“Robocrazia” (2007), romanzo di Rosario Moscato

In un futuro imprecisato ma “non troppo lontano”, in un mondo dominato da robot che controllano ogni cosa e che “svolgono ininterrottamente le loro mansioni senza mai lamentarsi, senza mai stancarsi e senza praticamente doversi mai riposare”, dopo aver spodestato l’uomo dal governo del pianeta, si staglia la storia di Athan, Gloria e Ramon: simboli di speranza, guerriglieri ribelli appartenenti a un movimento clandestino che si oppone al potere robocratico. In questo scenario i robot hanno assunto il controllo di quasi tutte le funzioni sociali, fino a diventare una nuova specie dominante. Gli umani resistono in distretti liberi, dove organizzano attentati e azioni di sabotaggio. Tra battaglie, operazioni di spionaggio e inganni silenziosi, la loro lotta porterà a ribaltamenti significativi. Ma il potere cambia forma, non natura.

Robocrazia è un romanzo che ha coerenza interna, un mondo solido, un ritmo crescente e soprattutto un’identità precisa: un mix di fantascienza classica, tensione politica, etica dell’identità e dramma umano.

È un’opera che sorprende per la trama appassionante, la cui narrazione lineare e geometrica, frase dopo frase, genera temi e contenuti di crescente interesse. Il genere è per appassionati, è vero: questa fantascienza è forse di nicchia, ma la vicenda è stimolante e curiosa. Accanto all’uso di ripetizioni ossessive, impiegate per accrescere il persistente clima di angoscia, spiccano le previsioni sul futuro, gli escamotage tecnologici con cui l’autore modella il mondo a venire e un vocabolario futurista che sfiora il geniale. E così compaiono il Positronic Brain Center (PBC), gli zen-Cafè, i sex-robot, gli olo-movies, il creo-chip. E ancora: le memorie a spillo nascoste sottopelle, il cervello positronico e soprattutto l’io alienato, che permette di trasferire la coscienza da un corpo all’altro, sollevando domande profonde su cosa definisca davvero un individuo. Di rilievo anche la scena erotica tra l’umano Jonathan e l’androide-spia Alicia.

In un contesto in cui la tecnologia è al servizio del potere e non della verità, ogni personaggio incarna un tratto preciso: Gloria, determinata e impulsiva, è l’azione; Athan è il pensatore strategico. E che dire del confronto filosofico tra Sam Pryton e Lurdocev, incarnazioni delle due vie dell’immortalità: il primo come “io” umano in corpo sintetico, il secondo come “io” umano in corpo biologico clonato?

I quesiti affrontati sono innumerevoli: cosa definisce davvero una persona? La memoria, il corpo, la logica, le emozioni? Cosa significa essere veramente se stessi? Per sconfiggere il sistema, bisogna diventare come il sistema? Ogni vittoria genera davvero un nuovo equilibrio o solo un’altra instabilità?

Il romanzo non offre risposte, ma mostra le conseguenze estreme delle scelte tecnologiche accelerate. Di fatto Robocrazia si chiude con un nuovo inizio, non con una conclusione.

È interessante notare come il libro rifletta sul difficile equilibrio tra la condivisione del sapere e la protezione del segreto industriale, e su quanti risvolti possa avere la tecnologia: per Gloria è salvezza, per Jonathan è arma di potere, per le aziende è un terreno di guerra.

Ma la tecnologia non elimina le ambiguità dell’anima.

Perché la tecnologia non è né buona né cattiva.

Amplifica solo ciò che siamo