questo repentino bagliore che evoca una già pagana immagine di verginità («Rhamnusia virgo», ossia Nemesi), sempre di Catullo, il carme LXVIII, dove è parimenti raffigurato, con toni che ad un lettore cristiano possono far pensare al Cantico dei cantici, il passo lieve e candido della donna che varca la soglia dell’amato («Quo mea se molli candida diva pede / intulit et trito fulgentem in limine plantam / innixa arguta constituit solea»); con un richiamo, per di più, al mito di Protesilao e Laodamia, ossia ad un mito di risurrezione, per quanto fugace.
2 Difficile non avvertire, in questa enfasi sull’assoluta, sovrumana straordinarietà dell’evento, l’eco del De partu Virginis (II, vv. 301 sgg.) del Sannazaro, che parla di «secretos calleis», di «recessus intactos», di «factum mirum, indictum, insuetum, ingens», insomma di un prodigio che sfida la parola del poeta nella stessa misura in cui travalica ogni umana razionalità.
IN OBITU NICOLAI ODDII CARDINALIS ELEGIA
Carmina nil possunt (sincero credite vati)
Tenuia non solum haec, sed ne aliena quidem.
Aeternum plerumque viris prestantibus ipsa
Nomen promittunt; o nimium miseri,
Deceptique viri! Humanis in rebus an ulla est,
Quae tam praeclaro rite queat titulo
Donari aeternae? Quantum pote charta manere
Debilis atque levis, tantum ea et ipsa manent.
Aeternum dare sola potest post saecula nomen,
Praemium et aeternum candida in innocuo
Effulgens animo Virtus; haecque una receptam
De te, care Oddi, mulcet amaritiem;
Quandoquidem in spe nos meliore deseruisti
Ponens mortales protinus exuvias.
Deseruisti: heu tot quaesita laboribus altis
Purpura post paucos ipsane restitui
Debuerat menses necdum absterso bene forsan
sudore, incense quo maduere gena?
Deseruisti: heu praesidio fraudata potenti,
Ac Divis invisa omnibus Aemilia!
Hiceine dilecti adventus Patris? Obvius illi
Publicus hac dudum festa parabat amor?
At miser ipse etiam antique iam cara Ravenna
Litora decreram tangere sollicito
Quam primum pede. Conspiciam (mecum ipse loquebar
Non semel impatiens) hisce ego tandem oculis
Insignem pietate Virum post mille labores,
Quos Helvetica, quos undique Teutonica
Gens fremitu est denso, ac plausu admirata secundo,
Fulgentem sacro murice conspiciam.
Haec ego stultus ego premeditanti animo
Volvebam, quae olim fuerant, rebarque futura:
sed visum magnis est aliter superis1.
Hoc tamen in luctu communi, hoc inque dolore
Pauca coercere haec carmina non potui.
Non equidem ut tam conspicuae virtutis ad astra
sperem cantando tollere posse decus,
Quod nullius opis doctarum Heliconidum egere
Arbitror; at iusto ut percipere ipse queam
In maerore aliquod saltem quodcumque levamen.
Hoc mihi de sacro vertice, Pierides,
Hoc mihi si faciles dederitis, inutile nomen,
Et laudes vulgi deprecor, ac fugio.
1 Eco del celebre virgiliano «dis aliter visum» (Eneide, II, 428), brevissimo cenno da cui Dante trarrà lo spunto per immaginare la salvezza dell’anima di Rifeo, «iustissimus unus et servantissimus aequi» (il che può giustificare, qui, l’affiorare in un contesto cristiano dell’idea, del tutto pagana, del Fato inesorabile e del superiore volere degli Dei). Ma i versi di Zampieri ricordano anche, nella virtualità della potenziale vicenda esistenziale troncata dal destino avverso, l’incompiuta profezia riguardante Claudio Marcello nel libro sesto del poema virgiliano.
ELEGIA IN MORTE DEL CARDINALE NICCOLÒ ODDI
Nulla possono i carmi (credete a un vate sincero),
non solo questi così flebili, ma neppure gli altri.
Promettono agli uomini illustri un nome eterno:
o sventurati, disillusi uomini! Fra le cose mortali
ce n’è forse una cui possa essere dato
il fulgido nome di eterna? Quanto può durare
la carta labile e lieve, tanto durano i carmi1.
Solo la candida Virtù che risplende in un’anima pura
può dare una gloria eterna e un eterno premio
oltre i secoli; e questa soltanto può addolcire
l’amarezza di averti, o caro Oddo, perduto.
Nella nostra migliore speranza
ci hai lasciato, deponendo le spoglie mortali.
Ci hai lasciato: ahimè, la porpora, guadagnata
con così nobili sforzi, dopo pochi mesi
doveva essere resa, prima ancora forse
che fosse asciugato il sudore
di cui grondarono le tue ginocchia, nell’ardore?
Ci hai lasciato: povera Emilia, defraudata
di un presidio potente, e invisa a tutti gli dei!
E l’arrivo del diletto Padre? L’amore del popolo
che si preparava a farglisi incontro festoso?
Io, sventurato, già meditavo di toccare
quanto prima, con piede sollecito,
le coste di Ravenna, a me da tempo care.
Vedrò (fra me e me spesso dicevo impaziente)
coi miei occhi infine l’uomo insigne dopo mille fatiche,
che già la gente d’Elvezia e di Germania
ammirò con denso fremito e favorevole plauso2:
lo vedrò, fulgido della sacra porpora.
Queste cose, stolto, meditavo con animo presago,
quelle che furono un tempo, e che credevo sarebbero state:
ma i grandi dei disposero altrimenti.
Eppure in questo lutto comune e in questo dolore
non potei frenare questi pochi versi;
non già perché io speri, cantando, d’innalzare alle stelle
la gloria di una così eccelsa virtù,
cui non giova l’aiuto delle dotte Muse;
ma per avere un qualche sollievo nel giusto dolore.
Se voi, Pieridi, dal vertice sacro mi darete
l’inutile nome di poeta, e le lodi del popolo,
io li depreco e rifuggo.
1 Questa sorprendente resa della poesia di fronte al tempus edax può ricordare il Petrarca del Triumphus Temporis come l’ironicamente sfiduciata visione ariostesca di Astolfo sulla luna.
2 Certo eccessiva l’affermazione di Zampieri. L’epistolario di Niccolò Oddi (vedi ad vocem il Dizionario biografico degli italiani, vol. 79), messo pontificio a Colonia e a Lucerna, insiste ossessivamente sui problemi di salute, sulle difficoltà economiche, sulla cattiva accoglienza da parte delle rappresentanze diplomatiche straniere, e sulla costante diffidenza che sarebbe stato necessario mantenere nei riguardi delle autorità germaniche. Ma, forse, sono proprio questi i labores (nell’iperbole poetica quasi le prove, i pathemata, di un eroe epico) a cui Zampieri allude.
