All’Auditorium Parco della Musica, nella cornice delle celebrazioni per i quarant’anni di attività di Bang on a Can, la Fondazione Musica per Roma in coproduzione con l’American Academy in Rome presenta la prima italiana (16 aprile 2026) di Lost Objects di Michael Gordon, David Lang e Julia Wolfe. L’evento non si limita a riproporre un titolo del primo post-minimalismo americano, ma funziona come verifica tardiva di un’intera estetica: cosa resta oggi di un linguaggio nato dall’ibridazione tra scrittura colta, cultura amplificata e retoriche della ripetizione quando viene riportato nel proprio contesto storico.

Il trio Gordon–Lang–Wolfe rappresenta una deviazione interna al minimalismo classico: non il suo sviluppo, ma la sua incrinatura. Se Glass e Reich lavoravano sulla trasformazione percettibile di processi relativamente stabili, Bang on a Can introduce una frizione permanente tra materiali incompatibili. Lost Objects (2001) è uno dei punti in cui questa frizione diventa sistema: il minimalismo non è più stile, ma campo instabile, già esposto alla propria decomposizione.

L’opera si presenta come oratorio, ma proprio questa definizione è il primo elemento critico. La forma sacra non viene aggiornata, bensì svuotata e resa non funzionale. Non esiste narrazione, non esiste sviluppo, non esiste catarsi. Il materiale procede per frammenti che non si ricompongono mai in un ordine superiore. La perdita non è tema: è la condizione che impedisce alla forma di diventare forma.

L’organico strumentale è la prima dichiarazione di instabilità. Orchestra barocca, ensemble elettrico, coro e solisti non convergono mai in un corpo unitario. Non c’è integrazione ma coabitazione forzata, spesso conflittuale. L’acustico non viene ampliato dall’elettrico: viene continuamente esposto a interferenza. Il risultato non è ricchezza timbrica, ma attrito sistemico. Nessuna sezione può più essere letta secondo una funzione stabile.

In I Lost a Sock il principio è esposto senza mediazioni: una cellula minimale, quasi insignificante, viene reiterata fino a perdere ogni funzione referenziale. Il minimalismo non produce contemplazione, ma saturazione percettiva. L’oggetto non si espande: insiste oltre la soglia in cui potrebbe ancora significare.

Passenger Pigeon è uno dei punti più problematici dell’opera. Il coro simula il mondo naturale senza mai raggiungerlo. L’imitazione del canto animale non produce mimesi, ma artificio dichiarato. La natura evocata non emerge: è già tradotta, già codice. Ne risulta una polifonia che non ricompone, ma smonta il proprio oggetto. È uno dei momenti più lucidi del dispositivo, ma anche quello in cui se ne intravede il limite: l’evocazione resta interamente interna al sistema.

In When Any Man il materiale si compatta ulteriormente. L’ingresso della componente elettrica e percussiva non apre lo spazio sonoro, ma lo stabilizza in una continuità meccanica. Il tempo perde funzione narrativa e diventa superficie uniforme. Qui emerge con chiarezza un tratto dell’estetica Bang on a Can: la sostituzione dello sviluppo con l’intensificazione.

I Found My Enemy’s Ox restringe il campo fino alla rarefazione strutturale: un ostinato che non sostiene il discorso ma lo sospende. Le voci soliste si muovono in assenza di centro, producendo non lirismo ma vuoto organizzato. In Fw:Fw: Please Look il soprano appare come figura isolata dentro un sistema che ne impedisce ogni stabilità espressiva: la linearità viene continuamente interrotta.

La title track, Lost Objects, è il punto in cui il progetto mostra la sua ambiguità più evidente. L’oratorio si compatta in un dispositivo apparentemente unitario, ma questa unità è solo superficiale. Sotto agisce una pluralità non risolta di livelli. Il riferimento al rock sinfonico non è ornamento, ma pressione strutturale. Tuttavia la stessa energia che tiene insieme il sistema tende qui a irrigidirsi in formula: ciò che nasce come attrito rischia di diventare procedura.

In Two Are Holding la ripetizione diventa struttura instabile, governata da micro-variazioni che impediscono ogni fissazione percettiva. Not Our Darkness porta questa logica al punto di rottura esplicito: la grammatica rock non entra come esterno, ma riorganizza il sistema dall’interno, mettendo in crisi il confine tra scrittura e performance.

Il finale rifiuta ogni sintesi. We Were Enveloped tende alla rarefazione, mentre Amelia, Flying riattiva l’energia senza trasformarla in chiusura. L’opera non si conclude: si interrompe. Questa sospensione è coerente, ma anche rivelatrice: la forma evita la chiusura perché la chiusura implicherebbe una stabilità che il sistema non ammette.

La dimensione esecutiva amplifica questa condizione. In Sala Petrassi i tre blocchi performativi — orchestra, ensemble elettrico e coro — non si fondono in unità interpretativa, ma restano in tensione reciproca. L’esecuzione non risolve le fratture della partitura: le rende visibili. Anche il pubblico partecipa a questa discontinuità attraverso gli applausi tra i brani, che interrompono la continuità e trasformano l’ascolto in sequenza frammentata.

Lost Objects non rappresenta la perdita: la mette in funzione. Ma proprio questa operazione rivela il punto critico del sistema: la perdita, una volta formalizzata, tende a diventare stile. Ciò che nasce come crisi del linguaggio rischia di stabilizzarsi in linguaggio della crisi. Il risultato resta potente, a tratti lucidissimo, ma sempre meno esposto al rischio che lo ha generato. Ed è in questa progressiva neutralizzazione dell’instabilità che si gioca la sua vera posta estetica.

Programma

Lost Objects
Musiche di Michael Gordon, David Lang, Julia Wolfe
Libretto di Deborah Artman
Direttore Tonino Battista

Brani:

  1. I Lost a Sock
  2. Acoustic Aphasia
  3. Passenger Pigeon
  4. When Any Man
  5. I Found My Enemy’s Ox
  6. Fw:Fw: Please Look
  7. Lost Thing
  8. Two Are Holding
  9. Not Our Darkness (Loss of Meaning)
  10. We Were Enveloped
  11. Amelia, Flying

Ekmeles
Charlotte Mundy, soprano
Jeffrey Gavett, controtenore e direttore
Timothy Keeler, controtenore

Bang on a Can Lost Objects Ensemble (New York)
Tristan Kasten-Krause, basso elettrico
Karl Larson, tastiere
Riley Palmer, percussioni
Brendan Randall-Myers, chitarra elettrica

Coro da camera “Ottorino Respighi” del Conservatorio di Latina


Maestro del coro: Pompeo Vernile

PMCE Parco della Musica Contemporanea Ensemble
Flauti: Manuel Zurria, Francesco Checchini
Oboi: Fabio Bagnoli, Vincent Thomann
Fagotto: Marco Dionette
Corni: Marco Venturi, Claudia Quondamangelo
Trombe: Andrea Di Mario, Istan Barath
Timpani: Flavio Tanzi
Clavicembalo: Lucio Perotti
Violini: Filippo Fattorini, Lorenzo Fabiani, Mayah Kadish, Miriam Guerrieri, Egida Zeneli, Hinako Kawasaki
Viole: Luca Sanzò, Alessio Toro
Violoncelli: Anna Armatys, Kyungmi Lee
Contrabbasso: Massimo Ceccarelli

Suono: Tommaso Cancellieri