Un desolante scorcio della Russia di fine ’800 apre il saggio di Tolstoj, che con realistica efficacia evoca minatori che “rompono il minerale a dugento metri sotterra, in anditi bui, stretti, senz’aria, umidi, con la minaccia perpetua di morte, e dalla mattina alla sera, o dalla sera alla mattina”, contadini “che lavorano, con cavalli bolsi e slombati, campi che non appartengono a loro”, operai che “nelle officine […] lavorano ugualmente tutta la settimana in ragione di dodici e quattordici ore al giorno“, o “seduti sulla via maestra, spaccano le pietre sotto una stoia che li ripara dal sole”. Abbrutiti dalla fatica, non parlano, e gli unici suoni evocati sono quelli dei loro strumenti di lavoro. Pagine ricche di pathos, in cui l’aggettivazione e le numerose anafore sottolineano la drammaticità della situazione e rivelano l’empatia del narratore.
All’improvviso (“A un tratto”), in questo cupo scenario irrompe un’immagine in stridente contrasto: una vociante comitiva di benestanti in carrozza, a cavallo e in bicicletta passa accanto ai lavoratori, mostrando con icastica evidenza la distanza fra i poveri e i loro sfruttatori; il narratore la enfatizza, ponendo a confronto il valore degli oggetti di lusso degli uni con i miseri stipendi degli altri.
«A non dire del prezzo dei cavalli e delle bardature, il cappello nero con un velo lilla dell’amazzone vale due mesi di lavoro dello spaccapietre, e il frustino inglese alla moda è costato una somma uguale a quella che, per una settimana di lavoro compiuto sotterra, riceve il giovinotto che, eccolo, soddisfatto di essere stato occupato alla miniera, si scosta e ammira il bell’aspetto dei cavalli, dei cavalieri e dell’enorme cane di razza straniera, dal collare prezioso, che li segue con la lingua penzoloni.»
In viaggio con le loro famiglie “per mettere alla propria vita un po’ di varietà”, un proprietario terriero, un impiegato governativo e un industriale rispecchiano quelle classi privilegiate eppure annoiate e insoddisfatte che opprimono milioni di lavoratori “non solamente in Russia, da Pietroburgo a Batum, ma in Francia, da Parigi fino all’Avergnate, in Italia, da Roma a Palermo, in Germania, in Spagna, in America e in Australia, e perfino nelle Indie e in China”.
Questa scena fornisce a Tolstoj lo spunto per un serrato confronto, introdotto di volta in volta dall’anafora “Gli uni… Gli altri”, fra le condizioni di vita del popolo e quelle delle classi dominanti, dall’alba al tramonto e dalla nascita alla morte, concludendo:
«un ordinamento della società, considerato sotto il solo aspetto umano, che obbliga la maggioranza degli uomini a sacrificare la loro vita allo scopo di assicurare a una minoranza un superfluo che per questa è causa soltanto di preoccupazioni e di corruzione, un siffatto ordinamento è assurdo, poichè a tutti è egualmente nocivo.»
Questo incipit descrittivo, che potrebbe creare nel lettore l’aspettativa di un racconto ambientato nella Russia di fine ’800, è invece la necessaria premessa per la seconda parte di quello che si rivela in realtà un pamphlet: infatti, dopo aver descritto il male, le diseguaglianze sociali, Tolstoj indaga su la radice del male (il titolo del saggio) e sulle possibili soluzioni. Il tono incalzante ed appassionato non gli impedisce di formulare con rigore le proprie tesi, come dimostra efficacemente la struttura argomentativa del testo:
«Ogni male proviene, sembra a prima vista, dal fatto che i proprietari hanno usurpato la terra, che i capitalisti detengono i mezzi di produzione e che il governo riscuote prepotentemente le tasse. Ma si domanda: – Perché la terra appartiene ai ricchi, e i lavoratori non possono goderne? perché gli operai devono pagare le tasse senz’averne vantaggio? perché i capitalisti, e non i lavoratori, detengono gli strumenti di lavoro?»
Alle incalzanti domande, poste ad ogni passaggio del ragionamento per coinvolgere anche emotivamente il lettore, Tolstoj fornisce innanzitutto le risposte giustificative che darebbero i pochi privilegiati, per poi confutarle tramite numerosi e dettagliati esempi, tratti dall’esperienza comune e dal contesto russo ma spesso generalizzabili, ed enunciare infine la sua tesi:
«Questo diritto, sul quale i ricchi fondano il loro possesso della terra, la riscossione delle tasse e la manomissione del prodotto del lavoro degli altri uomini, non ha dunque niente di comune con la giustizia; queste ingiuste prerogative non hanno altro fondamento che la violenza armata.»
