Alla diciannovesima edizione del Premio il riconoscimento va al Centro Nazionale di Studi Leopardiani. Una sera tra parole, memoria e musica, con la luna e Venere sull’orizzonte e Villa delle Ginestre pronta a una nuova stagione
Un piccolo spicchio di luna e, poco più in là sull’orizzonte, Venere. Alle spalle della villa un tramonto rosso, quasi infuocato. I colori sembrano essersi messi d’accordo con la serata. Quando il pubblico comincia a riempire la platea di Villa delle Ginestre, a Torre del Greco, il luogo ha già preso il sopravvento sul programma.
È qui che Giacomo Leopardi scrisse La ginestra e Il tramonto della luna. Ed è qui che, per la diciannovesima volta, il Premio nazionale letterario leopardiano torna a mettere insieme le parole del poeta, gli studi, le testimonianze e la musica. Il tema scelto quest’anno è “Leopardi e i luoghi del cuore e dell’anima”. A Villa delle Ginestre, più che un tema, sembra quasi una condizione naturale.
La platea è gremita e l’attenzione resta alta. Poi, poco dopo le otto, la serata entra nel vivo.
A tenere insieme i diversi momenti è Donatella Trotta, che ancora una volta dimostra quanto la conduzione di una serata culturale possa essere qualcosa di molto diverso dalla semplice presentazione. Ha una notevole capacità di affabulazione, ma soprattutto si avverte dietro ogni passaggio una preparazione accurata e una piena consapevolezza di ciò che sta dicendo. Conosce i temi, li collega, li fa dialogare e riesce a trasformare una grande quantità di riferimenti in un racconto che non perde mai il filo.
Parla di “genius loci”, del rapporto quasi fisico tra Leopardi e i luoghi nei quali ha vissuto e scritto; passa dalla storia della villa a Recanati, dalla memoria al futuro, dalla cultura alla necessità di prendersene cura. Non si limita a introdurre gli interventi: costruisce una trama, recupera storie, apre parentesi e le richiude. E torna più volte su una formula che sembra riassumere lo spirito del Premio: la cura della cultura e la cultura della cura.
Prima ancora del Premio, è la villa a raccontarsi.
Trotta ne ripercorre la storia: la costruzione alla fine del Settecento, la famiglia Ferrigni, il matrimonio di Giuseppe Ferrigni con Enrichetta Ranieri, sorella di Antonio Ranieri, l’amico di Leopardi. È attraverso quella rete di rapporti che il poeta arriva a frequentare questo luogo, dove nasceranno alcune delle sue pagine più alte. Dopo la sua morte la villa attraverserà altre vicende, fino a diventare nel 1937 monumento nazionale e, dal 1962, patrimonio dell’Università Federico II.
Ma una villa non vive soltanto della propria storia. Ha bisogno di tornare a essere un luogo.
La recente stagione di restauri va proprio in questa direzione. La conclusione dei lavori non dovrebbe rappresentare un traguardo, ma l’inizio di un progetto più ambizioso: riportare Villa delle Ginestre alla centralità che merita nel territorio. Tra gli interventi previsti c’è anche il miglioramento dell’accesso, con l’allargamento della strada e la realizzazione di un parcheggio.
“Gli spazi devono diventare luoghi”, dice Trotta. È forse la frase che meglio riassume la sfida che accompagna la villa: non soltanto conservarla, ma restituirle una funzione, farne ancora un punto di incontro, di cultura, di comunità.
Poi Leopardi torna a parlare.
Lo fa attraverso la voce di Fabio Cocifoglia, attore, regista e formatore, che raccoglie l’eredità delle letture che per molti anni hanno accompagnato il Premio. Un passo dello Zibaldone, quindi Il passero solitario, e ancora una lettera giovanile a Monaldo, dopo il tentativo fallito di fuga da Recanati.
Per qualche minuto Leopardi smette di essere il monumento e torna a essere un ragazzo. Quello che discute con il padre, cerca una via d’uscita, sente il peso della propria condizione e insieme l’urgenza di trovare il proprio spazio. Cocifoglia evita di trasformare le pagine in una recitazione celebrativa: lascia che sia la lingua di Leopardi a fare il lavoro.
E intorno alle letture Trotta continua a costruire la trama della serata, fino a Le ricordanze, che riporta ancora una volta al tema iniziale. Memoria, luoghi, assenza, tempo. Tutto torna.
