“Marinai” (Thera Edizioni, 2025) di Sergio Massimo Greci
Raccontare storie vere o verosimili di uomini di mare di ogni tempo, trasformandole in piccoli miti moderni: è questo l’affresco narrativo di Sergio Massimo Greci, che presenta tredici racconti stimolanti, tutti incentrati sul mare e sugli uomini che lo solcano da millenni.
Il mare è amato, distrutto, rispettato, sfruttato per fare soldi; è compagno sincero, luogo di fuga e di ricerca, ma anche di condanna. È sacro, e in ogni caso non viene mai dimenticato.
Su questo sfondo emergono le suggestioni oniriche di Robinson Crusoe, dove la solitudine diventa insieme forza e follia; si assiste all’arrivo degli ammutinati del Bounty in un’isola misteriosa del Pacifico, scenario di un caso unico di fusione culturale tra uomini inglesi e donne polinesiane.
C’è poi la morte “plebea” di James Cook alle Hawaii: un uomo che ha dominato gli oceani e che finisce “spezzatino” in una baia del Pacifico. Incontriamo anche una tonnara siciliana, descritta come un rito di fecondazione, quasi una messa laica, in cui la rete dei pescatori si trasforma in un ventre materno.
Un richiamo all’avventura emerge nel tentativo disperato e tragico di liberare Napoleone Bonaparte dal suo esilio finale a Sant’Elena; mentre, in un racconto di fantascienza aliena, l’autore mette in ridicolo la politica, mostrando come la soluzione alla fame non passi dalla sostenibilità o dal ripristino dell’ecosistema, ma da un furto tecnologico.
Il mare resta il denominatore comune: non è una barriera, ma un linguaggio universale. Ciro e Istfan appartengono a mondi diversi, eppure la cultura del mare li rende simili. Spesso la terra è luogo di sofferenza, mentre il mare e la spiaggia diventano spazi di riscatto, libertà e solidarietà.
Nel racconto che ha per protagonista un clandestino, un uomo ridotto a ombra, costretto a nascondersi in una stiva calda e rumorosa, emerge con forza una dignità calpestata in patria (“ridotto alla fame, rovistando tra i rifiuti”). Il viaggio in mare rappresenta per lui l’unica via per tornare a essere un uomo: i colori delle persone, il bianco e il nero, svaniscono davanti all’azzurro del mare.
Sono tutte riflessioni amare sulla fragilità umana.
Il richiamo silenzioso dell’autore risiede nella ricerca di autenticità, in un mondo che sta perdendo le proprie radici, e nel bisogno di ristabilire un’armonia tra uomo e natura, laddove quest’ultima non è un nemico da dominare, ma un alleato da ascoltare. Quando una società si fonda esclusivamente sul consumo e sul profitto, finisce per trasformarsi in un parassita, costretto a solcare i mari alla ricerca dell’ultima risorsa rimasta, perdendo ogni traccia di umanità ed empatia.
Nella storia di Pietruccio, infatti, la vera dignità dell’uomo non risiede nel successo facile, ma nella capacità di “reggere il mare” (in senso metaforico e letterale) e nel mantenere un legame onesto con le proprie origini e con gli elementi naturali.
E così, il racconto finale diventa un omaggio alla “napoletanità”, intesa come spirito indomito e resiliente.
Il vero progresso non è quello delle macchine a vapore, ma la capacità di un popolo di restare fedele a sé stesso nella propria anima viscerale, anche quando il mondo intorno cambia radicalmente