Ma nemmeno l’esercito, addestrato ad ubbidire a qualunque ordine e ad esercitare la violenza contro i “fratelli che non hanno divisa” per difendere le proprietà ed i privilegi dei ricchi, è la causa prima delle diseguaglianze sociali, che “occorre cercare […] più lontano di quanto dapprima non si crederebbe”. Tolstoj identifica la “causa fondamentale della misera condizione dei lavoratori” nello “pseudocristianesimo attenuato” inculcato alle masse, frutto dell’adattamento del messaggio evangelico agli interessi delle classi dominanti e da queste finalizzato a giustificare i propri privilegi ed a mantenere il popolo in una condizione di sudditanza, in Russia e non solo.
Il pamphlet, scritto nel 1900, quattro mesi prima della scomunica di Tolstoj da parte del Santo Sinodo, termina con un accorato appello ad intellettuali e uomini politici intenzionati ad impegnarsi a favore dei lavoratori oppressi: se vogliono davvero liberarli dalla schiavitù, devono abbandonare gli strumenti di lotta finora utilizzati, che si sono dimostrati inefficaci, e soprattutto la violenza, aborrita dal pacifista Tolstoj, per unirsi contro il vero nemico, la “falsa religione”, divenuta strumento del potere, perché:
«Se gli uomini agissero così, tutte le questioni politiche, economiche, sociali sarebbero risolute di per sè. E sarebbero risolute come devono essere, non secondo le nostre ipotesi e i nostri pregiudizi.
Considerando la presente organizzazione della vita umana, così spaventevole e così contraria alla ragione, io mi domando: – Ma è proprio necessario che sia così?
E la risposta alla quale giungo è questa: – No, non è necessario!
Non è necessario, non dev’essere, non sarà.
E non sarà, non quando gli uomini, in un modo o nell’altro avranno modificato le loro relazioni sociali, ma solamente quando avranno cessato di credere alla menzogna in cui vengono educati, e quando crederanno alla verità superiore che è stata rivelata ad essi da 1900 anni, che è chiara, semplice e alla portata d’ogni intelletto.»
La traduzione è di Garzia Cassola (1869-1955 – Padre dello scrittore Carlo Cassola), che dopo la laurea in Giurisprudenza ed un’iniziale esperienza in magistratura si dedicò al giornalismo politico. Socialista, vicino a Leonida Bissolati, fece parte della direzione del settimanale «Lotta di classe», poi divenne caporedattore dell’«Avanti!». Cassola, che in seguito si sarebbe allontanato dalle idee socialiste per aderire al riformismo, ora condivide appieno alcune idee di Tolstoj, come dimostra efficacemente l’entusiastica prefazione, ma non il suo pacifismo, come emerge dal “Ça ira” finale. Oltre a La radice del male, Cassola tradusse Il “buon giudice” e il diritto alla vita di Paul Magnaud (il giudice che aveva assolto una donna rea confessa di aver rubato una pagnotta ad un panettiere) e Storia socialista e Studi socialisti di Jean Jaurès.
Sinossi a cura di Mariella Laurenti
Dall’incipit del libro:
In mezzo ai campi si eleva l’officina col suo muro di cinta; i suoi enormi camini fumanti senza posa, le sue catene, i suoi alti forni, la sua via ferrata particolare e, sparpagliate all’intorno, le casette de’ suoi impiegati e de’ suoi operai. Nell’officina e nelle miniere, di cui quella costituisce il centro dell’industria, formicola una moltitudine di lavoranti: alcuni rompono il minerale a dugento metri sotterra, in anditi bui, stretti, senz’aria, umidi, con la minaccia perpetua di morte, e dalla mattina alla sera, o dalla sera alla mattina; altri, curvi nell’oscurità, trasportano quel minerale o quell’argilla fino al pozzo, ritornano con le carriole vuote, le riempiono di nuovo e lavorano così, tutta la settimana, dodici e quattordici ore al giorno.
Questo il lavoro nelle gallerie.
Degli operai che lavorano agli alti forni, alcuni stanno presso bocche di camino, mal sopportando un eccessivo calore, gli altri sorvegliano l’opera di fusione del metallo. Finalmente, nelle officine, meccanici, fuochisti, magnani, fornaciai, falegnami lavorano ugualmente tutta la settimana in ragione di dodici e quattordici ore al giorno.
Scarica gratis: La radice del male di Lev Nikolaevič Tolstoj.