HIERONYMO FERRIO PRO LINGUA LATINA CONTRA ALAMBERTIUM SCRIBENTI
O decus, o Latiae vis formosissima linguae!
At postquam Arctois1 barbara litoribus
Tempestas effusa omnem fatalibus armis
Crudelique iugo contudit Ausoniam
Capit in ore hominum labefactari, illaque prorsus
Pulchra Latinorum lingua subinde mori.
Omnia nam fato subsunt mortalia eidem;
Perpetuum nostro durat in Orbe nihil.
Quorsum igitur labor, aut potius dementia linguam,
Quae sibi decretum pertulit interitum,
Eruere e tumulo, vitaeque reducere in auras?
Proh qualem! sic me Numina sancta juvent;
Qualem nullus homo esse olim potuisse putabit
Mancam, atque imperfectam, utpote litterulas
Ignaram aut aspirare, aut inflectere multas;
Et quo constabant carmina prisca sono
Longarum, et brevium penitus penitusque carentem;
Et qualem demum, siquis ab Elysio
Huc reditum ferret forte, audiretque loquentem,
Nemo Latinorum crederet esse suam.
Hic age, mi Ferri, nos hic probe uterque ferimur,
Qui vitam vano iugiter in studio
Illusi terimus. sed me nec tela, nec ignes
Terruerint, sensum quominus ingenui
Ipse animi expromam, ut nostros quoscumque labores,
si potis est, labe hac vindicem ab immerita.
Primum igitur quod lingua hominum cessarit in ore,
Cumque suo occiderit funditus imperio,
Haud equidem inficior: sed quaeso numne latino
Hanc uni imperio fata dedere vicem?
Quonam vos, solyme? quonam quo abiistis, Athenae?
Orbi iam toto Urbs utraque tam celebris,
Utraque cessistis fato omnia quaque ruenti:
Illamque inter arena herbifera, et cumulos
saxorum Peregrinus quaerens: baeccine vero
Perfecti Urbs illa est plena decoris? ait.
Excisum est regnum Iudaea gentis, et illa
Lingua Prophetarum, magnanimumque Ducum
Destitit in labiis viventibus inde sonare.
Alteriusque locum, qua fuit Jonii
Gloria, quum fluctus celeri rate navita verrit,
Commonstrat digito, multaque corde gemens:
Hos inter scopulos (inquit) notissima quondam
Cecropis Urbs altum tollere visa caput.
Gens fuit armorum laude inclita, et inclita quotquot
Pallas habet doctis foetibus ingenii.
Nil minus bebraeo interiit sermo atticus; unae
At nobis chartae reddere utrumque valent.
Nocturna has versare manu, et versare diurna2
Quanti sint pretii dicere iam incipiant
Quaeque facultates seu sacrae, sive prophanae;
Auxilium ex ipfis quippe decusque trahunt.
1 Per indicare i popoli settentrionali, vedi ad esempio Lucano, Pharsalia, III, 74: «Gallorum tantum populis Arctoque subacta».
2 Eco da Orazio: «Vos exemplaria Graeca / nocturna versate manu, versate diurna» (Ars poetica, 268-269).
A GIROLAMO FERRI, CHE SCRIVE CONTRO D’ALEMBERT IN DIFESA DELLA LINGUA LATINA1
O gloria, o splendida forza della lingua latina!
Ma da quando un barbaro clima
debordato dalle rive del Nord
ha colpito tutta l’Ausonia con giogo crudele e con armi fatali,
inizia a sciogliersi nella bocca degli uomini
e poco a poco a morire la bella lingua latina2.
Ad uno stesso fato soggiacciono tutte le cose mortali;
nulla nel nostro mondo dura eterno.
Dunque a che scopo la fatica o follia
di scuotere dal sepolcro una lingua
già giunta alla propria morte segnata,
e renderla ai soffi della vita?
Quale poi! Mi siano testimoni gli dei:
quale nessuno crederà sia mai stata possibile,
monca e imperfetta, incapace di aspirare o di flettere
molte lettere; e priva, nel profondo, del suono
con cui i versi antichi scandivano le lunghe e le brevi;
e che nessuno dei Latini, tornato dall’Eliso,
sentendola parlare, crederebbe propria.
In questo, mio caro Ferri, entrambi
con probità ci affanniamo, noi che illusi,
senza sosta, in un vano studio consumiamo la vita.
Ma né frecce né fiamme mi dissuaderanno
dallo sfogare il sentimento dell’animo puro
per liberare, quanto mi è possibile,
le nostre fatiche da quest’ombra immeritata.
Che dunque una lingua si sia spenta sulle labbra degli uomini
e dalle fondamenta sia crollata insieme al suo impero3,
ciò non mi turba: forse che solo all’impero latino
il fato impose questa sorte?
Gerusalemme, Atene, dove siete svanite?4
Città in tutto il mondo tanto celebri,
vi arrendeste entrambe al fato, che tutte le cose rovina:
il viandante che quella ricerca
fra erbose arene e cumuli di sassi,
“è forse questa”, domanda,
“quella città ricolma di compiuto splendore?”
Distrutto è il regno degli Ebrei
e quella eccelsa lingua di Profeti e magnanime guide
ha cessato di risuonare sulle labbra dei vivi.
Il luogo dell’altra, dove fu la gloria dello Ionio,
quando il navigante solca i flutti con i rapidi remi,
mostra a dito, molto gemendo nel cuore:
fra questi scogli, dice, un tempo celebre,
la città di Cecrope apparve levare alta il capo.
Fu stirpe eccelsa nella lode delle armi,
e Pallade la possiede, gloriosa
di tutti i dotti parti dell’ingegno.
La lingua greca è morta
non meno dell’Ebraica5. Soltanto le carte
possono rendercele. I giorni e le notti di studio
inizino a dirci di quale pregio e valore
sia la sacra e profana sapienza
che da esse trae ausilio ed onore.
1 Riferimento al l’opera Pro linguae Latinae usu epistulae adversus Alambertium, edita a Faenza nel 1771, della quale in questa poesia vengono riecheggiati e riassunti alcuni concetti fondamentali (in particolare l’idea che l’impossibilità di riprodurre l’esatta sonorità della lingua classica non fosse d’ostacolo all’uso di essa in forma scritta).
2 In anticipo di qualche decennio sulla polemica dei Classicisti contro i Romantici, Zampieri vede nel contagio romantico proveniente dalle letterature inglese e tedesca un pericolo per la salvaguardia della tradizione classica.
