Questa tragedia, in cinque atti, una delle prime composte da Ibsen, è datata 1854. L’autore norvegese, in questa prima fase della sua produzione drammatica, affronta in maniera chiara temi storici – già a partire dalla prima opera Catalina del 1848-1849, ma rappresentata nel 1881 – con l’intento evidente di leggere in essi paralleli alla storia a lui contemporanea. Così avviene anche per il dramma La signora Inger di Östrot (Fru Inger til Østeraad), ambientata ad Östrot nel fiordo di Drontheim (oggi Trondheim) nell’anno 1528, come chiaramente indicato nel testo dopo la presentazione dei personaggi.
L’opera in questo caso vuole riportare alla memoria il momento che diede vita in Norvegia al nazionalismo romantico, connotato in maniera fortemente antidanese: quando l’Unione di Kalmar stava crollando, la Riforma cominciava a penetrare con forza nel paese, che aveva invece una forte tradizione cattolica, ed erano vive le braci di un’ultima disperata lotta per mantenere l’indipendenza. I personaggi principali sono tutti realmente vissuti, anche se il dramma, è meglio precisarlo, non è del tutto esatto nei dettagli genealogici e storici. Ibsen scriveva in un periodo in cui la nobiltà terriera stava scomparendo a vantaggio di funzionari pubblici e uomini d’affari; una nuova borghesia, in gran parte proveniente dall’estero, andava a sostituire quei nobili cavalieri che erano stati la forza non solo ideale nel periodo di ribellione al giogo danese.
Un breve inquadramento storico, credo, necessario. Dal 1396 e il 1536 la Norvegia fece parte dell’Unione di Kalmar, già citata, promossa dalla Danimarca. Essa riuniva, con alterne vicende, i tre regni di Danimarca, Norvegia (con i territori di Islanda, isole Fær Øer e Groenlandia, di sua pertinenza) e Svezia (che comprendeva la Finlandia) allo scopo di creare creare un forte stato scandinavo. Di fatto il potere era nelle mani danesi.
In Svezia nel 1520, dopo un ennesimo tentativo di ribellione degli svedesi, che culminò con l’evento noto come il massacro di Stoccolma, la Danimarca aveva riconquistato la Svezia; gli svedesi però si ribellarono ancora e l’anno successivo cacciarono i danesi. Nel 1523 venne eletto re Gustavo I Vasa e proclamata la sovranità. In Norvegia gli anni ‘20 e ‘30 del XVI secolo videro scoppiare una serie di rivolte, alle quali non sembra che la Svezia fosse del tutto aliena, fino a che la Danimarca unilateralmente nel 1536 nominò la Norvegia una propria provincia. La perdita della Svezia e insieme la creazione del regno di Danimarca-Norvegia dissolsero completamente l’Unione di Kalmar. Solo nel 1814 la Danimarca fu costretta a cedere la Norvegia alla Svezia con il trattato di Kiel e solo nel 1905, con un referendum, la Norvegia riuscì a conquistare la sua completa indipendenza.
Il dramma di Ibsen – che definì il periodo dal 1396 al 1814 di ‘cattività’ danese come una notte buia lunga quattrocento anni – narra la vicenda di uno di questi tentativi di ribellione nato nel 1528, in uno di quelli che fino alla fine del IX secolo, prima dell’unificazione norrena, erano stati dei regni minori in cui era diviso tutto il territorio e che erano rimasti poi come divisioni amministrative.
Quello di Östrot è retto da Inger (Ingerd Ottesdotter Rømer, c. 1475 – 1555, la più ricca proprietaria terriera della Norvegia della sua epoca), vedova di Nils Gyldenlöve (Nils Henriksson o Niels Henrikssøn, che usò il cognome Gyldenløve, ispirandosi al suo stemma, c. 1455 – 1523, cavaliere norvegese, proprietario terriero, consigliere nazionale e Alto Sovrintendente di Norvegia). La coppia ebbe cinque figlie, tre delle quali sono citate nel dramma di Ibsen. Nella realtà storica le figure delle due sorelle Lucia ed Elina sembra abbiano avuto ruoli invertiti, rispetto a quelli immaginati da Ibsen. Il dramma attribuisce a Inger anche un figlio, Nils Stensson Sture (1512 – 1526 o 1528), avuto prima del matrimonio. Egli sarebbe il figlio maggiore ed erede di Sten Sture il Giovane, nobile svedese. In realtà sia nel dramma che nella Storia è grande incertezza su questa figura.
