Chiara Appendino si dimette, la Sorelle Fontana affonda nei conti in rosso, e il M5S vota online un solo candidato: Giuseppe Conte. Una parabola gastronomico-apocalittica sull’Italia che lievita male.
C’è un che di panificato nell’aria, un aroma di impasti in crisi e di lievitazioni che non riescono più a reggere il peso della storia. In questi giorni Giuseppe Conte sembra più un fornaio affaticato che un leader politico: tra le dimissioni di Chiara Appendino, le perdite milionarie della maison Sorelle Fontana e un voto online dove è l’unico candidato a se stesso, il suo Movimento 5 Stelle pare diventato una pinsa che voleva essere pizza — ma senza più la giusta temperatura di forno.
Come nella differenza tra pizza e pinsa, qui non si parla solo di forma ma di sostanza.
La pizza — semplice, popolare, immediata — rappresentava il M5S delle origini: quello di Grillo, delle piazze, del lievito madre della protesta e della farina integrale della rabbia sociale. La pinsa, invece, è la nuova creatura di Conte: un ibrido tecnico, a lunga lievitazione, raffinato nella presentazione, ma più leggero nel gusto e meno capace di saziare chi ha fame di rivoluzione.
Il paradosso politico del momento si legge così: Chiara Appendino, la vicepresidente che incarnava la freschezza del primo impasto grillino, si è “sfornata” da sola. Non per un rigurgito d’orgoglio, ma per una questione di ingredienti: troppa farina di soia europeista, poca acqua di spontaneità. La sua uscita è il simbolo di un Movimento che, nel tentativo di essere più digeribile per l’establishment, ha perso la crosta croccante della sua identità.
Nel frattempo, anche la Sorelle Fontana srl, legata alla compagna di Conte, Olivia Paladino, versa in un mare di debiti: un altro impasto che non tiene, un forno spento dove il glamour della Dolce Vita si è trasformato in crosta bruciata. Ironia della sorte: la norma che sospendeva l’obbligo di ricapitalizzare le aziende in perdita — quella che oggi salva temporaneamente la maison — porta proprio la firma del premier Conte. Come se il fornaio avesse inventato il suo stesso estintore.
Ora il Movimento 5 Stelle è chiamato al voto online per riconfermare Conte alla guida.
Un voto che sa di plebiscito a temperatura ambiente: su 76 autocandidature, ne resta una sola, la sua. Come se al banco della pizzeria ci fosse un solo gusto disponibile: Pinsa Giuseppe, “croccante fuori, morbido dentro, ma un po’ indigesta”. Gli iscritti dovranno scegliere tra il sì e il sì, mentre il forno della democrazia interna manda solo un soffio tiepido.
È un passaggio cruciale, certo. Ma anche una metafora di fine ciclo:
la pizza rivoluzionaria del 2013 si è ormai raffreddata; la pinsa gourmet del 2025 si è gonfiata troppo e rischia di collassare. In mezzo, un popolo che mastica confuso, chiedendosi se quella che sta digerendo sia ancora politica o solo marketing gastronomico.
Nell’Italia di oggi, dove tutto è diventato impasto — la politica, la morale, perfino l’economia — Conte resta lì, impastato tra ideali e interessi, tra farine miste e lieviti esausti.
E forse la vera differenza tra pizza e pinsa è proprio questa: la prima nasce per sfamare, la seconda per apparire leggera. Ma entrambe, se non cotte bene, finiscono nel bidone del giorno dopo.
E così, nel grande forno della politica italiana, il destino del M5S e del suo fornaio capo si gioca tutto su una domanda semplice e terribile:
quanto ancora potrà lievitare un impasto già gonfio d’aria?