3 Lo stretto nesso umanistico (basti pensare alle Elegantiae latinae linguae del Valla) di lingua e civilizzazione si dissolve, qui, in una preromantica (a dispetto dell’antiromanticismo professato dall’autore) poetica delle rovine.
4 Il motivo dell’ubi sunt, della domanda senza risposta circa il destino delle passate grandezze, è presente nella Bibbia e nella letteratura medievale. Ma è difficile non pensare, leggendo questi versi, a Foscolo e a Leopardi (che aveva Zampieri nella propria biblioteca): «Involve / tutte cose l’obblio nella sua notte»; «Il tempo con sue fredde ale vi spazza / Fin le rovine»; «se ne porta il tempo / Ogni umano accidente. Or dov’è il suono / Di que’ popoli antichi? (…) / Tutto è pace e silenzio, e tutto posa / Il mondo, e più di lor non si ragiona».
5 Alla lingua ebraica è riconosciuta un’importanza culturale non minore di quella del greco e del latino. In ciò, l’autore non è lontano dall’interesse che per la mistica ebraica nutrirono già gli Umanisti fiorentini.
DE OSSIANO NOVI MAGNIQUE NOMINIS POETA
Usque iam ab Augusto tam crevit copia vatum,
Ut plures atomis sint, Epicure, tuis.
Haec nostrum potuere Orbem struere, idque putatum est;
sed vates Orbi taedia magna struunt:
Illepidi vates nimirum, copia quorum
Turmatim puncto temporis exoritur.
En tenebris saeclorum etiam effodiuntur ab altis,
Et Celtam primo cernimus ire loco.
Celtam? Quis credet? Nemo. O divina Poesis,
Audeat os quisquam sic tibi sublinere1?
1 Espressione plautina (Mercator, 485 e 631).
SUL POETA OSSIAN 2, DI NUOVA E GRANDE FAMA
Fin dai tempi di Augusto tanto crebbe
la folla dei vati, che sono più numerosi,
o Epicuro, dei tuoi atomi. Essi ‒ così si è creduto ‒
poterono forgiare il nostro mondo3;
ma i vati al mondo forgiano grandi noie:
vati sgraziati, certo, la cui folla
d’un tratto spunta in massa. Ecco che si riesumano
sin dalle fonde tenebre dei secoli,
e in testa a tutti vediamo avanzare un Celta.
Un Celta? Chi ci crederà? Nessuno.
O divina Poesia, di te chi mai
oserebbe così prendersi gioco?
2 Fra i primi, Zampieri riconobbe la falsità dei Canti di Ossian, pubblicati nel 1760 e attribuiti ad una sorta di cupo Omero nordico, ma in realtà opera di James Macpherson.
3 Riferimento all’atomismo e al materialismo, assai significativo in un autore conservatore e antimoderno come Zampieri.
Alla signora Faustina Maratti Zappi 1 d’immortal memoria per le nozze della
signora Livia sua Figlia
Se avessi i vostri accenti,
O cara a l’alme Muse
Aglauro2, cui son use
Il nettare stillar,
Potrei d’alteri, e nobili
Versi corona tessere3,
E il nuzial di Livia
Candido dì fregiar.
A sì possenti note
I cor più rozzi, e vili
Vedrebbonsi gentili
Per forza divenir4.
So che una volta placide
Le Fere si mirarono,
E l’animate roveri
Di cetra il suon seguir5.
Non per cagion più bella
Di Rodope il Cantore,
Quando il pungeva amore;
Le fila mai temprò;
Benché le selve Tracie
La donna ancor rammentino,
Cui Radamanto rigido6
Indietro richiamò.
Voi sola, voi potete
Di figlia sì felice,
O chiara genitrice,
I pregi dirne appien;
Che quanto in lei rimirasi
Valor, beltate, e grazia,
Qual da sorgente limpida7,
Tutto da voi sen vien.
La Fonte sa ben ella
Quant’acque accoglie il rivo,
Che rauco, e fuggitivo
Fuor del suo seno uscì;
E mentre l’erbe tenere,
E i fior del prato abbevera,
Tutto è poi vanto e gloria
Di lei, che il partorì.
Dunque narrate i doni,
Che la materna cura
Emula di Natura8
A larga man le diè.
Le gentilezze, e i candidi
Costumi, e quell’affabile
Contegno, e il pronto spirito,
E l’incorrotta fè.
Ma stolto, che chied’io?
Deh, se cortese siete,
Il canto sospendete,
Aglauro, per pietà;
Che troppo è gran rammarico
L’eccelse laudi, e il merito
Udir di tal, che perdere
Tra poco si dovrà.
O Lucca9 avventurosa,
Ove per farsi onore
Volle il superbo Amore
Così bel nodo ordir,
Tu vai fastosa ed ilare
sol con le nostre perdite.
Oh quante costa lacrime
Il nuovo tuo gioir!
1 La celebre poetessa arcade, a cui Zampieri fu legato da lunga ed affettuosa amicizia.
2 Pseudonimo della poetessa in Arcadia.
3 Aggraziata metafora la cui origine va fatta risalire almeno alla poesia ellenistica (Meleagro).
4 La donna che ingentilisce l’animo di chi la contempla è motivo stilnovista.
5 Riferimento al mito di Orfeo.
6 L’inflessibile sovrano degli inferi.
7 Rivisitazione laica di Maria fons virtutum.
8 «Emula di Natura» è, tradizionalmente, la Pittura: vedi ad esempio, nella Galeria del Marino, Archimede: «La mano d’un Vecchio oggi ha costrutto / (emula di Natura) un Mondo tutto». Con arguto parallelismo, ed efficace ed articolata similitudine, l’istruzione è assimilata all’arte. Il tema pedagogico è al centro del poemetto Tobia (vedi oltre).
9 La figlia della Maratti, Livia, sposò nel 1730 il lucchese Niccolò Guidiccioni.
Se alcuna volta avvien ch’ io volga e sproni
Le pertinaci rime in altra parte,
Tornano indietro, e disprezzando ogni arte
Fan che d’ Egeria sol canti, e ragioni1.
Qualunque si tien bella mi perdoni
se di gloria e d’ onor non le fo parte.
Non ho per altra inchiostri, e penne, e carte;
Né mi prometto che un sol verso suoni.
Anzi prov’io ciò, che sovente suole
Chi nel sol abbagliate ha le pupille;
Che in ogni cosa veder pargli il sole2.
Dovunque grazia, e leggiadria sfaville
In atti, in vezzi, in riso, ed in parole
Egeria veggo in mille donne, e mille3.
1 Egeria è pseudonimo di una fanciulla castamente vagheggiata (forse la stessa dedicataria dei versi d’amore in latino) difficilmente identificabile. Vi è l’eco del petrarchesco «vario stile in ch’io piango e ragiono» del sonetto proemiale.
