I Racconti di guerra raccolgono in volume le corrispondenze che l’autore ha prodotto come giornalista di guerra per «La Stampa» e per altre testate. Sono pubblicati a guerra in corso, nel 1917, volutamente senza modifiche rispetto al testo originale. L’autore vuole conservare la freschezza e l’immediatezza delle sensazioni espresse nei suoi articoli. Il tono è decisamente diverso da quello di molti “corrispondenti di guerra”, come li chiama Attilio Frescura nel suo Diario di un imboscato riferendosi a Luigi Barzini (senior) ed ad Arnaldo Fraccaroli.

Ambrosini non esalta l’eroismo a tutti i costi e la “bella guerra”. Al contrario descrive l’esperienza bellica nella sua immediatezza e nella sua cruda realtà, in “presa diretta”. Protagonisti sono l’ambiente ostile e la fatica; il pericolo e il trauma, la figura del soldato. Per lui le terra conquistate nella prima fase della guerra dall’esercito italiano, non sono “terre redente”, ma “terre invase”, e nel capitolo con questo titolo assume il punto di vista degli abitanti di queste terre che hanno visto sconvolto il loro mondo.

Tale atteggiamento rispecchia le idee politiche di Ambrosini: contrario all’entrata in guerra, anche se la visse come corrispondente e come combattente, dopo la fine del conflitto le sue critiche all’esercito (per le grandi manovre militari del 1925) gli costarono un processo e la fine della carriera giornalistica, divenendo inviso al regime al punto che, alla sua precoce morte nel 1929, il suo quotidiano («La Stampa», al tempo diretta da Malaparte) ignorò la notizia.

Tra i testi di Ambrosini trova posto il Diario di trincea del suo grande amico Renato Serra, in cui – si dice nella prefazione – il nostro autore ha segnato con tratti punteggiati alcune brevi lacune della trascrizione.

Sinossi a cura di Claudio Paganelli

Dall’incipit del libro:

Sono andato a cercare la guerra lungo l’Adriatico.
Romagne, Marche, i paesi miei: dove odo parlare dialetti familiari, dove tutto mi è familiare: i volti delle cose, l’animo della gente, i suoni della vita, che s’alzano dalle strade, dai campi e dalle soglie delle case. Ho voluto vedere che c’è di mutato laggiù.
Andando verso il mare, per le basse di Ferrara, contemplavo l’aurora sulle terre distese, pacifiche: i suoi fuochi accesi sui cantieri di grano, sulle foreste scure di canapa; e i pennelli dei pioppi aguzzi nell’aria cilestrina.
Il solito risveglio della campagna di giugno, e tutto era come sempre: i canali, i cascinali, le aie, i pagliai, i maceri, i fossi, le siepi, e quell’indescrivibile folto della vegetazione che in giugno copre la terra come d’un peso.
Il panno turchino d’un territoriale che vigila un ponte con l’alta baionetta inastata sul lungo fucile, non muta il senso del paesaggio.
L’occhio è tranquillo, non coglie nulla di insolito: vede le vie frequentate, i carrettini fermi dinanzi alle sbarre dei passaggi a livello, le contadine scalze che hanno posato il paniere sul margine della strada e infilano e calze e scarpe prima d’entrare in città.
Dove è la guerra? Io ne cerco i segni con l’occhio in torno.
Quella mandria di bovi disciolti, che alcuni uomini cacciano a colpi di randello entro lo steccato della stazione; quel carname ossuto e grigio che vien dalla strada in una nuvola di polvere, fa pensare a qualche lontano mattatoio militare. È il rancio dei nostri soldati.

Scarica gratis: Racconti di guerra di Luigi Ambrosini.