Ho assistito alla rappresentazione del 26 maggio 2026, ultima replica del Werther di Jules Massenet al Teatro di San Carlo, produzione che nel corso delle recite napoletane ha raccolto un consenso particolarmente caloroso. Le cronache delle prime serate parlano di applausi prolungati — fino a dieci minuti — soprattutto per Jonas Kaufmann, ma anche l’ultima recita con Francesco Demuro ha confermato la solidità dell’accoglienza dello spettacolo.

Molto efficace la messa in scena firmata da Willy Decker, essenziale e di forte impatto teatrale. La scenografia, costruita attraverso quinte mobili e fondali semovibili, disegna uno spazio continuamente mutevole in cui interni ed esterni si aprono e si richiudono come proiezioni mentali del protagonista. Ne deriva un ambiente volutamente astratto e sospeso, che rinuncia a qualsiasi naturalismo per trasformarsi in una struttura scenica del dramma. Ogni cambio di quadro non coincide con un semplice mutamento spaziale, ma con uno spostamento di percezione: dalla rarefazione iniziale alla progressiva compressione claustrofobica del finale. Particolarmente riuscito l’uso del piano inclinato, dispositivo scenico minimale ma altamente significativo, che introduce una costante instabilità visiva e, insieme, una caduta progressiva dell’equilibrio interiore del protagonista. La regia evita ogni suggestione illustrativa ottocentesca per concentrarsi su una forma di teatro spogliato, in cui il conflitto non si rappresenta ma si struttura come condizione mentale.

Sul piano musicale si è distinta la prova di Francesco Demuro, presente nelle recite del 24 e del 26 maggio. Il suo Werther propone una lettura marcatamente lirica, luminosa, che si colloca consapevolmente lontano da interpretazioni più scabre o introspettive del ruolo. La linea di canto privilegia continuità, morbidezza e fluidità del legato, restituendo un personaggio meno torvo e più esposto, quasi immediatamente vulnerabile. La “Pourquoi me réveiller?” ha assunto così il valore di uno scarto emotivo netto, accolto da un consenso evidente e non rituale.

Molto convincente la Sophie di Désirée Giove, che pur nella marginalità del ruolo emerge per precisione, freschezza timbrica e intelligenza scenica. La sua presenza introduce una necessaria zona di trasparenza drammatica all’interno di un tessuto altrimenti dominato dalla tensione psicologica.

Caterina Piva offre una Charlotte di solida presenza scenica e crescente intensità. Dopo un avvio misurato, il personaggio acquista maggiore spessore nelle grandi scene del terzo e quarto atto, dove la cantante trova accenti più incisivi e una partecipazione emotiva particolarmente efficace, restituendo con convinzione il tormento interiore della protagonista.

Un tratto decisivo della scrittura di Massenet, spesso frainteso, è la sua natura anti-drammatica in senso tradizionale: Werther non procede per sviluppo narrativo lineare, ma per frammenti emotivi giustapposti, per micro-crisi liriche che si accendono e si dissolvono senza accumulo. In questa prospettiva la lettura musicale della serata ha valorizzato con coerenza la dimensione cameristica della partitura, evitando ogni deriva monumentalizzante e restituendo la fragilità strutturale dell’opera. Nel complesso, la produzione conferma una notevole coerenza estetica e una chiara identità interpretativa, costruendo un Werther più mentale che narrativo, più allusivo che rappresentativo, pienamente inscritto in una tradizione registica contemporanea che legge Massenet come teatro dell’interiorità e non del sentimento.

Un ultimo dato, non marginale, riguarda la risposta del pubblico nella recita del 26 maggio: la presenza di posti vuoti in platea segnala una fisiologica rarefazione dell’affluenza nella fase conclusiva della stagione primaverile. Tuttavia, il pubblico presente si è rivelato composito e marcatamente internazionale, con una significativa presenza di melomani francesi e tedeschi, accanto a spettatori turistici di passaggio. Il San Carlo si conferma così non soltanto teatro cittadino, ma nodo di una rete lirica europea ancora attiva, in cui il repertorio francese continua a circolare come riferimento condiviso per un pubblico internazionale.

Più che un Werther di facile impatto, quello visto al San Carlo si conferma come una proposta coerente nella sua linea interpretativa, che privilegia la dimensione interiore del protagonista e una lettura frammentata del dramma. La regia di Willy Decker trova nella sottrazione scenica e nella mobilità degli spazi una chiave efficace per sostenere questa prospettiva, mentre la direzione musicale e le prove vocali si inseriscono in un equilibrio complessivamente omogeneo. La risposta del pubblico, calorosa e attenta, ha confermato la tenuta dello spettacolo anche nelle ultime recite, pur in un contesto di naturale flessione dell’affluenza. Ne emerge un Werther solido, più introspettivo che spettacolare, che non cerca effetti risolutivi ma mantiene costante una tensione emotiva trattenuta, lasciando allo spettatore un’impressione di coerenza e una inquietudine trattenuta, più che un vero senso di compimento.

Roberto Buono

Ph. Luciano Romano

WERTHER

Jules Massenet

Dramma lirico in quattro atti e cinque quadri

Teatro di San Carlo – Stagione d’Opera e Danza 2025/2026

Regia: Willy Decker
Ripresa: Stefan Heinrichs
Scene e costumi: Wolfgang Gussmann
Luci: Joachim Klein

Direzione musicale: Lorenzo Passerini

Personaggi e interpreti:
Werther – Jonas Kaufmann (20, 22 maggio) / Francesco Demuro (24, 26 maggio)
Charlotte – Caterina Piva
Sophie – Désirée Giove
Albert – Lodovico Filippo Ravizza