Pubblicato a Losanna nel 1847 cione e postille anonime (ma dovute a Michele Amari, il celeberrimo arabista oltre che illustre politico siciliano) il libro espone, quasi giorno per giorno, affidate alla penna appassionata di Niccolò Palmeri (1778-1837), anch’egli uomo politico, nonché economista e compartecipe degli avvenimenti narrati, le vicende che tra il 1812 e il 1815 diedero alla Sicilia l’occasione di governarsi sulla base di una carta costituzionale di tipo liberale conformata su quella inglese. A promulgarla concorse un succedersi di eventi che scaturirono dai riassetti istituzionali imposti dal regime napoleonico negli stati italiani, e che coinvolsero pure il reame di Napoli.

Nel 1806 il suo re Ferdinando IV, spodestato da Gioacchino Murat e fuggito a Palermo, capitale del regno di Sicilia, impose numerose gabelle per mantenere la corte all’altezza dell’antico prestigio e per garantire la salvaguardia del trono; il parlamento siciliano gliele permise ma pretese la concessione di una costituzione ben vista anche dall’Inghilterra, che proteggeva il regno di Sicilia divenutole indispensabile per poter conservare il suo potere marittimo nel Mediterraneo.

Non volendo però accettarla, su pressioni inglesi nel 1812 Ferdinando fu costretto ad abbandonare il governo, nominando vicario il figlio Francesco (il futuro Francesco I re delle Due Sicilie), che la proclamò il 10 agosto del 1812. Redatto dall’economista Paolo Balsamo sulla falsariga di un quadro di riferimento politico su cui ricondurre l’antica legislazione siciliana e al contempo adattarla alle esigenze locali, lo statuto era permeato dei princìpi informatori di una aristocrazia moderatamente progressista e validamente rappresentata da Giuseppe Ventimiglia principe di Belmonte e da Carlo Cottone principe di Castelnuovo, entrambi esponenti del partito aristocratico costituzionale. Composto da più di 500 articoli, il dettato conteneva importanti e inauditi elementi di novità: a parte la divisione dei poteri fra due assemblee sul modello britannico (la Camera dei Comuni e la Camera dei Pari), tra l’altro sopprimeva il feudalesimo, suddivideva l’amministrazione dell’isola in 23 distretti, aboliva i fidecommessi e consentiva la libertà di stampa.

Il nuovo ordinamento ebbe tuttavia vita breve e sofferta, sia a causa delle incomprensioni procedurali e dei litigi fra i rappresentanti delle due camere (culminati negli scontri presto divenuti insanabili fra il principe di Belmonte e il principe di Castelnuovo), sia soprattutto per il subdolo comportamento del re Ferdinando, che ancora accomodante e sornione durante il suo forzato soggiorno in Sicilia, evitò poi di applicarlo quando, reintegrato nelle prerogative regie, nel 1815 gli fu possibile rientrare definitivamente nel regno di Napoli dopo la caduta del Murat. Ma a vanificarlo fu la restaurazione dei governi sancita dal Congresso di Vienna, che nello stesso anno rimise sui troni le monarchie dell’ancien régime, con la conseguenza che, pur senza abrogare di fatto la costituzione, nel rinnovato clima assolutistico il re non convocò più il parlamento siciliano prima che nel 1816 il Regno di Sicilia e il Regno di Napoli venissero soppressi e confluissero nel formare il Regno delle Due Sicilie sotto il medesimo sovrano, rinominatosi Ferdinando I. Il risultato fu quello di alimentare le tendenze separatiste dell’isola che cominciarono a manifestarsi e a divenire endemiche da lì a poco, e di alienare alla corona l’appoggio della potente nobiltà siciliana impersonata dai baroni, ponendo così le premesse ai fermenti risorgimentali.

Sinossi a cura di Giovanni Mennella

Dall’incipit del libro:

L’opera che diamo alle stampe fu scritta in Sicilia venticinque anni fa. Dopo il congresso di Laybach e la fine prematura delle rivoluzioni di Napoli e di Piemonte, il 21 giugno 1821, si trattò nella Camera de’ Comuni d’Inghilterra di far che il governo britannico procacciasse la ristorazione delle violate libertà e leggi fondamentali della Sicilia. Messe tal partito lord Guglielmo Bentinck, che n’avea ben d’onde; contrastollo lord Castelreagh, tenendo sempre il sacco a tutti i despoti della terra. Nè lo zelante ministro di servitù esitò un momento ad affermare in quest’incontro, con asseveranza e quasi disprezzo, tre bugie solennissime: non aver mai avuto la Sicilia un governo rappresentativo innanzi il 1812: nel 1815 avere il Parlamento siciliano medesimo pregato il re che riformasse a piacer suo la costituzione: in ogni modo, giugnere ormai troppo tardi le querele, ed esser già riparato il male più grave, poichè, per effetto del congresso di Laybach, la Sicilia era già per godere un governo al tutto distinto da quel di Napoli. Fu agevol cosa, egli è vero, a sir J. Mackintosh, patriotta e bel parlatore, di smentire il marchese illustrissimo, e sostenere la proposta di Bentinck: ma all’avversario parve meglio risponder coi voti che cogli argomenti; sessantanove voci per lui, trentacinque per Bentinck; e la conchiusione fu che la Sicilia stava benissimo com’ella era. È superfluo il dire che i Siciliani non pensavano punto così.

Scarica gratis: Saggio storico e politico sulla Costituzione del Regno di Sicilia infino al 1816 di Niccolò Palmeri.