(“Alma” di Federica Manzon, 2025)

Alma è una ragazza triestina che, sin da giovanissima, ha respirato atmosfere transfrontaliere: la Jugoslavia era letteralmente alla porta accanto, e Trieste profondamente intrecciata con quel mondo. Nelle strade, nei bar, perfino nel calcio.

Trieste e Vili, l’amico di origini slave, sono i frammenti della sua giovinezza che il tempo non è riuscito a cancellare. Vili era solo un bambino quando Alma lo ha conosciuto: avevano entrambi dieci anni, e lui indossava sempre la maglia della Stella Rossa di Belgrado. Non avevano nulla in comune, se non un tratto delle loro vite, forzatamente condiviso.

Così Alma ritorna nella casa della sua adolescenza. Qui riaffiorano ricordi: l’Isola, luogo degli spazi perduti; la morte del Maresciallo Tito, il padre della Jugoslavia; la Città Proibita, metafora del confine che separava Trieste dalla cortina di ferro, affascinante perché pericoloso, quasi clandestino.

Il ricordo più bello è quello del primo bacio, voluto da Vili: anche la loro relazione era una storia “di frontiera”, ambigua, intensissima, fuori dagli schemi.

Poi scoppia la guerra nell’ex Jugoslavia. Un evento che segna Alma e i suoi amici, cambiando per sempre le loro vite. La guerra entra nei ricordi come un punto di rottura. Eppure Alma non è un romanzo di guerra.

Il libro esplora il tema di quanto poco conosciamo davvero le persone che abbiamo amato da giovani, soprattutto quelle cresciute in territori feriti dalla storia.

Vili non era un soldato, né militante, né parte di un’organizzazione: era solo un ragazzo travolto dalla Storia, guidato da un senso istintivo di responsabilità e di dovere morale. Anche lui è un personaggio di confine, come Trieste e come l’altro tema profondo del romanzo, la frontiera. Vili non appartiene completamente né all’Italia né alla Jugoslavia. E Alma lo comprenderà solo alla fine, quando finalmente smetterà di giudicarlo.

Il finale non è un ricongiungimento, ma un riconoscimento.

Perché la memoria storica e quella personale non coincidono mai