Domenica 12 aprile, alle ore 17:00, il Teatro di San Carlo ha ospitato la penultima replica de La bohème di Giacomo Puccini, in un allestimento che, pur attraversato da reazioni non del tutto concordi, si impone per una precisa coerenza di visione e per una chiara identità estetica.
La regia di Bárbara Lluch costruisce un dispositivo scenico inizialmente essenziale: una soffitta spoglia, pochi oggetti, una disposizione quasi frontale, che sembra restituire un quadro tradizionale e controllato, quasi sospeso in una dimensione neutra. Ma è proprio da questa apparente semplicità che prende forma un progressivo slittamento percettivo, in cui lo spazio scenico smette di essere solo ambientazione per diventare spazio mentale. L’intervento visivo di Tal Rosner apre infatti la scena a una dimensione ulteriore, in cui il reale viene costantemente filtrato e rielaborato. Le proiezioni introducono un lessico fiabesco che dialoga con l’immaginario di Lewis Carroll e Beatrix Potter: figure di conigli, maschere mobili, pupazzi meccanici e presenze infantili e stranianti non si limitano a decorare la scena, ma ne alterano la percezione, come se tutto fosse osservato attraverso una lente deformante e insieme poetica. Elemento discusso, ma qui decisivo, questo universo visivo non si impone come citazione, ma come struttura emotiva. In questa chiave, la vicenda sembra progressivamente assumere il punto di vista di Mimì. Il suo ingresso — preceduto da un ascolto “a distanza” della vita dei bohémien, fatta di voci, risate e ironia — e soprattutto il gesto semplice e simbolico di spegnere la candela e bussare alla porta segnano un passaggio netto: da quel momento, la realtà non è più soltanto rappresentata, ma filtrata da uno sguardo che la trasfigura. La soffitta diventa così uno spazio instabile, continuamente oscillante tra concretezza e immaginazione, attraversato da una leggerezza che non è evasione ma fragile costruzione percettiva. È un mondo che si regge su un equilibrio precario, come se bastasse un gesto minimo per alterarne la consistenza. Questa dimensione fiabesca, tuttavia, non attenua il dramma: lo rende progressivamente più evidente. Il terzo atto introduce infatti una lenta ma inesorabile erosione di quel registro iniziale. La neve, la distanza emotiva tra i personaggi, la consapevolezza sempre più esplicita della malattia di Mimì segnano il progressivo dissolversi della leggerezza iniziale. Anche lo spazio scenico sembra farsi più rarefatto, più duro, quasi svuotato di quella energia immaginativa che lo aveva animato nei quadri precedenti. Nel finale, ogni trasfigurazione si spegne e resta una stanza nuda, gelida, dominata dalla presenza del letto di Mimì. Le luci di Urs Schönebaum ne scolpiscono la forma con estrema essenzialità, costruendo un’immagine che rinuncia a qualsiasi enfasi per concentrarsi su pochi segni: il bianco dominante, la fissità degli oggetti, la sospensione del tempo scenico. Il risultato è un quadro di estrema sottrazione, in cui la morte non viene rappresentata come gesto, ma come progressiva assenza.

Sul piano vocale, la Mimì di Pretty Yende (al debutto nel ruolo) offre una prova di forte impatto. La voce, ampia e luminosa, si distingue per sicurezza e omogeneità, ma soprattutto per una partecipazione emotiva costante, che attraversa l’intera linea vocale e trova nel finale un esito di intensa verità espressiva, costruito su una progressiva rarefazione del suono, più che su accenti drammatici marcati. Molto efficace la Musetta di Marina Monzó, che unisce brillantezza vocale e grande naturalezza scenica: la sua presenza si impone per disinvoltura teatrale e precisione del gesto musicale, mantenendo sempre coerenza tra vocalità e carattere. Più in ombra il Rodolfo di Kang Wang, corretto sul piano tecnico ma non sempre pienamente incisivo su quello espressivo: la linea tende talvolta a perdere continuità e la dizione non sempre nitida ne attenua la forza poetica. Solido il resto del cast, con Artur Ruciński, Alessio Arduini e Gianluca Buratto, quest’ultimo particolarmente apprezzabile nella “Vecchia zimarra”, resa con misura e partecipazione. La direzione di Michele Gamba accompagna con attenzione il palcoscenico, mettendo in luce i colori della partitura e mantenendo un equilibrio complessivamente saldo tra orchestra e voci, in una lettura ordinata e coerente.
La sala quasi esaurita accoglie lo spettacolo con applausi convinti, seppur non del tutto unanimi: segno di una proposta che non cerca consenso immediato, ma una propria identità interpretativa netta. Nel complesso, una Bohème che non si limita a raccontare una storia, ma la trasforma in esperienza percettiva. E quando la dimensione fiabesca si spegne, non resta il sogno come rifugio, ma la sua impronta più fragile e dolorosa: quella di un mondo che ha imparato a guardarsi mentre scompare.
Roberto Buono
Ph. Luciano Romano
Teatro di San Carlo, domenica 12 aprile ore 17:00
La bohème
Opera in quattro quadri – Libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica – Musica di Giacomo Puccini
Direttore | Michele Gamba
Regia | Bárbara Lluch
Scene | Alfons Flores
Costumi | Clara Peluffo Valentini
Luci | Urs Schönebaum
Video | Tal Rosner
Coreografia | Mercè Grané
Interpreti
Mimì| Pretty Yende (8, 10, 12) / Elsa Dreisig (9,11,14)*
Rodolfo | Kang Wang (8, 10, 12) / René Barbera (9,11,14)*
Musetta | Marina Monzó (8, 10, 12) / Maria Knihnytska # (9,11,14)*
Marcello | Artur Rucinski (8, 10, 12) / Liam James Karai (9,11,14)*
Schaunard | Alessio Arduini
Colline | Gianluca Buratto
Benôit / Alcindoro | Matteo Peirone
Parpignol | Ivan Lualdi
Sergente dei Doganieri | Ciro Giordano Orsini
Un doganiere | Giuseppe Todisco
Un venditore ambulante | Mario Rosario Thomas
* giorni di Aprile del “doppio cast” = (8, 10, 12) / (9,11,14)
Orchestra, Coro e Coro di Voci Bianche del Teatro di San Carlo
Maestro del Coro | Fabrizio Cassi
Maestro del Coro di Voci Bianche | Stefania Rinaldi
Opera in italiano con sovratitoli in italiano e inglese
Durata: 2 ore e 40 minuti circa, con intervallo





