Cari lettori, sedetevi comodi, possibilmente attorno a un fuoco da campo (virtuale, ché non siamo mica tutti boscaioli). Oggi intrecceremo tre fili apparentemente distanti: la storia dello scautismo, le ultime follie belliche di Donald Trump e il divario incolmabile tra Ella Fitzgerald e Taylor Swift. Il risultato sarà un nodo a otto, ben stretto, che forse ci aiuterà a capire il mondo.
Partiamo dall’inizio, o meglio, da un’isola sperduta nel Canale della Manica. Siamo nel 1907, e un tenente generale inglese in pensione di nome Robert Stephenson Smyth Baden-Powell, affettuosamente “B.-P.” per gli amici, decide di portare venti ragazzi di estrazione sociale mista sull’isola di Brownsea . Niente resort a cinque stelle, niente influencer, niente Instagram. Solo tende, legnetti, tracce di animali e un metodo educativo rivoluzionario: “imparare facendo” . Baden-Powell non era uno stinco di santo qualsiasi. Era un eroe di guerra, reduce dall’assedio di Mafeking durante la seconda guerra boera, dove aveva difeso la città con un pugno di uomini e un corpo di cadetti adolescenti che gli fecero da staffette . Da lì, l’intuizione: i ragazzi, se responsabilizzati, possono fare cose straordinarie. Lo scautismo si diffuse come una prateria in fiamme (controllata, però, come insegnano i bravi scout). Oggi, il movimento conta decine di milioni di iscritti in tutto il mondo, basato su valori come l’onore, il servizio, l’osservazione della natura e la capacità di cavarsela con quel che si ha in tasca . La legge scout dice: “Lo scout è leale, amico di tutti, ama la natura, obbedisce, sorride e canta anche nelle difficoltà”. Un concentrato di buone intenzioni vittoriane che, a pensarci bene, suona come l’esatto opposto della politica estera contemporanea.
E veniamo a oggi. Dall’altra parte dell’oceano, Donald Trump non è certo il tipo da accendere un fuoco con due pietre focaie. Lui preferisce accendere polveri. Le ultime cronache ci raccontano di un presidente americano impegnato in una guerra contro l’Iran che lui stesso ha definito “già vinta” ma che, guarda caso, continua . Il 28 febbraio è partita l’operazione, e da allora Trump ha definito Teheran una “tigre di carta” , ha minacciato di distruggere l’isola di Kharg con “una sola semplice parola” , e ha chiesto aiuto alla Nato. Peccato che gli alleati, dal Regno Unito alla Germania, abbiano risposto con un tiepido “non è la nostra guerra” . Risultato? Trump se la prende con loro su Truth, definisce l’Alleanza Atlantica una “strada a senso unico” e, mentre bombarda “per divertimento” (parole sue), rivendica l’autonomia militare a stelle e strisce .
Ora, proviamo a fare un esercizio di immaginazione storica. Cosa succederebbe se lo spirito di Baden-Powell si impossessasse di Donald Trump? Perché, a ben guardare, i parallelismi ci sono, ma stravolti come in uno specchio deformante. Baden-Powell era un esploratore, uno che andava in avanscoperta, osservava, prendeva appunti e poi condivideva le conoscenze . Trump, invece, esplora solo i suoi profili social e i suoi resort. Baden-Powell, durante la guerra in Africa, imparò le tecniche di sopravvivenza dai nativi americani e dai pionieri, le rielaborò e le trasformò in un gioco educativo per i giovani . Trump, di fronte a una crisi, non cerca soluzioni educative: cerca qualcuno da incolpare. La legge scout impone di “lasciare il mondo un po’ migliore di come l’hai trovato”. La legge di Trump sembra imporre di lasciare il mondo un po’ più in fiamme di come l’ha trovato, possibilmente con il suo nome sopra.