2 Il motivo neoplatonico del Sole come fulcro dell’universo e fonte di ogni perfezione è filtrato dal petrarchismo cinquecentesco (vedi ad esempio Vittoria Colonna: «Come il calor del gran pianeta ardente / dissolve il ghiaccio, o ver borea turbato / fuga le nubi, così il Sole amato / nïun basso pensier nel cor consente. / Vien donno nel suo albergo e la mia mente / di suo’ nimici sgombra, ond’è illustrato / mio spirto alor dal suo lume beato; / l’altre cure men degne ha in tutto spente).
3 Neoplatonica e petrarchesca è anche quest’idea della Donna ideale che illusoriamente si riverbera in qualsiasi parziale, terrena e fuggevole, epifania di bellezza (vedi ad esempio Canzoniere, XXVIII: «Quando in sì poca carta / Novo penser di ricontar mi nacque, / In quante parti il fior dell’altre belle / Stando in sè stessa, ha la sua luce sparta»).
E le grazie, che il Ciel largo vi diede,
Qual pria dirò, qual dopo, Egeria bella?
sarà la lingua al ver troppo rubella1,
se tutte palesarle al mondo crede.
Anche pastor ferma di notte il piede
Che stolto noverar pensa ogni stella2;
E il dito alzando or questa segna, or quella,
Ma poi si stanca, e de l’error s’avvede.
Così di voi dirò la leggiadria,
Il parlar dolce, il bel guardo vivace,
Gli atti soavi, e l’alta cortesia3;
Dirò lo spirto altier, l’alma sagace;
Ma sappia il mondo per discolpa mia
Che il più bello di voi da me si tace.
1 L’espressione si trova, fra gli altri, in Metastasio, I voti pubblici («Né già dall’apparenza, al ver rubella / Talor fra noi così che il guardo inganna»), con uguale allusione al velo terreno che impedisce la contemplazione e l’espressione dell’eterna essenza.
2 Chiara anticipazione leopardiana («noverar le stelle ad una ad una», nel Canto notturno, che peraltro poggia, con una consonanza più letterale che concettuale, sul petrarchesco «ad una ad una annoverar le stelle»).
3 Evidente eco stilnovista (vedi ad esempio Cino da Pistoia: «La dolce vista e ’l bel guardo soave / De’ più begli occhi che si vider mai»).
Donna, se questo a voi già sacro ingegno
Più non s’alza a le belle opre d’onore,
Ma nel vil ozio1 illanguidisce, e more,
Colpa fia sol del vostro acerbo sdegno.
Deh, se d’altro soccorso io non son degno,
Fingete meco almen, fingete amore;
E quantunque ingannato, avrò vigore
Per innalzarmi a glorioso segno2.
Che sol che un vostro sguardo in me sen cada,
sento nascer virtude, e l’Alma sale
Maggior di sé per luminosa strada3.
Così contento avrem, benché ineguale;
Voi dando l’amor vostro a chi v’aggrada,
Ed io fatto per voi chiaro e immortale.
1 Eco petrarchesca («La gola e ’l sonno et l’otïose piume / hanno del mondo ogni vertù sbandita»).
2 La parola ha qui tutta la pregnanza di significato (non solo emblema essenziale, ma anche suprema meta di perfezione) che assume nel Paradiso dantesco: «sacrosanto segno» (VI 32); «quel segno, che di laude / de la divina grazia era contesto» (XIX 37), «segno del mondo e de’ suoi duci» (XX 8), «lo benedetto segno» (XX 86); ma si possono ricordare anche le parole di Brunetto Latini a Dante nel quindicesimo dell’Inferno: «Se tu segui tua stella, / non puoi fallire a glorioso porto». Interessante, per l’esatta espressione, la coincidenza con il giovane Manzoni del Trionfo della libertà: «Tu co’ suoi divi carmi il vizio fiedi, / E volgi l’alme a glorioso segno».
3 Metafore dantesche, qui applicate al cammino che conduce all’eternità della gloria poetica che l’amore (altro concetto petrarchesco) può aiutare a conferire: «aprì le strade tra ‘t cielo e la terra» (Pd XXIII 38); «una melodia dolce correva / per l’aere luminoso» (Pg XXIX 23).
Ben debb’io ringraziar, Donna crudele1,
Ogni repulsa, ed ogni tua durezza,
Che la mia speme ad ingannarmi avvezza
Nutri non d’ altro che d’ assenzio, e fele2.
Che se ver me cortese unqua e fedele
Qualche pietà giungevi a tal bellezza,
Avrei, qual nauta, che il periglio sprezza,
spiegate al vento lusinghier le vele.
Il tuo rigor, qual subito commosso
Nembo, mi tenne in porto; onde l’infido
Golfo d’ amor non m’ha sommerso, e scosso.
Quindi è sol tua mercè s’io scherzo, e rido;
El aurea cetra percotendo posso
Gli altrui naufragi rimirar dal lido3.
1 Tutto il sonetto rinvia, nel tono e nel lessico, al Dante aspro e petroso.
2 Vedi, per l’amarezza dell’amore, Petrarca, Canzoniere, CCCLX: «O poco mèl, molto aloè con fele! / In quanto amaro à la mia vita avezza / con sua falsa dolcezza, / la qual m’atrasse a l’amorosa schiera!»
3 L’immagine del saggio che può contemplare dalla riva, con sereno distacco, il mare delle passioni trae origine dal celebre incipit del secondo libro del De rerum natura di Lucrezio («Suave, mari magno turbantibus aequora ventis, / e terra magnum alterius spectare laborem»).
Nel fondo del mio cor dorme una Fera
Crudel così che ogni momento io tremo1;
E sol che un pensier voli, agghiaccio2, e temo
Che non si svegli incontro a me più altera.
Un piccolo e gentile affetto egli era
Quando in me nacque, e d’ ogni forza scemo;
Poi giunse in breve a tal d’orgoglio estremo
Che più di liberarsi il cor non spera.
Nato che il vidi ah lo dovea ben io
Ratto strozzar; ma me n’ increbbe, e intanto
Di mia folle pietate or pago il fio.
E solo allor forse avrà fine il pianto
Quando vedrà l’iniquo mostro, e rio
Con la mia morte il suo covile infranto3.
1 Vedi Petrarca, Canzoniere, XXII: «Non credo che pascesse mai per selva / sì aspra fera, o di nocte o di giorno, / come costei ch’i ‘piango a l’ombra e al sole».
2 «I’ che ‘l suo ragionar intendo, allora / m’agghiaccio dentro, in guisa d’uom ch’ascolta / novella che di sùbito l’accora» (Canzoniere, LXVIII).
3 Qui l’amore, passione devastante e letale per l’anima, non ha più nulla della catulliana leggiadria.
O cose al mondo ignote1
Gioia, contento, e pace,
Come trovar vi puote
l’uman desio fallace2?