Il Premio va quest’anno al Centro Nazionale di Studi Leopardiani di Recanati, fondato nel 1937. A riceverlo è Fabio Corvatta, presidente del Centro dal 2008. Nel suo intervento ricorda Franco Foschi e il lungo rapporto con Napoli e con gli studiosi leopardiani napoletani. Fabiana Cacciapuoti ritrova quello stesso filo nella collaborazione con la Biblioteca Nazionale di Napoli: una rete di studi, mostre e iniziative che negli anni ha continuato ad avvicinare Recanati e Napoli.
E se il Premio è arrivato alla diciannovesima edizione, una parte del merito va anche a Giuseppe Ascione, presidente del Rotary Club Torre del Greco e figura che da anni segue e sostiene la manifestazione, contribuendo a mantenerne continuità e identità. È un lavoro che rischia di rimanere dietro le quinte, ma senza il quale una manifestazione culturale difficilmente arriva così lontano. In una serata dedicata alla memoria e alla trasmissione della cultura, il suo impegno merita dunque di essere ricordato.
La motivazione del Premio guarda anche al futuro: quasi novant’anni di attività, convegni, traduzioni, cattedre leopardiane e, oggi, la Biblioteca Digitale Leopardiana, realizzata con ICCU, Biblioteca Nazionale di Napoli e Università di Macerata per rendere accessibili autografi, postillati, studi e materiali iconografici.
Andrea Mazzucchi, rettore della Federico II e presidente del comitato del Premio, sintetizza il senso della scelta: un’istituzione culturale non deve soltanto conservare il passato, ma traghettarlo nella modernità e nel futuro. È la stessa “social catena” evocata attraverso la ginestra: una fragilità che può diventare resistenza quando si trasforma in relazione.
Poi arriva la musica, che accompagna la serata in quattro diversi momenti.
La consulenza e l’introduzione all’ascolto sono affidate a Giovanni Oliva. Le musiche sono quelle di Gioachino Rossini, eseguite da Riccardo Zamuner e Alberto Marano ai violini, Raffaele Rigliari al violoncello e Gianluigi Pennino al contrabbasso. Gli interventi musicali non sono un semplice accompagnamento alla cerimonia: entrano nel racconto, creando pause e cambi di atmosfera tra le parole, le letture e gli interventi.
È soprattutto il momento musicale conclusivo a lasciare qualche rammarico. Quando l’ensemble prende nuovamente posto, infatti, una parte degli spettatori ha già cominciato ad andare via. Peccato, perché proprio quel finale avrebbe meritato una platea ancora piena: non come coda della premiazione, ma come naturale conclusione di una serata costruita fin dall’inizio sull’incontro tra parola, memoria e ascolto.
Anche una serata così può avere qualche piccolo contrattempo. Per qualche minuto la luce viene meno e l’illuminazione della villa ne risente. Nulla che riesca a interrompere davvero il filo dell’appuntamento, ma è sufficiente a ricordare quanto, in un luogo come questo, anche la dimensione scenica faccia parte dell’esperienza.
Ma alla fine resta soprattutto la villa.
Resta il suo rapporto con Leopardi, il lavoro di chi l’ha restaurata, il filo mai spezzato con Recanati e con gli studiosi. Resta, soprattutto, la domanda su cosa significhi davvero restituire un luogo alla comunità. Non soltanto aprirne le porte, ma farne uno spazio vivo, capace di generare ancora cultura, ascolto, incontri.
Quando la serata finisce, sopra Torre del Greco è ormai notte. La luna è salita e le luci disegnano la villa sulla collina. Per qualche istante tutto sembra fermarsi.
È allora che la ginestra torna a essere più di un titolo. È una pianta che cresce dove sembrerebbe impossibile, esposta alla lava e al vento, fragile e ostinata insieme. Un’immagine che Leopardi consegnò alla poesia e che questa serata, quasi senza volerlo, riporta nel presente.
Perché custodire Leopardi non significa metterlo al riparo dal tempo. Significa accettare la responsabilità di farlo attraversare.
E finché, a Villa delle Ginestre, ci saranno qualcuno che legge, qualcuno che ascolta, qualcuno che suona e qualcuno disposto ancora a prendersene cura, quella voce non sarà memoria.
Sarà ancora presente.
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