All’Auditorium Parco della Musica, nella cornice delle celebrazioni per i quarant’anni di attività di Bang on a Can, la Fondazione Musica per Roma in coproduzione con l’American Academy in Rome presenta la prima italiana di Lost Objects di Michael Gordon, David Lang e Julia Wolfe. L’evento non si limita a riproporre un titolo del primo post-minimalismo americano, ma funziona come verifica tardiva di un’intera estetica: cosa resta oggi di un linguaggio nato dall’ibridazione tra scrittura colta, cultura amplificata e retoriche della ripetizione quando viene riportato nel proprio contesto vivo.
Il trio Gordon–Lang–Wolfe rappresenta una deviazione interna al minimalismo classico: non il suo sviluppo lineare, ma una sua incrinatura. Se Philip Glass lavorava su processi riconoscibili e progressivi, qui il materiale tende a perdere stabilità. Lost Objects (2001) è uno dei punti in cui questa frizione diventa sistema: il minimalismo non è più solo stile, ma campo instabile, continuamente esposto alla propria dissoluzione.
L’opera si presenta come oratorio, ma proprio questa definizione entra subito in crisi. La forma sacra non viene aggiornata: viene svuotata. Non c’è narrazione lineare, né sviluppo, né vera catarsi. Il materiale procede per frammenti, per accumulo, come se la perdita non fosse un tema da rappresentare ma una condizione che impedisce alla forma di chiudersi. L’organico è già una dichiarazione estetica. Orchestra barocca, ensemble elettrico, coro e solisti convivono senza mai fondersi davvero. Non c’è integrazione, ma una coabitazione spesso tesa. Il suono acustico viene continuamente attraversato da quello amplificato: più che un’espansione timbrica, si percepisce un attrito, una frizione che rende instabile l’ascolto.
L’apertura, I Lost a Sock, espone subito questo principio. Una cellula minima viene ripetuta fino a saturare la percezione: non produce contemplazione, ma una sorta di insistenza quasi fisica. L’oggetto quotidiano, banale, si svuota progressivamente di significato, trasformandosi in puro evento sonoro.
Nei brani successivi il tessuto si amplia, ma senza trovare un vero equilibrio. Gli archi si fanno più presenti, mentre il basso elettrico costruisce un flusso incessante. L’effetto è straniante: una maggiore morbidezza timbrica convive con una sensazione di spaesamento, come un leggero acufene, una difficoltà crescente nel mettere a fuoco ciò che si ascolta. È una forma di “afasia musicale”, dove il suono sembra sfuggire alla comprensione immediata.
Con Passenger Pigeon il coro costruisce una trama polifonica che richiama il mondo naturale. Le voci arrivano quasi a imitare il verso degli uccelli, in un gioco di echi e scale che ricorda, a tratti, suggestioni lontane tra sacro e popular. Ma questa natura evocata resta filtrata: non si dà mai come presenza, ma come memoria deformata.
When Any Man cambia improvvisamente energia. Le percussioni e la componente elettrica diventano centrali, il ritmo si fa continuo, quasi martellante. Il coro si compatta, mentre emergono echi lontani — clavicembalo, ma anche qualcosa di nordico, quasi folk. È uno dei momenti in cui l’ensemble mostra tutta la sua forza, ma anche la tendenza a sostituire lo sviluppo con l’intensificazione.
In I Found My Enemy’s Ox la scrittura si restringe: una tastiera ostinata, quasi monocorde, su cui le voci soliste si muovono a incastro, come in un gioco a rimpiattino. Il coro resta in silenzio, e proprio questa assenza crea uno spazio vuoto, teso.
Fw:Fw: Please Look riporta invece al centro il soprano, che emerge con una linea più espressiva, subito ripresa e riflessa da trombe e archi. Qui la perdita si fa più intima, quasi fragile.
La title track, Lost Objects, è uno dei momenti più riusciti. Dopo un incipit sospeso del soprano, orchestra e coro entrano insieme in una spinta ritmica continua. Il suono si compatta, l’impasto è ricco, stratificato. Si percepisce un dialogo serrato tra coro e solisti, con echi che sfiorano il rock sinfonico, senza mai stabilizzarsi del tutto.