Ibsen racconta che il popolo di Dalekarlia (oggi Dalarna), provincia della Svezia centrale, si è sollevato contro il re Gustavo e manda emissari a Östrot. Contemporaneamente lì arriva anche Nils Lykke, consigliere della corte danese, con il compito di trovare alleati ad essa. Sono gli ultimi tentativi di tenere in piedi l’Unione di Kalmar. La pace e l’indipendenza sembrano essere sogni impossibili e occorre prendere decisioni vitali, ma:
«Solo il cavaliere è un uomo. Or non essendoci adesso nel paese cavalieri e quindi non veri uomini, è la donna che deve comandare;»
Ad Östrot la situazione è confusa: sembra che aiutare i ribelli contro re Gustavo possa significare liberarsi dei danesi in Norvegia. Inger è assai dubbiosa sul da farsi: nel Sud della Norvegia molti nobili sono a favore dei danesi, ma nel Nord, dove si trova Östrot, i nobili sono indecisi. In alternativa a prendere le armi, Inger intravede una possibile pacificazione con i danesi dando in moglie la figlia Elina al consigliere Nils Lykke, il quale però sembra avere un’idea molto personale e a lui favorevole della sua missione, ed è fermamente deciso ad ingannare Inger. Così le fa immaginare che suo figlio potrebbe salire al trono.
Al di là dell’intricatissima vicenda storica, però, quella che emerge in maniera grandiosa è la figura della protagonista che “Dio fece donna” ma le fece cadere sulle spalle un compito da uomo. Sono gli spettri degli antenati morti a guidare il suo pensiero e, per un istante, l’illusione di pensarsi madre di re. Il momento che Ibsen mette in scena è forse in realtà l’unico momento di debolezza nella vita di questa donna che aveva dimostrato fino ad allora di avere “un cuor virile” nel suo petto. Ella però, a chi l’accusa oggi di debolezza, è pronta a rispondere:
«Non ve ne è stato uno, che abbia avuto il coraggio di essere uomo in questi anni. Ed ora rinfacciatemi che sono una donna.»
Inger è dunque una delle prime eroine, straordinarie figure femminili, che Ibsen ha saputo regalare con i suoi drammi: donne forti, ma non inflessibili; insicure, ma capaci di affrontare i loro fantasmi; a volte costrette dalle circostanze in ruoli ai quali cercano di sottrarsi, a volte perfettamente consce della loro aspirazione alla libertà e determinate all’indipendenza; comunque sempre incredibilmente femminili nelle loro debolezze come nella loro forza.
Claudia Pantanetti, Libera Biblioteca PG Terzi
NOTA: In caso di riproduzione di tutto o parte di questo testo, si prega cortesemente di citarne l’autrice e Liber Liber.
Dall’incipit del libro:
Finn. (dopo una pausa) Chi era Knut Alfson?
Björn. La leggenda dice che egli sia stato l’ultimo cavaliere norvegese.
Finn. Ed i danesi lo uccisero nel fiord di Oslo?
Björn. Domandalo ad un fanciullo di cinque anni, se non lo sai.
Finn. Dunque Knut Alfson fu il nostro ultimo cavaliere? Ed è morto là? (solleva l’elmo) Sì, adesso tu devi essere lucente, e far la tua figura bianco e pulito nella sala dei cavalieri; tu adesso non sei che un vuoto guscio di noce, il cui nocciolo fu divorato dai vermi, durante l’inverno. Senti Björn, non si potrebbe paragonare la Norvegia ad un guscio di noce vuoto, come questo elmo, che di fuori è pulito e di dentro è roso dai vermi?
Björn. Finiscila e continua il tuo lavoro. Hai terminato con l’elmo?
Finn. Luccica come l’argento al chiaro della luna.
Björn. Mettilo da parte, e leva la ruggine alla spada.
Finn. (la prende e la rigira fra le mani) Ma ne val proprio la pena?
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