“Ascoltare l’infinito” (2020), romanzo di Gheula Canarutto Nemni.

 

«Noi Recanati siamo osservanti. Ebrei definiti dai giornali e da altri mass media come ortodossi: persone che cercano di seguire le leggi della Torah cogliendo, ogni giorno, la sfida di una vita non facile. Scegliendo della modernità ciò che può convivere con i dettami di D-o ed evitando o rimodellando tutto ciò che non vi si allinea».

Sogni, amori, riflessioni e fatiche di Deb, un’ebrea milanese, determinata a smentire nella propria esistenza il mito dell’inconciliabilità tra carriera e famiglia, un vincolo forse ancor più stringente nel suo contesto religioso.

Un romanzo dichiaratamente autobiografico, popolato di appuntamenti combinati (shiduch), di ragazze che non escono con i ragazzi prima dell’età del matrimonio, di immersioni nel mikveh, la vasca colma d’acqua piovana capace di unire spiritualmente due anime. E poi gli shabat, le kippah sul capo, la sfida quotidiana dell’uomo di vivere nel mondo scoprendo la spiritualità nascosta in ogni euro guadagnato e in ogni passo compiuto.

Perché Dio è ovunque: in un biberon, su una lavagna, nella metro. Il tutto è sorretto da uno stile vivace e luminoso, con una narrazione coinvolgente che accompagna con ironia il lettore senza mai appesantirlo.

Arrivano così le prime difficoltà da giovane sposa: le ricette da imparare, l’esame di maturità, i primi mesi alla Bocconi e lo stupore (quasi lo shock) della segretaria dell’università quando scopre che Deb è sposata, incinta di tre mesi e impossibilitata a sostenere esami nel giorno di sabato.

E ancora: la nascita dei figli, uno dopo l’altro; i problemi persistenti in facoltà per l’allattamento dei neonati. La grande fatica iniziale nel trovare lavoro, in un vero e proprio mondo parallelo rispetto a quello che vive ogni giorno tra le mura di casa.

“Guardo gli altri studenti con invidia, per la libertà con cui possono gestire le proprie ore e le proprie giornate. Poi me li immagino single a quarant’anni, avvolti in costosi tailleur e doppiopetti di Armani. Non ho scelto quel tipo di vita. Scambierei (i miei figli) Nathan e Rachel per il gusto di sedermi a gambe incrociate sul davanzale della finestra dell’università?”.

Proseguendo nella lettura, emerge con sempre maggiore chiarezza come Deb/Gheula sia una donna fuori dal comune. Dio sembra concedere strumenti speciali a chi ne ha più bisogno: a lei, così perseverante nel vivere e citare la Torah in ogni istante, per raccontare a testa alta, senza timidezza né timore, un ebraismo che ai più potrebbe apparire eccessivo.

Ed è proprio qui che il libro trova la sua misura migliore: nella capacità di tenere insieme concretezza e tensione spirituale senza forzature, lasciando che siano i gesti quotidiani a dare profondità al racconto. Ne viene fuori un libro che funziona davvero, poiché racconta con sincerità una realtà poco conosciuta, senza forzare la mano e senza cercare effetti speciali, lasciando parlare le cose così come sono.

Perché le difficoltà, gli ostacoli e le discese esistono per uno scopo: permetterci di salire ancora più vicino a Lui.

Questo è quello che amo della mia vita. Il non essere allineata”.