Così dicesti, amabile
Accorta Verginella,
E non tardasti a chiuderti
Entro solinga cella,
Allor qual largo nembo
Su l’arido terreno
A te discese in grembo
spirto di gioia pieno3;
Né per pietate volgere
Curasti un guardo solo
A quei, che il riso cercano
Intra gli affanni, e il duolo.
Ahi, né il Littor superbo
Coi fasci consolari,
Né le tenute a serbo
Ricchezze de gli avari
Quetar non ponno i miseri
Tumulti de gli affetti,
E le cure, che volano
Intorno a gli aurei tetti4.
Chi sul suo capo mira
Pender lucente spada
Ognor teme, e sospira
Ch’ella d’alto non cada5;
Le ricche di Sicilia
Mense allettar nol ponno,
Né d’augei canti o cetere
Fan ch’egli prenda il sonno.
Placido sonno amico
stender I’ali non sdegna
su letticciuol pudico,
Ove innocenza regna.
Ma de’ tiranni i talami
Han cento larve e cento,
Che in fuga tosto il mettono
Facendogli spavento.
Beato quei si chiama,
Che a suoi desir contrasta,
E nulla più non brama
Di ciò, che a viver basta6.
Ei punto non affannasi
se il mar non è sicuro,
O come sorgon l’ladi,
O come cade Arturo7.
Lui non percote il danno
De le stagion nemiche,
se per li campi fanno
Rare ondeggiar le spiche;
Onde timor d’inopia
Lascia ch’altr’Alme aggravi
Quando i plaustri non gemono8
Di molta Cerer gravi
Né il placido sembiante
La grandine scolora
Per li tetti sonante.
Ben se n’affligge, e plora
Il Vignaiuol sollecito,
Che de le care viti
Mira il buon frutto perdersi,
E i sudor suoi scherniti.
Nulla quaggiù si trova
salvo che affanno e pianto;
E ovunque il passo mova
L’Uom sel rimira accanto
O guerreggiante, o in caccia
Il Cavalier galoppa,
E cura torva, e pallida
siede al Destriero in groppa9.
1 Quest’ode (che anticipa limpidamente e sorprendentemente movenze manzoniane e leopardiane), pubblicata più volte in occasione di monacazioni, fu per errore inclusa fra le poesie di Jacopo Antonio Bassani.
2 Si può citare (a conferma dell’impronta che il petrarchismo cinquecentesco lasciò sul classicismo sette-ottocentesco) un passo di Galeazzo di Tarsia, Canzoniere, XLI: «Ebbi i riposi e le mie paci a schivo / (O giovenil desio fallace e stolto), / Or vo piangendo che di lor son privo». Ma quelle «cose al mondo ignote», che trascendono a annullano qualsiasi terreno turbamento, non possono non far presagire il Leopardi di Amore e morte: «Cose quaggiù sì belle / Altre il mondo non ha, non han le stelle. / Nasce dall’uno il bene, / Nasce il piacer maggiore / Che per lo mar dell’essere si trova; / L’altra ogni gran dolore, / Ogni gran male annulla».
3 Immagine di origine biblica («Et fons de domo Domini egredietur, et irrigabit torrentem spinarum», Gioele III, 18) che troverà eco in Manzoni, Il Natale: «Dalle magioni eteree / Sgorga una fonte, e scende, / E nel borron de’ triboli / Vivida si distende: / Stillano mele i tronchi; / Dove copriano i bronchi, / Ivi germoglia il fior».
4 Neppure potere e ricchezza possono sanare le angosce esistenziali. Motivo epicureo.
5 La spada di Damocle che incombe sui potenti.
6 Ideale oraziano del «contentus vivere parvo», qui reinterpretato in chiave cristiana.
7 L’accostamento di Iadi e Arturo è, ad esempio, in Virgilio, Eneide, I, 744 («Arcturum pluviasque Hyadas»). Al fluire del tempo, segnato e scandito da sollecitudini ed affanni, è contrapposta l’immobile pace dell’eternità.
8 Anche i «plaustra gementia» sono virgiliani (Eneide, XI, 138).
9 Versi che, se da un lato riecheggiano Petrarca (Canzoniere, CCCLXVI: «Non è stata mia vita altro ch’affanno. / Mortal bellezza, atti et parole m’ànno / tutta ingombrata l’alma»), dall’altro prefigurano, ancor più chiaramente, Leopardi (Ad Angelo Mai: «E pur men grava e morde / Il mal che n’addolora / Del tedio che n’affoga. Oh te beato, / A cui fu vita il pianto! A noi le fasce / Cinse il fastidio; a noi presso la culla / Immoto siede, e su la tomba, il nulla»).
O per me candido fausto momento1,
Per cui di tante sparse nell’anima
soavi lacrime io non mi pento,
Tu sul ciel d’auree note segnato
stavi aspettando per lieto rendermi
Il favorevole cenno del fato.
Quel dì che vinsemi Amor mi disse:
Verrà per certo; ed al mio vivere
L’invariabile legge prescrisse.
Poscia per l’arduo calle d’amore
Udia la fida speme ripeterlo,
E dolce porgermi sostegno al core.
Momento candido, su per le vie
Del ciel movesti, e tutte volgere
Potesti in gaudio le pene mie.
Ond’ è che l’animo grato ti serbo,
E di te bella farò memoria
Che potrai girtene lieto e superbo.
Ma così rapido volgesti il piede
sull’innocente piacer brevissimo
Che appena il misero cor lo si crede2:
Ora che incognito non t’è il cammino,
O bel momento, per le medesime
Fresch’orme partiti là dal destino.
Se torni subito, io qui tra noi
Chiara onorata mole voglio ergerti,
E noti rendere i pregi tuoi.
Cento vo sciogliere inni festosi
Su la dorata canora cetera,
E canterannoli Geni amorosi.
E ovunque domina Amor, palesi
saran tuoi pregi, talché d’invidia
Tinti vedrannosi i giorni, e i mesi.
Deh tosto moviti ver me non lento
Apportatore di belle grazie,
O sempre candido fausto momento3.
1 «Quare illud satis est, si nobis is datur unus, / Quem lapide illa diem candidiore notat» (Catullo, Carmina, 68, 147-148). Gli endecasillabi del componimento ricalcano fedelmente (con la cesura fissa dopo la sesta sillaba) l’endecasillabo falecio di Catullo, secondo una tecnica inaugurata da Paolo Rolli.
2 È il motivo classico del kairós, del dies, dell’istante delizioso che si vorrebbe invano sottrarre al fluire del tempo. Presente già in Orazio («dum loquimur, fugerit invida aetas»), riaffiorerà in Carducci («L’ora presente è in vano, non fa che percuotere e fugge»).