Two Are Holding radicalizza la ripetizione: la tastiera insiste su poche note, creando una struttura quasi ipnotica. L’ensemble elettrico guida il flusso, mentre il coro si innesta con la stessa logica iterativa. Gli archi qui si ritirano, lasciando uno spazio più asciutto e meccanico.
Con Not Our Darkness l’opera sfiora apertamente il territorio rock. Chitarra elettrica, basso e batteria diventano centrali, costruendo una tessitura che richiama il progressive. I vocalizzi si innestano su questo impianto creando un effetto straniante: è ancora oratorio, ma deformato, quasi irriconoscibile.
Nel finale, We Were Enveloped e Amelia, Flying, la tensione non si risolve. Il primo costruisce un’atmosfera sospesa, quasi angosciante: le tastiere tintinnano, il coro procede come in una nenia, mentre gli archi restano sullo sfondo. Nel secondo, momenti di lirismo — quasi angelici nelle voci — vengono interrotti da improvvisi ritorni dell’energia elettrica. L’opera non si chiude davvero: si interrompe, lasciando una sensazione di instabilità irrisolta.
Determinante la resa dal vivo. In Sala Petrassi si percepiva fin dall’inizio la particolarità dell’evento: un pubblico in parte internazionale, spesso anglofono, con una risposta meno rituale rispetto a quella italiana. Gli applausi tra i brani spezzavano la continuità, trasformando l’ascolto in una sequenza frammentata. Sul palco, i diversi nuclei — orchestra, ensemble elettrico e coro — trovavano un equilibrio efficace senza perdere la loro identità. Il lungo applauso finale, esteso a tutte le sezioni, restituiva la percezione di un’esperienza condivisa, complessa ma coinvolgente.
Lost Objects non rappresenta la perdita: la mette in funzione. Ma proprio per questo ne mostra il limite. Quando la perdita diventa forma, tende a riconoscersi — e quindi a stabilizzarsi. Ciò che nasce come crisi del linguaggio rischia di diventare linguaggio della crisi. Ed è in questa ambiguità, più che nei suoi oggetti smarriti, che l’opera si definisce.
Lost Objects
Musiche di Michael Gordon, David Lang, Julia Wolfe
Libretto di Deborah Artman
Direttore Tonino Battista
Brani:
- I Lost a Sock
- Acoustic Aphasia
- Passenger Pigeon
- When Any Man
- I Found My Enemy’s Ox
- Fw:Fw: Please Look
- Lost Thing
- Two Are Holding
- Not Our Darkness (Loss of Meaning)
- We Were Enveloped
- Amelia, Flying
Ekmeles
Charlotte Mundy, soprano
Jeffrey Gavett, controtenore e direttore
Timothy Keeler, controtenore
Bang on a Can Lost Objects Ensemble (New York)
Tristan Kasten-Krause, basso elettrico
Karl Larson, tastiere
Riley Palmer, percussioni
Brendan Randall-Myers, chitarra elettrica
Coro da camera “Ottorino Respighi” del Conservatorio di Latina
Maestro del coro: Pompeo Vernile
PMCE Parco della Musica Contemporanea Ensemble
Flauti: Manuel Zurria, Francesco Checchini
Oboi: Fabio Bagnoli, Vincent Thomann
Fagotto: Marco Dionette
Corni: Marco Venturi, Claudia Quondamangelo
Trombe: Andrea Di Mario, Istan Barath
Timpani: Flavio Tanzi
Clavicembalo: Lucio Perotti
Violini: Filippo Fattorini, Lorenzo Fabiani, Mayah Kadish, Miriam Guerrieri, Egida Zeneli, Hinako Kawasaki
Viole: Luca Sanzò, Alessio Toro
Violoncelli: Anna Armatys, Kyungmi Lee
Contrabbasso: Massimo Ceccarelli
Suono: Tommaso Cancellieri
Roberto BUONO






