Dal ciclismo alle auto, dalla finanza al nucleare: l’Italia assiste in silenzio allo smantellamento dei propri miti, mentre l’unico a fare “rumore” è un generale a Sanremo che dei veri problemi della Nazione sembra curarsi come di un copertone forato.
L’inaudita grandeur e il sonno della ragione italica
C’è un’immagine, tra le tante che popolano questi primi giorni di marzo 2026, che dovrebbe far accapponare la pelle a qualsiasi italiano abbia ancora un briciolo di memoria storica o di amor proprio. No, non è la foto di Emmanuel Macron che, con la prosopopea del nuovo Carlomagno, offre lo scudo atomico francese a mezza Europa (con annesse basi militari in territorio straniero, ben inteso). Non è nemmeno la fotografia di John Elkann e Robert Peugeot che si preparano a rieleggersi a vicenda nel consiglio di amministrazione di Stellantis, come in un gentile club privato per azionisti con il vizietto delle poltrone. L’immagine è un’altra, ed è forse più subdola, più dolorosa, più “intima”.
L’immagine è quella di una Citroën C5 Aircross.
Vedrete, questa vettura sfilerà tra qualche settimana, e per tutta la estate, sui tornanti delle Alpi e sotto il sole della Puglia, con il suo doppio chevron sul cofano e la scritta “Giro d’Italia” stampata a caratteri cubitali sulla carrozzeria. La casa del Double Chevron, di proprietà di quel conglomerato italo-franco-americano che ormai sa sempre più di “franco” e sempre meno di “italo”, sarà il “mobility partner” della corsa rosa. Accompagnerà i campioni, farà da apripista, sarà la “macchina del Giro”.
E nessuno, o quasi, sembra trovarlo strano.
Proviamo a fare un piccolo gioco, un esperimento mentale. Proviamo a immaginare il cortocircuito istituzionale, la sollevazione popolare, le interpellanze parlamentari che sarebbero scattate se, per ipotesi assurda, una Alfa Romeo (quella vera, quella di Arese, quella del “cuore sportivo”) fosse diventata l’auto ufficiale del Tour de France. Ci sarebbe stato un caso diplomatico. I giornali francesi avrebbero titolato all’unisono: “Attentato alla nostra identità”, “Il made in Italy ci invade”, “Profanata la leggenda di Bartali sugli Champs-Élysées”.
E invece, a parti invertite, tutto tace. Anzi, no: non tace. Ci vendono questa operazione come un trionfo di “partnership internazionale”, di “valorizzazione del brand”, di “sintonia con il territorio”. Ma quale territorio, scusate? Quello di Bulgaria, da dove partirà il Giro? O quello di Amsterdam, dove si riunisce il CdA di Stellantis? Il territorio italiano, quello vero, fatto di appassionati che ancora ricordano i nomi dei campioni di casa nostra, si ritrova con il proprio patrimonio simbolico ceduto in concessione a un marchio straniero.
Questa è la vera sconfitta. Non è una sconfitta militare, come quelle che paventava ieri il Presidente francese. È una sconfitta culturale, una resa senza colpo ferire. È il segno tangibile che non abbiamo più la forza, o la volontà, di difendere i nostri miti. E il ciclismo, in Italia, è molto più di uno sport: è poesia popolare, è fatica e riscatto, è il sudore di Coppi e il coraggio di Pantani. È nostro. Doveva restare nostro.
Ma, si dirà, ormai l’automobile italiana non esiste più, Stellantis è un gruppo globale. Appunto. E in questo gruppo globale, la “grandeur” francese si manifesta in tutta la sua faccia di bronzo. Da una parte, abbiamo l’establishment politico-finanziario d’Oltralpe che, attraverso partecipazioni incrociate e “designazioni vincolanti”, tiene saldamente le redini dell’ex Fiat. Dall’altra, abbiamo un presidente della Repubblica francese che, con un tempismo perfetto, esce allo scoperto proponendo di estendere il proprio ombrello nucleare a Germania, Polonia e Paesi Bassi. Coincidenze? Forse. Ma il quadro è chiaro: la Francia fa la Francia. Pensa in grande, gioca d’anticipo, protegge i suoi interessi, esporta la sua influenza. Ha una visione.
E noi?
Noi abbiamo Roberto Vannacci in platea al Festival di Sanremo.
E qui veniamo al punto, perché il paragone è impietoso e va fatto. Mentre la Francia si interroga su come schierare le proprie testate atomiche a difesa dell’Europa (e, incidentalmente, della propria leadership), il nostro dibattito politico e mediatico si infiamma per la presenza di un generale in pensione tra i microfoni dell’Ariston. E mentre il generale, con la sua prosa farcita di luoghi comuni e la sua crociata contro le “percezioni” individuali, rosicchia consensi nel calderone della destra, nessuno, né a destra né a sinistra, sembra porsi il problema vero: la percezione che abbiamo di noi stessi come nazione.
Vannacci, nel suo piccolo, ha avuto ragione su una cosa: intercetta un disagio, una voglia di rivendicazione identitaria. Ma la declina nel modo più provinciale e grottesco possibile, parlando di canzoni italiane e diritti civili, quando l’identità di un popolo si difende ben prima, ben più a monte. L’identità si difende impedendo che un colosso come Stellantis diventi una succursale di Parigi. L’identità si difende garantendo che il Giro d’Italia, se deve avere un’auto, abbia un’auto che porti il nome di un nostro motore, di un nostro stabilimento, di un nostro ingegnere. L’identità si difende chiedendosi perché, se Macron gioca a fare il padre-padrone d’Europa con le sue bombe, noi ci accontentiamo di fare da gregari in questa folle corsa verso un “federalismo” che sa tanto di sudditanza.
Il problema non è Vannacci. Il problema è che mentre lui e la Lega si scannano su chi siederà in platea, e mentre il Pd e il M5s litigano su percentuali di consenso che arrancano, il paese reale – quello delle fabbriche chiuse, dei miti svenduti e delle sovranità cedute – viene lasciato al suo destino. Il problema è che non esiste un pensiero nazionale maturo. Esiste il nazionalismo dei simboli (la bandiera, la canzone, il generale) e il globalismo degli affari (Elkann, Peugeot, Stellantis). Tra questi due estremi, l’Italia come comunità di destino si dissolve.
E così, la prossima volta che vedrete sfrecciare una Citroën con su scritto “Giro d’Italia”, pensateci: non è solo una macchina. È il simbolo di un paese che ha smarrito la strada, che non sa più chi è e che, soprattutto, ha smesso di battersi per dirlo. Una nazione che non difende i propri simboli è una nazione già occupata. E la cosa peggiore è che gli occupanti, questa volta, non hanno nemmeno dovuto attraversare le Alpi. Li abbiamo invitati noi, a bordo di un’auto francese, a sfilare sotto il traguardo di Superga.