3 Iterazione e gioco d’eco di origine catulliana, e spesso presente anche nei versi latini.
Le nere querce, che fann’ombra e vesta1
Ampia a Gargano2, vacillar repente3,
E d’improvvisa luce un nembo ardente4
Alluminò lo speco5 e la foresta;
Quel giorno che a Michel fe’ manifesta
Sua voluntate a l’atterrita gente
E ’l novo culto nacque, e la recente
Ara fumò6 per onorar sua festa.
E pur lieto ed amico apparve in atto:
Che fu vederlo quando stuol ribelle
Per lui dal ciel cadeo vinto e disfatto7?
Parean suoi sguardi turbini e procelle;
E dietro al fabbro del primier misfatto
La terza parte rovinò di stelle8.
1 Questo sonetto apparve nel Tomo XIII delle Rime degli Arcadi, Giunchi, Roma 1780.
2 Il sonetto, con suggestivo ed erudito sincretismo, fa riferimento al Gargano come luogo sacro prima a figure del paganesimo (cui rinviano il fulmine, la grotta, l’altare fumante, simboli tipicamente classici) come Calcante ed Esculapio, poi all’arcangelo Michele.
3 Alla cupezza delle rotanti si affianca la violenza delle dentali, con suggestivo effetto fonico.
4 Nel 492 i Goti di Odoacre sarebbero stati respinti dai fulmini dell’Arcangelo Michele. Così il testo della Apparitio Sancti Michaelis in monte Gargano: «In primo belli apparatu Garganus inmenso tremore concutitur; fulgura crebra volant, et caligo tenebrosa totum montis cacumen obduxit».
5 La grotta sacra (crypta e spelunca nell’anonima Apparitio).
6 «Vetus ara multo / fumat odore» (Orazio, Odi, III, 18).
7 Nell’Apocalisse (12, 7-9) Michele sconfigge gli angeli ribelli.
8 Criptica allusione al dodicesimo capitolo dell’Apocalisse, dove un enorme drago rosso (draco magnus rufus), simbolo del Male, fa precipitare sulla terra un terzo delle stelle con i colpi della sua coda («cauda ejus trahebat tertiam partem stellarum caeli, et misit eas in terram»).
Dal Giobbe esposto in ottava rima 1
Nel suo silenzio ei meditando ascese
A l’alto solio2 de l’eterna essenza,
E i gran decreti ad adorar intese
De la non mai scrutabilProvidenza3.
A fin si risolvè di far palese
Quanto nel cor chiudea con violenza;
E le sventure maledì, che tutto
son propriamente de’ peccati il frutto.
Pera, diss’egli, e di terror fecondo
Un disusato estro gli ardea nel petto,
Pera quel tristo dì4, ch’ io nacqui al mondo,
E quella notte rea, ch’ io fui concetto.
Si cangi in tenebroso orror profondo
Quel giorno, e Dio nol chiami al suo cospetto.
Ombra di morte gli si stenda sopra,
Caligin densa, ed amarezza il copra.
La notte poi, la detestata notte
Un tempestoso turbin la possegga.
Infra l’altre da l’anno a noi condotte
Per l’avvenir più non si conti, o legga;
E le regole lor turbate e rotte
Nessun tra i mesi in compagnia la chiegga.
Sia solitaria, e raggio alcun non goda
D’argentea luna, e bel canto non oda 5.
1 L’opera fu edita a Bologna, presso Dalla Volpe, nel 1763.
2 Immagine tassiana: «Da l’alto soglio il Padre eterno / (…) gli occhi in giù volse, e in un sol punto e in una / vista mirò ciò ch’in sé il mondo aduna» (Gerusalemme liberata, I, 7).
3 «Iustitia tua sicut montes Dei, / iudicia tua abyssus multa» (Salmi 36, 7).
4 È il celebre Pereat dies di Giobbe 3, 3 (passo che l’intera ottava, e per larga parte le seguenti, parafrasano).
5 La parafrasi biblica ingloba qui chiare premonizioni leopardiane (basti pensare, nella Sera del dì di festa, alla duplice sfumatura di luce lunare e canto che svanisce).
Trema pur, Giobbe, adunque. Io stesso ignota
Voce sì come d’indistinto e cheto
Romor notturno, e che parea remota,
Intesi risonar1 nel più segreto
Placido orror, quando su l’ale immota
La notte rende ogni animal quieto2.
Certo fu vision, che per le vie
Celesti venne a le pupille mie.
Improvviso timore in quell’istante
M’assalse, e tutte le midolle, e gli ossi
Tutti dal sommo vertice a le piante
Mi fur per freddo tremito riscossi.
E mentre che passavami davante
O nudo spirto, o ver ombra ch’ ei fossi,
Io sentii per la stretta e per lo gelo
De la carne rizzarmisi ogni pelo.
Qual abito s’avesse e qual figura
Né lo conobbi, né lo so ridire…
Era un’immago gigantesca e oscura
Che di pur rimirar non ebbi ardire…
Stettemi innanzi, e qual di lene e pura
Aura talvolta romor s’ode uscire,
Tale a l’orecchio mio voce pervenne,
Che sculta3 entro se stesso il cor ritenne.
Forse al giudizio de l’eterno Dio
Potrà giusto apparire un uom meschino?
E crederassi vil limo natio4
Più puro in faccia al suo Fattor divino?
Terribil cosa e certa già s’udío:
Che l’almo stuol creato a star vicino
Al solio de l’immensa maestade
Non ebbe, no, nel ben stabilitade5.
E se ne i prenci del beato empiro,
Sì chiari spirti, pravità fu vista,
Quanto più ne l’uom labile e deliro6
Abitator di creta abbietta e trista
Ciò, che del mondo nasce entro del giro,
Benché sia forte e ben fondato in vista,
Porta ascoso nel sen quel, che gli sugge
La vita, e a poco a poco lo distrugge.
1 È il verbum absconditum di Giobbe 4, 12 («Porro ad me dictum est verbum absconditum et quasi furtive suscepit auris mea venas susurri eius»).
2 I celebri notturni virgiliani sono filtrati attraverso il Della Casa («a me ten vola, o sonno, e l’ali / tue brune sovra me distendi e posa»); non senza, però, una prefigurazione di atmosfere leopardiane.
3 Quella sinistra voce resta metaforicamente scolpita nel cuore.
4 La parola è usata già in Dante per indicare il fango di cui è stato plasmato l’uomo: «Esso / amor nasce in tre modi in vostro limo» (Purg XVII 114).