E veniamo alla parte più sottile: l’atteggiamento verso le difficoltà. Baden-Powell insegnava ai ragazzi il sorriso come arma per superare gli ostacoli. Lo scout, anche quando piove, anche quando la pasta si brucia, anche quando la tenda si allaga, tira fuori l’armonica e improvvisa una canzone. C’è una lezione di stile e di umiltà in questo. Trump, invece, di fronte agli ostacoli (come la riluttanza degli alleati), non sorride e canta: urla e minaccia. Non cerca l’armonia, cerca la sottomissione. Non osserva il nemico come si osserva una traccia nel bosco (con pazienza e rispetto), lo bombarda e poi dice “ce lo siamo dimenticati”. La differenza è abissale: uno costruiva carattere, l’altro costruisce muri.
E qui arriviamo alla soluzione, che sarà musicale, come promesso. Perché in questa confusione, in questa mancanza di stile e di capacità di arrangiarsi, ci viene in soccorso una riflessione sul canto. C’è una giovanetta americana, simbolo di un certo modo di essere pop, che di recente è stata incoronata dalla rivista Billboard come la più importante artista donna del secolo. Lei, Taylor Swift, ha riempito stadi, smosso il PIL di intere nazioni (si parla di “Swifteconomics”) e trasformato un tour in un fenomeno planetario. Le sue canzoni sono orecchiabili, parlano d’amore, di vendetta, di ex fidanzati, di gatti. È un fenomeno enorme, innegabile.
Poi c’è l’altra. Quella che alcuni ragazzi in Italia chiamavano affettuosamente “Mamma Jazz” . Lei, Ella Fitzgerald, è stata una delle piú grandi e influenti cantanti jazz di tutti i tempi . Una voce capace di estendersi per più di tre ottave, un’inventrice dello scat, una virtuosa che poteva improvvisare per cinque minuti mantenendo una perfezione melodica assoluta . Ha venduto 40 milioni di dischi in 59 anni di carriera, ha vinto 14 Grammy e ha duettato con i mostri sacri: Louis Armstrong, Duke Ellington, Count Basie. Quando cantava “Mack the Knife” a Berlino, dimenticò il testo e improvvisò talmente bene che vinse un altro Grammy .
Ora, la soluzione a tutti i problemi del mondo, da Hormuz all’Atlantico, passando per lo Stretto di Hormuz e le querelle Nato, è una sola, ed è canora. La giovanetta americana (e con questo termine non intendiamo solo Taylor Swift, ma un intero modo di fare comunicazione, politica e relazioni internazionali) deve smetterla di pretendere di arrivare al livello di Ella Fitzgerald. Deve accettare il suo ruolo. Ella rappresenta la complessità, la stratificazione, la fatica del diventare grandi e brave. Lo scat è l’arte di arrangiarsi con quello che si ha, di trasformare un errore in un capolavoro. È la bussola di Baden-Powell applicata al pentagramma: osservi, improvvisi, e vinci.
La politica di Trump, e di chi gli somiglia, è l’esatto opposto. È la pretesa di essere Ella Fitzgerald senza aver mai fatto un giorno di lezione. È la convinzione che basti alzare la voce e puntare il dito per avere l’estensione di tre ottave. Non funziona così. La guerra in Iran non si vince a colpi di “tigre di carta”. La Nato non si convince con gli insulti. Il mondo non si esplora come un territorio ostile da conquistare, ma come una foresta da conoscere e proteggere.
Quindi, ecco il consiglio. A Taylor Swift (che non c’entra niente con i missili, sia chiaro, ma è una comoda metafora) va tutto il nostro rispetto. Ma alla politica americana, e a quella internazionale tutta, diciamo: accontentatevi. Smettetela di voler stupire con il virtuosismo improvvisato. Tornate alle basi. Fate un passo indietro. Riaprite il manuale di Baden-Powell. Imparate a fare il nodo piano prima di fare la guerra. E quando parlate, ricordatevi che dietro ogni “tigre di carta” c’è un popolo, e che la vera potenza non sta nel distruggere un oleodotto con una parola, ma nel costruire una tenda che resista alla tempesta. E magari, mentre la costruite, canticchiate. Ma con stile. Alla Ella, non alla Taylor.