5 Allusione al Peccato Originale e alla caduta dal Paradiso.
6 Rarissimo latinismo di uso dantesco (Par I 102) per indicare lo smarrimento della retta vita.
Forse che Dio per te cangiando stile
Pervertirà li suoi giudizi eterni1
O non avendo in podestà simile
Metter vorrà tra i vanti suoi superni
L’opprimer de la terra un verme vile?
Egli giustizia sol vuol che governi;
E se un giorno peccarono i tuoi figli
Dielli de’ lor peccati ne gli artigli.
Se con il cor sollecito e devoto
A Dio ti volgerai, che preci umane
Pietoso non lasciò mai gire a voto,
se te n’ andrai per le vie rette e piane
senza bruttarti del mondano loto,
Ei veglierà tuo difensor verace,
E teco abiteran giustizia, e pace.
Di modo che se in quanto il ciel ti diede
Ne gli anni, che felici innanzi andaro,
Al tuo desir, ch’ ogni desire eccede2,
scarso paruto fosse, e alquanto avaro,
Del tuo ravvedimento per mercede
Ti vedrai messo d’ ogni ricco al paro;
Anzi racquisterai, moltiplicato
Fra la memoria de l’età remote.
1 «Numquid Deus supplantat judicium? Aut Omnipotens subvertit quod justum est?» (Giobbe 8, 3).
2 Si sente già Manzoni: «Ai campi eterni, al premio / che i desideri avanza, / dov’è silenzio e tenebre / la gloria che passò».
L’uomo nato di donna1 ha brevi e scarse
Ore di vita, e fra miserie è involto.
Egli è qual fior, che la mattina apparse,
E innanzi sera vien reciso e colto.
Egli è qual ombra, che vediam gittarse
Dal gnomon2, quando il sole è a lui rivolto;
Tacita fugge, e nel medesmo segno
Per un momento sol non ha ritegno.
Ed a cotal sì miserabil pensi
Che sia tua gloria volger uno sguardo?
Ed al rigor de’ tuoi giudizi immensi
Di provocarlo non avrai riguardo?
Chi fia, che la mondezza gli dispensi,
Se fu d’immondo, e a la virtù codardo
Seme concetto, chi fia mai, gran Dio?
Se non tu, che sei solo e mondo e pio?
Misura han breve i dì de l’uomo, e il giusto
Numer de’ mesi suoi per te sta scritto
Né preterir unqua si può l’angusto
Termine, che una volta fu prescritto.
Non l’aggravar col braccio tuo robusto,
Sì che almen pace abbia lo spirto afflitto;
In fin che venga il giorno di mercede,
Che come mercenario aspetta, e chiede.
1 «Homo natus de muliere» (Giobbe 14, 1).
2 Dalla meridiana. L’immagine biblica (ma già sofoclea) della vita umana come ombra fugace è qui rivisitata alla luce di concetti e strumenti della scienza moderna (vedi ad esempio Galileo, Trattato della sfera: «Tutti gli strumenti astronomici sono fabbricati con l’istessa teorica, che se avessero ad essere adoperati nel centro del cielo, e la punta dello gnomone essere costituita nel vero centro del mondo»).
Com’uom, che giace da gran tempo infermo,
E tutto il dì si dibatte nel letto,
Brama la notte, e qualche aita e schermo
Spera dal sonno, se non gli è disdetto;
Giunta poi quella, e non potendo fermo
Starsi un momento solo, have in dispetto
Ancor la notte, e chiede in tanta doglia
La nova luce, e non sa quel, che voglia;
Tal dopo l’ombre, che mi stanno intorno,
Io la candida luce aspetto e chieggo;
Quella luce non già, che al far del giorno
Ricomparir in Oriente io veggo,
Ma quella, cui non reca oltraggio e scorno
L’atra notte de’ sensi1, in cui mi seggo,
Luce beata, inenarrabil luce,
Che eterni giorni in piagge eterne adduce.
Qual peregrin, che monti e fiumi varca,
E quanto puote affretta il suo viaggio,
Fra i gravi stenti, onde la vita ha carca,
Il natio nido pur gli fa coraggio2;
Questo pensier va seco a piedi, o in barca,
A l’aer freddo, al più cocente raggio;
A questo sempre volto in parte obblia
La noia, e il mal de la trascorsa via.
1 Non la luce del giorno terreno, dunque, ma quella eterna della vita ultraterrena, che lo libererà dai mali. Neoplatonica la contrapposizione fra «l’atra notte de’ sensi» (memore di una potente immagine virgiliana, Eneide I 89: «ponto nox incubat atra»: cui fa da contrasto, parallela alla «candida luce», un’altra vasta pittura, quella di VII, 8-9: «Adspirant aurae in noctem nec candida cursus / Luna negat, splendet tremulo sub lumine pontus»), il buio ingannevole della conoscenza sensibile da un lato, e, dall’altro, l’imperturbabile luce delle Idee.
2 «Poi che se’ sgombro de la maggior salma, / l’altre puoi giuso agevolmente porre, / sallendo quasi un pellegrino scarco. / Ben vedi omai sì come a morte corre / ogni cosa creata, et quanto all’alma / bisogna ir lieve al periglioso varco» (Petrarca, Canzoniere, XCI).
Alza lo sguardo al ciel, mira ed osserva
L’immenso spazio1, cui colora e pigne
L’etere luminoso; ivi conserva
Il sommo Dio la maestà, che il cigne,
Ivi è l’alta sua sede, né proterva
Nebbia de le terrene opre maligne
Può alzarsi tanto che la chiara luce
Turbi di lui, che sovra ognun riluce2.
Laonde tu t’inganni al maggior segno,
O Giobbe, in darti a creder che un sì grande
Eccelso Dio, che ne l’empireo regno
Beato in sé beatitudin spande3,
Prenda regola, o faccia alcun disegno
Per utile, che il mondo in lui tramande.
Ei d’altro non è mosso a far del bene
Fuor sol da la bontà somma, ch’ei tiene4.
Giungono fin lassuso de le molte
Umane scelleraggini le voci,
E de’ poveri i preghi, e le disciolte
Lagrime in faccia di Tiranni atroci5;
E Giudice ch’egli è, qualor le ascolte,
Scende a passi per l’etere veloci6
Ad osservar, pria che il gastigo adopre,
Se al suon, che n’ode, corrispondon l’opre.
1 «Suspice caelum et intuere, et contemplare aethera quot altior te sit» (Giobbe 35, 5).
2 È la dantesca «pura luce» della Divinità.
3 Ricorda la raffigurazione dantesca della Fortuna, strumento nelle mani di Dio, del tutto imperscrutabile agli sguardi umani che pure spesso la incolpano, nel settimo dell’Inferno: «Quest’è colei ch’è tanto posta in croce / pur da color che le dovrien dar lode, / dandole biasmo a torto e mala voce; / ma ella s’è beata e ciò non ode: / con l’altre prime creature lieta / volve sua spera e beata si gode».
4 L’argomento teologico (da Agostino a Tommaso) secondo cui gli umani tendono a giudicare del bene e del male secondo la propria angusta ed utilitaristica ottica è qui espresso in toni e termini che fanno presagire Leopardi («E rimembrando / Il tuo stato quaggiù, di cui fa segno / Il suol ch’io premo; e poi dall’altra parte, / Che te signora e fine / Credi tu data al Tutto»).
5 Concetti ed espressioni che anticipano l’Adelchi manzoniano: «Giocondi / si schiereranno al tuo pensier dinanzi / gli anni in cui re non sarai stato, in cui / né una lagrima pur notata in cielo / fia contra te, né il nome tuo saravvi / con l’imprecar de’ tribolati asceso».
6 Immagine che fa pensare ad una divinità omerica più che al Dio ebraico-cristiano.
Dal Tobia ovvero della educazione 1
Oh frutti amari della colpa2! e quale
Ferrea potrebbe infaticabil voce
Mai noverarli? Il primier uom li vide
Ad uno ad uno con quel chiaro lume,
Che a l’intelletto non gli fu sottratto,
Perché tutta scorgendoli potesse
Del proprio fallo assaporar la pena3.
Credibil è che a l’atterrito orecchio
Gli risonasser fin d’allora i tardi
Gridi e lamenti de la sua tradita
Posterità. Questa gli fea rampogne
Ahi ! troppo amare al cor, e gli dicea:
Padre nocente, da te vita avremo;
Ma per retaggio barbaro avrem anche
L’ira del cielo al nascer nostro, e cento
Per tua colpa malori, e morte infine.
Se non che l’alto nume ancora in mezzo
De la giust’ira non è mai che ponga
La clemenza in obblio. Già stabilita4
Entro i divin consigli era per fino
Dagli anni eterni la splendente mostra
Di sua pietà, che avria tutti i beati
Spirti in un mar di meraviglie assorti5;
Quella vo’ dir incomparabil opra
Di nostra redenzion. Mercè di questa
Intenerito il sen, più con amore
Che con asprezza ed ira, a l’infelice
Proscritto capo rivolgendo un guardo:
Dovrai (gli disse) procacciarti il pane
Col tuo sudor. Sentenza fu di pena
Al fallo è ver, ma fu nel tempo stesso
Suggerimento dolce ed amoroso
Di quanto in avvenir per suo governo
L’uomo compier doveva. Industria, ed arte
Alzò la fronte, e gli si pose accanto
Unica consigliera a far men aspra
La traversia del cominciato esiglio6.
1 Dal Tobia, singolare, vivace ed eterogeneo libro della Bibbia, simile quasi ad un romanzo ellenistico (accolto nel canone cattolico ma non in quello ebraico), che aveva già ispirato una cantata di Apostolo Zeno, lo Zampieri trae spunto per questo poemetto in endecasillabi sciolti (edito a Cagliari, presso la Stamperia Reale, nel 1778) in cui, come nell’Augellin Belverde di Carlo Gozzi, vengono criticate le concezioni dell’Illuminismo, cui si contrappone un ideale educativo di stampo cattolico e conservatore.
2 Si allude al peccato originale.
3 Così Manzoni nel Natale: «Tal si giaceva il misero / Figliol del fallo primo, / Dal dì che un’ineffabile / Ira promessa all’imo / D’ogni malor gravollo, / Donde il superbo collo / Più non potea levar».
4 Sia il peccato che la redenzione erano già previsti fin dal principio dei tempi. Sottile venatura giansenista. Così ancora il Natale manzoniano: «O Figlio, o Tu cui genera / L’Eterno, eterno seco; / Qual ti può dir de’ secoli: / Tu cominciasti meco?».
5 Qui nella rara e latineggiante accezione di “immersi”.
6 Dirà Manzoni nella Passione: «Che i dolori, onde il secolo atroce / Fa de’ boni più tristo l’esiglio, / Misti al santo patir del tuo Figlio, / Ci sian pegno d’eterno goder». Ma già in Dante l’esilio è metafora sia della vita terrena che della dannazione (Inf XXIII 126; Purg XXI 18; Par X 129; Par XXVI 116).
Qual è codesta tua ragion, che possa
De la divinitade la più grande
Idea somministrar? Non è fors’ella,
Come son le create altre sostanze,
Intra brevi confin ristretta1? Or sia
Non dirò solo di fanciul, ma d’uomo
Pur anche incanutito in studi immensi;
Se l’umana ragion potesse alzarsi
Tanto da concepir che cosa è Dio
Sommo, infinito2; ei non saria più Dio;
Ed i misteri non sarian misteri
Ove il mortale avvedimento nostro
Comprenderli potesse. Io ben concedo
Che sia cosa impossibile il capirli;
Non già però che il crederli poi sia
Impossibil del pari. Il buon fedele
Di lor la mente non s’ingombra, come
Osi tu3 di cianciar; anzi se stesso
Tranquilla, e acqueta4, ed ogni dubbio scaccia
In Dio fermo e costante, in Dio, che tutta
L’autoritate avendo, ha tutto il merto
Onde senza timor, senza contrasto
Credasi quello, che si tien per certo
Lui rivelato aver.
1 Eco, forse, di Tasso, Gerusalemme, II, 10: «In che picciolo cerchio, e fra che nude / Solitudini è stretto il vostro fasto!» Ma è sorprendente la consonanza concettuale con certi versi delle Rime di Alfieri («Sue cagioni ha Natura, in se frammiste / D’alti Principi d’ogni luce schivi») o del Giorno di Parini («Paventi il vulgo / oltre natura: il debole prudente / rispetti il vulgo; e quei, cui dona il vulgo / titol di saggio, mediti romito / il ver celato; e alfin cada adorando / la sacra nebbia che lo avvolge intorno. / Ma il mio signor, com’aquila sublime, / dietro ai sofi novelli il volo spieghi»): spiriti che vissero l’epoca dell’Illuminismo (pur se non senza riserve) con acume e consapevolezza infinitamente maggiori rispetto a Zampieri; ma che riconobbero, non meno di lui, e con ancor più amara e lucida ironia, i limiti di un assoluto ed onnicomprensivo razionalismo, e la vastità e la profondità delle tenebre ch’esso, pur nel suo trionfo, non riusciva pienamente a rischiarare.
2 «Matto è chi spera che nostra ragione / possa trascorrer la infinita via / che tiene una sustanza in tre persone» (Purg III 34-36).
3 Il bersaglio polemico è Rousseau.
4 «Disïar vedeste sanza frutto / tai che sarebbe lor disio quetato, / ch’etternalmente è dato lor per lutto» (Purg III 40-42).




